Un tè in Guatemala

Spirava un vento dolce quel pomeriggio sul Lago Atitlán. Io e te eravamo seduti ad un tavolino sotto il porticato di legno. Un frastagliato tetto di foglie ci proteggeva da quel sole che fin troppo aveva arso le nostre nuche. Era uno di quei momenti di pausa dal viaggio, condiviso anche se per motivazioni diverse. Nel tuo sguardo c’era quel sentimento che nel mio mancava, un’attenzione ai dettagli che allora ignoravo. Anaffettivo consapevole alla ricerca di un’emozione. Guardarti era il piacere quel giorno. Andavo a intermittenza, come le targhe, ma senza i risultati che esse portavano. La mia via era cieca, il mio sguardo solo superficiale, il lago rimaneva sicuro nella sua bellezza e io ero soltanto uno spettatore passivo. Gli occhi avevano perso quel vigore tipico della gioventù. Ero vecchio d’animo, stanco senza aver compiuto fatiche. L’essenza del lago mi scivolava addosso senza davvero regalare quell’impronta che mi avrebbe arricchito, l’errore della superficialità. Ci eravamo preparati un tè caldo, lasciato riposare in una teiera bianca con diversi ricami floreali. Aveva il naso all’insù, da cui usciva un lento e caldo fumo. Al suo fianco, come figlie predilette, c’erano due tazzine dello stesso corredo. Erano già state riempite, il liquido ambrato imitava lo spirare nebuloso della madre. Sembrava una pessima idea, un tè caldo in quel pomeriggio, non era ancora stata smentita. La porcellana scottava al contatto, sporcata dalla passione del tè, mentre io e te avevamo gli sguardi rivolti ai seni montuosi in lontananza, al di là dello specchio d’acqua. Quel lago era il tuo luogo preferito. Me lo avevi detto prima di partire, l’avevo derubricata a semplice informazione. Non mi ero accorto del tuo balzo di umore, del tuo cambio di energia, della forza che aveva acquisito il tuo sorriso. Era sempre stato bianco e largo, ma adesso regnava sul quel viso che mi divertivo a baciare. La tua pelle profumava, del sapore degli oli usati, delle cure mattutine e di quell’aroma di bruciato che in segreto la tua pelle nascondeva. La tua oscurità celava il vero sapore, umido e forte, non chiedeva permesso, semplicemente era. Avevo carezzato la tua essenza, giocato con essa, neanche poche ore prima. Tu mi avevi restituito il piacere, ma con intensità diversa. Mettevi passione in ogni gesto, lo innalzavi dall’intorpidimento quotidiano, lo glorificavi. Qual era il tuo segreto? Speravo me lo insegnassi, ma non capivo, non volevo capire. Quel talento non era davvero talento, era dedizione. Dedicarsi anima e corpo all’altro, lasciarsi andare, lanciarsi in un abbraccio che non arriverà. La fede si misurava dalla forza impressa al piede prima del salto. Ti avevo chiesto di insegnarmi, non mi accontentavo di quel tè fumante, non potevo. Era ancora caldo, come il pomeriggio, come noi, come te. La pelle bruciata nascondeva mille e più segreti. Quanto ti desideravo. Poi tutto spariva. Ero comandato dalle pulsioni animali, ero un animale in confronto a te. Che maleducato. Non ero mai stato addestrato, non avevo mai imparato ad apprezzare la bellezza, non avevo mai imparato ad apprezzare i sentimenti altrui. Mi ero accettato così, fin troppo avevo vissuto nella cristallizzazione delle mie emozioni, non si erano ancora sciolte. Non ricordavo più il gusto dell’amore. L’avevo mai provato? Quel sentimento che avrebbe dovuto scaldarmi il cuore non era ancora arrivato. Il tuo sorriso mi faceva sperare, quel tè caldo mi sussurrava di no. Allungai la mano verso la presa della tazzina. Il calore si era spanso fin lì, lontano dal suo cuore eppure ben percepibile. Era così quando davvero contava, si distendeva in lungo e largo, fino a toccare anche gli altri. Se eri felice si notava. Valeva anche il contrario, ma in una giornata di sole era vietato l’animo grigio. Lo diceva sempre mia nonna.

Mi parlavi dei tuoi piani per la serata. Il tè scottava, a piccoli sorsi per sentirne meno l’intensità. Condivi le parole con le solite risate. Ridevi sempre mentre stavamo insieme. Invidiavo tanto quella caratteristica. Ancora la invidio. Non l’ho mai imparata, la facevi sembrare così semplice. Ridere per te era facile, lo rendevi facile anche per gli altri. Non ti ho mai ringraziato. Quando è finita non ne ho avuto modo. I rimpianti di una giornata di sole. Dovevo dirtelo quando ne avevo la possibilità. Non sono mai stato bravo a rispettare i tempi, cronico ritardatario. Perdonami. Chissà come stai, chissà cosa stai facendo. Ti manco? Ogni tanto mi pensi? Non ho il diritto di chiedertelo. Eri un girasole che si era donato, alla ricerca perpetua del sole. Ti eri presa una pausa, per me, io ho ti ho strappato. Ti ho fatto credere di ammirarti e poi ti ho buttato. Non sono stato neanche preciso, non ho centrato il cestino, sei finita proprio sotto. Esistono parole chiarificatrici per quelli come me, per comportamenti come i miei. Il fatto che non le dica non vuol dire che non le conosca. Se riguardo indietro ho molto da farmi perdonare, ma non quel pomeriggio. Quel tè è stato il mio ricordo felice, lo spaccato di quel viaggio che non avrei mai voluto fotografare perché sarei uscito dal momento. Ringrazio per averlo vissuto, ringrazio per essermi scottato la lingua, ringrazio per aver parlato poco e aver ascoltato. Con la forza del tempo e lo sguardo critico riesco ad apprezzare quel quadro, io e te davanti al lago. Il suono della tua voce riecheggia ilare nella mia testa, senza una direzione precisa, in una tempesta confusa che simboleggia la memoria. Non ho il coraggio di scriverti, ormai quel momento ha perso la forza. Se portato fuori dall’animo non è che un rimpianto, ma dentro no. Dentro di me, dentro di noi (spero), quel ricordo è ancora caldo, come quel tè. Ti chiedo scusa: non tutte le cose belle finiscono nel cestino, alcune fanno una fine peggiore.

 

Canzone del giorno: BLANCO – Blu Celeste

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