Un mare di ricordi

In un mare di ricordi, sono circondato dal silenzio.

L’ospedale, se ben ricordo, è di cinque piani. Ognuno di essi ha una decina di padiglioni. In ogni padiglione ci sono almeno una trentina di infermieri e metà dei medici intenti a lavorare, a camminare, a parlare.

Eppure, sono circondato dal silenzio.

Nella 21 al quarto piano ci sono due letti, ma solo uno di essi è occupato. Un vecchio, sulla novantina, talmente magro e deperito da dar l’impressione di spezzarsi al minimo contatto. Tossicchia regolarmente, a intervalli di secondi. Butta fuori aria, molte volte catarro, altre sangue.
È attaccato ad una flebo sulla sinistra e una bomboletta di ossigeno sulla destra.
Quel vecchio sono io.

Sono circondato dal silenzio.

Ogni giorno, per due volte al giorno, viene un dottore a visitarmi. Sorride, annuisce alle lamentele e aggiorna la cartella. Lui non lo dice, ma io lo capisco. Lo capisco dal suo sguardo, lo capisco dal tocco, dal tono delle infermiere, lo capisco perché come diceva Platone “Ognuno è il miglior medico di se stesso”. Capisco che sto morendo.

Però questa soffocante sfera di silenzio cinque volte alla settimana si infrange e si colora di rumore.
La porta della camera si apre e non per far entrare i medici ma mia figlia, la mia piccola Miah. È già grande ma per me rimarrà la mia bambina, fino all’ultimo. Senza remore o peso rinuncia a gran parte della sua vita per stare accanto al padre. Sono sicuro che se non fosse per lei mi sarei già arreso da tempo.
Nelle ore insieme parliamo di tante cose. Mi aiuta ad allietare le giornate con la sua presenza. Oggi, in particolare, le ho chiesto un favore e spero lei mi abbia accontentato.

«Miah, l’hai portato?»
«Ah si papà, ho dovuto toglierlo dalla cornice per farcelo stare in borsa, ma l’ho portato».

Tira fuori un lungo foglio di carta arrotolato e in parte stropicciato. Lo srotola e lo stende sul tavolo. Dopo averlo ben stirato lo alza e me lo mette di fronte.
E come la prima volta che lo vidi in quella bancarella di periferia. E come le altre migliaia di volte che l’ho visto sopra il divano, i miei occhi si illuminarono.
Precisamente non saprei spiegare solo a parole quello che provo ad ammirare quel disegno. Non me la sento di banalizzare la mia sensazione con le parole “sorpresa” o “meraviglia”.
Quel tramonto cosi luminoso ottenuto usando semplici tempere ad olio. Quelle onde cosi avventate ma inesorabilmente statiche. E quel mare …

«Papà perché ti piace cosi tanto il mare?» chiede Miah mettendosi tra me e il dipinto.

Davanti a quella domanda mi nasceva sempre un lento sorriso. Era inevitabile. E come le altre volte anche questa seguì il suo copione.
La risposta la sapeva già. Glielo avevo raccontata almeno una dozzina di volte quando era più piccola e sempre in modi diversi. A volte ascoltava mentre altre faceva finta, ma la sapeva già.
E se c’era una cosa che ben sapeva, era quanto mi piacesse raccontare quella stessa storia in forme diverse. Credo fosse per questo che mi fece la domanda. Io, in un sol colpo, assecondai sia lei che me.

«Ricordo la prima volta che lo incontrai. Non avrò avuto più di cinque anni. Piccolo e coraggioso ad ergermi contro le onde che sulla spiaggia si schiantavano. Correvo giù e quando arrivavano correvo su. A volte perdevo e venivo bagnato, altre ne uscivo vincitore e fieramente guardavo verso l’orizzonte con lo sguardo a lanciare un’altra sfida. Da quella volta non è passato anno che non sia andato a trovarlo.
Col tempo, come tutti, ho imparato a farmelo amico, a poter diventare uno dei suoi ospiti in grado di muoversi a suo piacimento. Quando imparai a nuotare fu come la prima volta che camminai o che andai in bicicletta. Provai la stessa felicità che si prova a stringere la mano dell’amata.
Così iniziai ad esplorarlo in lungo in largo, conoscendo una miriade di mari: il calmo, il mosso, il dolce, il salato, il tempestoso, il gorgogliante, il secco, l’altalenante e cosi via. Conobbi un nuovo mondo, un mondo che avvolgeva il mio. Capii il perché molti poeti o scrittori erano rimasti affascinati, o per meglio dire, folgorati dal mare: poiché il mare per me rappresenta una scelta.
E’ libertà. Chiunque può vedere in esso qualsiasi aspetto o sentimento preferisca, perché il mare racchiude tutto. Ai romantici vien regalato il tramonto su di un mare piatto, ai turbolenti o incompresi, spesso paragonati ad un mare in tempesta, e ai misteriosi ed oscuri, che rispecchiano i lati nascosti del mare. Ed è per questo che lo volli scoprire, girare il più possibile. Perché credevo che avendolo conosciuto, avrei conosciuto meglio me stesso. Lo vidi come un amico con cui potermi confrontare, con cui poter migliorare. Un amico sempre presente. E dimmi cara, come può non piacerti un amico?»

Le raccontai un sacco di aneddoti e parlammo di molto altro sull’argomento: dalle mie prime vacanze sui lidi della Toscana, fino a scendere anno dopo anno ed arrivare alle coste adriatiche della Puglia. Dalle bellissime spiagge iberiche che visitai da giovane alle fredde colline verdeggianti dell’Inghilterra in più matura età. Di come la mattina ero il primo ad andare e la sera l’ultimo a tornare.
Parlammo molto e a lungo finché non venne il momento di salutarci. Mi diede un tenero bacio sulla fronte, mi sistemò il cuscino, le coperte e se ne andò. Mi lasciò il dipinto. Lo guardai per l’ultima volta, sorrisi e chiusi gli occhi.

Alla fine sono circondato dal silenzio.

 

Canzone del giorno: Coldplay – The Scientist

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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