Zombie, le domeniche piaga della società

Zombie nasce da un lavoro monotono e una rabbia incalzante, che ribolliva dentro cercando una via d’uscita. Per un breve periodo ho lavorato come guardia in un centro commerciale. La mia funzione era quella di rilevare la temperatura all’entrata, in turni di sei o dodici ore. Così per sconfiggere la noia mi portavo dei libri da leggere. E che fastidio mi davano tutte quelle persone che interrompevano la mia lettura, giustamente.

 

Come morti viventi, come zombie.
Si accalcano, affollano, spingono alle porte dell’inferno del consumismo per poter essere i primi a cadere, a cedere al bisogno edonistico di possedere, di luccicare, di mettersi in mostra.
Vecchi, giovani, magri, grassi, gentili, scorbutici, tutti in egual misura trasudano lo schifo della società. Non si curano di loro, pensando solo a coprirne i difetti, le mancanze. E più oro e brillanti mettono e più si sentono soddisfatti, appagati. Come se una bella unghia potesse nascondere una brutta mano.
Il vero problema è che non ci pensano, crudelmente, non ci arrivano. Quanto è giusto punire un bambino perché si pulisce il moccio sulla maglietta? Gli viene facile, intuitivo, veloce.

Poi si impara. Con il tempo si cresce, si distingue il giusto dallo sbagliato. Come dici, scusa? Non è sbagliato. Trovare appagamento negli oggetti costosi, nello status che essi concedono è la via corretta? Non credo. Bello si, permettersi quello che i più chiamano “piccoli sfizi” o “lussi”. La sensazione del nuovo, del costoso, quel brivido nel maneggiare l’oggetto del desiderio è innegabile. Insito nell’animo dell’essere umano c’è avarizia, cupidigia, possesso. Farne lo scopo della settimana, del mese, della vita vuol dire corrompere l’esistenza stessa. Tinteggiare il futuro di un desiderio malsano, il cancro del lusso, rovinando anche gli incorruttibili, trasformandoli in zombie.
“Dio denaro a te io mi sacrifico”.

Così la vita diventa una gara, a chi guadagna di più, a chi accumula meglio, a chi si permette le vacanze migliori. Mai davvero sazi, soddisfatti, perché si guarda sempre a chi sta meglio, ignorando chi sta peggio. E con lo sguardo sempre volto all’insù non importa chi sgomita e suda per tenerci in quella posizione, non importa chi calpestiamo per arrivare al prossimo livello di benessere, non consci che sono infiniti e non sempre accessibili. Per alcuni ci vuole la chiave giusta, o la mossa vincente, o semplicemente i trucchi. Nasciamo con gli occhi rivolti verso l’alto e non sorprende lo sgomento che sovviene quando ci accorgiamo quanto sporche di merda siano le scarpe. Parlo di noi perché nessuno è davvero escluso.
Applaudo le eccezioni, le invidio anche, per la loro fermezza, la loro volontà, il loro carattere. Li invidio e li ridimensiono, perché nel piccolo del loro quotidiano sono così grandi rispetto a me, a noi. Li devo sporcare per non vedere quanto sporco sia io.

Funziona così no? Offendere, denigrare, non guardare. E intanto abbellire la propria maschera con il meglio. I più bravi arrivano a travestimenti che piangono beneficenza, mentre sorridono al guadagno. E non c’è bisogno di chiedere scusa, il mondo e la società sono questi. Si leggono le regole e poi si inizia a giocare, ma che brutto gioco che è! Banale nel suo essere così di parte, così sbilanciato, così corrotto.
Perché tutto questo? Niente di che: ragionavo su quanto odio i centri commerciali.

 

Canzone del giorno: The Who – Baba O’Riley

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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