Sessantadue settimane

Sessantadue settimane.

Le ho contate, ricontate e devo dire che il risultato non è tanto discosto dalla realtà.
Sessantadue è un numero che di per sé non vuol dire niente. Non ha nessun significato, se non per me.
È il numero di settimane che, tra le varie festività dell’anno di tutta la mia vita, ho trascorso a casa dei nonni.
E quindi, il periodo in cui sono stato in loro compagnia.
Lo scorso primo dicembre è venuto a mancare mio nonno in seguito ad un malore improvviso.

«Puoi sentire la mancanza di una persona con cui hai vissuto a malapena un anno?»

Sono sempre stato un grande sostenitore del detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
Sono un tipo razionale e a volte ho provato a immaginare la vita senza le persone più care e in nessun modo accadeva che mi ritrovassi a piangere per la loro scomparsa.
In fondo, la morte fa parte della vita. Essa è un percorso che conduce in un’unica direzione.
Dobbiamo passarci tutti prima o poi.
Era questo quello che mi ripetevo. Pensavo fosse una sorta di allenamento. Qualcosa che mi preparasse. Che mi rendesse pronto.
O non mi sono allenato abbastanza o questo metodo non funziona:

La chiamata arriva verso le tre di notte.
Senza parlare e senza fare domande ognuno prepara la propria valigia.
Carichiamo la macchina e partiamo.
Ci fermiamo a Firenze.
Aspettiamo gli zii e ripartiamo insieme.
Vero le undici arriviamo.
In casa aleggia un’atmosfera silenziosa e cupa. Molte persone sono venute e verranno a porgere i saluti alla salma.
Aspetto una decina di minuti prima di decidermi a salire. Mi sono riproposto più volte di essere forte. Non ho versato una lacrima in tutto il viaggio ne all’arrivo. Sono sicuro che saprò essere forte.
Camera sua è piena di persone e di fiori. Lui riposa sul letto. Coperte tirate e crocifisso sul petto. Sta dormendo.
Lacrime, singhiozzi e silenzio.
D’un tratto, la mia sicurezza iniziale svanisce come se non fosse mai esistita.
Gli occhi incominciano a riempirsi di lacrime.
Il naso si chiude come se avessi il raffreddore.
Mi siedo. Accetto volentieri un fazzoletto e rimango lì.
La mia presenza è del tutto inutile. Lo so. Sento solo il bisogno di rimanere lì.
Non so quanto sia passato ma dopo un po’, mi alzo e scendo.
Mi sento fragile, nudo alla vista di tutti. Io che mi ripetevo di essere forte, non lo sono stato.
Fu l’ultima volta che vidi mio nonno. Furono le mie ultime lacrime. Fu la prima volta che capii che non ha importanza quanto tempo passi insieme ad una persona, ma quanto di quella persona sia rimasta in te.
Di mio nonno ricorderò sempre la voce forte e l’accento.
Il contadino che era, se non nelle giornate di festa.
L’instancabile forza che gli impediva di star fermo e la gentilezza nei confronti di tutti i nipoti.

«Sì, sessantadue settimane con il nonno sono più che abbastanza».

 

Canzone del giorno: Oasis – Wonderwall

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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