Zelfi, lo spiritello della foresta: anno tre

Il vecchio lo colpì con forza facendolo andare a sbattere contro il tronco dell’albero. Il ragazzo non era stato abbastanza veloce questa volta, si era scoperto e la ricompensa era arrivata inclemente. Certo che come maestro era davvero duro, pensò Zelfi. Erano diverse ore che li osservava allenarsi. Ripetevano i movimenti, provavano gli affondi, le prese, gli scambi d’armi. Il vecchio lo stava addestrando a diventare un guerriero, non soltanto con la spada, ma nello spirito. Stava battendo il martello da fabbro su quel metallo incandescente che andava prendendo forma sotto le sue pesanti mani. Non indossava i guanti.
Zelfi era affascinata da quella coppia. Entrambi feriti nell’animo, entrambi incapacità di esprimere il loro dolore a parole, così simili e per quello così distanti. Gli occhi di Zelfi riuscivano a vedere oltre ciò che era visibile, fino a raggiungere l’animo delle persone, fino a vederne la vera natura. Quei due erano puro nettare per Zelfi, da acquolina alla gola come non gli capitava da parecchio. Si sarebbe divertita con loro.
Il maestro getto la spada a terra, era quasi il tramonto, l’allenamento era concluso. Si girò e andò verso il campo per preparare la cena. Il ragazzo era ancora a terra, toccandosi lo sterno. Soffriva visibilmente, più per lo scotto della lezione che per il dolore del fisico. Zelfi gli si avvicinò.
«Al fiume sembravi più tosto» disse.
Il ragazzo la fulminò con lo sguardo. Gli occhi erano due fessure di rancore e ira, fiamme ardenti rinchiuse in una prigione di cristallo. Quel fuoco non era diretto a lei.
«Al fiume non c’era il maestro».
E poi apparve un sorriso smorzato, le sue fiamme scomparvero e il verde degli occhi tornò come la primavera. Era ancora un ragazzo in fondo.
Che eccitazione per Zelfi poter assistere a quel fenomeno, a quel processo di crescita, a quell’evoluzione. Non avrebbe permesso che quel ragazzo andasse sprecato. Lo avrebbe seguito, lo avrebbe aiutato ad esprimere il suo reale potenziale. Poteva essere freddo come la giornata più fredda dell’inverno tra le montagne, o caldo come l’estate tra le sabbie del deserto. Era possibilità allo stato puro, animato dal sangue di una ferita che non sarebbe mai guarita. Zelfi si leccò le labbra.
«Hai capito dove hai sbagliato?»
Il ragazzo si toccò di nuovo il costato. Una smorfia di dolore percosse il viso.
«Non sono stato abbastanza veloce e neanche abbastanza astuto. Ogni giorno è una nuova lezione».
Era anche intelligente. Sapeva analizzare le sue colpe, non le rifletteva sugli altri, ma se le prendeva a carico. Sarebbe diventato uno splendido esemplare di uomo.
«Piega le ginocchia. In alcuni momenti le tieni sempre troppo rigide e ciò ti impedisce di essere pronto alla schivata, ti rallenta quando passi da una posizione all’altra».
Il ragazzo la guardò stupito.
«Sai combattere?» chiese.
«So ben osservare» rispose Zelfi.
«Grazie del consiglio allora».
Era anche buono di cuore. Zelfi riusciva a scorgergli l’animo, candido e ferito come una nuvola tagliata a metà. Era ancora puro ma diviso.
«Togliti la camicia e fammi vedere dove ti fa male».
«Perché?» chiese.
«Gli spiriti della foresta hanno anche altre qualità oltre che saper osservare. Su permettimi di aiutarti, via la camicia».
Il ragazzo ubbidì, stranito dalla richiesta.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che Zelfi aveva usato la sua polvere su un umano. Parecchie decadi erano trascorse senza che la sua magia avesse curato un uomo, però si ricordava ancora come fare. Voltò la schiena al ragazzo, con le ali sopra il costato. Iniziò a sbatterle come se volesse spiccare il volo, ma senza la classica irruenza. Lo fece lento, dolce, come un sospiro di vento. Si prese il suo tempo, mentre la polvere luccicante si staccava dalle sue ali e cadeva sulla pelle contusa del ragazzo. Si attaccava come miele e risplendeva come una stella in una notte senza nuvole.
«Polvere di fata la chiamate voi» disse Zelfi.
«Mi sento meglio» disse il ragazzo. «E stanco» aggiunse.
Quello era un effetto collaterale. Quando Zelfi ebbe finito di spargere la sua polvere il giovane dormiva da un pezzo, mentre le sue ferite venivano curate. Quando si sarebbe svegliato sarebbe tornato come nuovo. Zelfi lo lasciò addormentato sotto l’albero e volò via, lontano dagli occhi del vecchio. Stava arrivando.
Vide il ragazzo addormentato, luccicante come un piccolo arcobaleno e non si scompose. Raccolse la camicia, se la mise in spalla e poi sollevò il ragazzo con delicatezza. Lo riportò al campo come un padre avrebbe fatto con il figlio.
Zelfi non aveva dubbi: erano davvero una coppia interessante.

 

Canzone del giorno: Taylor Swift – exile (feat. Bon Iver)

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