Sera di un addio

Ehi, te la ricordi quella sera? È stata l’ultima volta che ti ho visto.
Divertente sforzarsi di capire come funzioni la nostra testa quando si parla di ricordi. Li mette in ordine sparso come una segretaria pigra davanti ad un archivio immenso che ogni tanto fa il suo dovere. Ci sono scene che non potrò mai dimenticare anche se maturate in anni e altre che in giorni spariscono.
Ti sforzi di capire, ma alla fine fa tutto lei. Credo che non centri soltanto il cervello, in questo caso. Credo che coinvolga il cuore, il suo fratellastro. Insieme decidono quali ricordi sono degni, quali sono importanti e gli regalano un posto di eccellenza. Non potremmo ricordare tutto sennò sai che bel casino perdonare.
Ho capito negli anni che se il ricordo ha un tocco di emozione, allora rimarrà.
Quella sera avevamo due menù kebab completi, con tanto di patatine e una confezione di birre Heineken, di quelle in offerta all’Esselunga. Per l’occasione mi ero lasciato anche andare a qualche tiro proibito. Festeggiavamo l’ultima volta e in certe situazioni un no suona troppo pesante.
Cazzo se me la ricordo bene quella sera.
Seduti sul muretto della piazza con jeans consunti come due senza dimora, ma con il sorriso di chi è in buona compagnia. Eravamo due ragazzi e il sapore agrodolce del tempo non fa che insaporire quel ricordo.
«Domani parto» dicesti.
Lo sapevo da tempo, ma sentirlo, buttato là, tra una battuta e l’altra, spezzò quel momento. Mi ritrovai davanti ad un muro fatto di consapevolezza, tristezza e abbandono. Che botta.
«Uno come te torna indietro in una settimana».
Quando mi sento minacciato o ferito reagisco con una battuta. Rido spesso perché in realtà non mi piace quello che ci sarebbe al suo posto. Non concepisco la possibilità della sconfitta e penso che una risata sia sempre una vittoria. A volte risulto pedante, altre patetico. Lo so, è un mio difetto. Ci lavorerò con il tempo.
La verità è che quella sera realizzai che mi sarebbe mancato.
Ci ero cresciuto insieme a quel coglione. Eravamo quelli che si sporcavano la domenica tra le sabbie dell’oratorio a giocare mondialiti infiniti. Quelli che combattevano tra le basi di un paese più grande dell’America, quelli che giravano sulle bmx in cerca di risse e sfide, quelli che hanno iniziato l’adolescenza insieme. Quelli delle serate con i ciuffi gellati, delle vodke rubate e delle pezzate esagerate. Insomma, se lui era un coglione, io ero l’altro.
Aveva smesso di bere e fissava la lattina con quel fare da poeta maledetto con il suo whisky.
«Ho paura, Tia» se ne uscì.
«Ho paura di fare un casino. Io non sono uno di quelli che parte, fa fortuna e torna. Io faccio casini».
Gli occhi erano passati dalla birra a me. Li aveva lucidi.
«Sei un coglione» gli risposi. Era la prima cosa che mi era venuta in mente.
«Sei così un coglione da farti beccare a spegnere la console alla Galleria Meravigli, per due volte. Farti sbattere fuori e vomitare. Sia davanti al locale che di ritorno nel taxi. Sei così un coglione da aver bucato due ruote della macchina in due mesi, a neanche tre settimane dalla patente, o da aver rubato migliaia di euro di statuine in un negozio per collezionisti e averli fatti chiudere. Sei così un coglione che se pensi ad una cazzata l’hai già fatta, non puoi non aver imparato dagli errori. Tu sei così, man: ti butti, sbagli e poi impari. Sei cambiato senza neanche accorgetene e il vecchio te è ormai un ricordo lontano. Sei così un coglione che sei cresciuto, maturato, lasciandomi indietro. Sei così un coglione che non te ne sei reso nemmeno conto. Far peggio di quello che hai fatto? Difficile».
Non ero bravo con i discorsi al tempo, non credo di esserlo neanche oggi.
Non rispose subito. Bevve tutta la lattina e andò a buttarla. Non aggiunse altro quella sera, se non un abbraccio.
Lui non era tipo da abbracci e nemmeno io, ma per l’occasione facemmo uno strappo.
Il giorno dopo partì e non l’ho più rivisto. Non una cartolina, non un messaggio, non una chiamata.
Avevamo dato tutto nei nostri anni più avventurosi e ora le nostre strade si erano divise.
Nessuno dei due poteva farci niente. Va così la vita: a volte sorridi, altre saluti.
Con il tempo imparai a colmare quella mancanza, ma non ho mai imparato a dimenticare. Non ho mai imparato a non guardare l’altra strada nella speranza di incrociare il suo sguardo, giusto il tempo di un saluto.
Non ho mai imparato a perdere, e questo è un problema.

 

Canzone del giorno: Led Zeppelin – Stairway To Heaven

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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