Seduto in quel caffè: poteva essere e non è stato

Seduto in quel caffè è il secondo racconto scritto per partecipare ad un concorso, dove l’unico tema richiesto era quello della bevanda.

Seduto in quel caffè

La porta del caffè si aprì lasciando entrare il rumore della pioggia. Un dolce tepore accolse il piccolo uomo con l’abbraccio materno che da tempo gli era negato. Il proprietario al bancone, un omone dalla barba folta e il torace ampio, lo salutò con il proverbiale benvenuto che riservava ad ogni cliente. In risposta non ottenne altro che un accenno. Dopo settimane di tentativi si era rassegnato a catalogare quel cliente come un tipo silenzioso, ligio al suo lavoro e rispettoso di quello altrui.
Il piccolo uomo impugnava una valigetta in pelle, color ruggine, e un ombrello grigio gocciolante. Gli occhiali, imperlati di pioggia, si appannarono nell’esatto momento in cui il respiro li lambì. Senza toglierli l’uomo si accomodò al suo tavolo, il quarto a sinistra. Spostò la sedia con un tocco leggero, sistemò la valigetta ai suoi piedi, l’ombrello alla parete color legno, e ordinò una tazza di cioccolata calda con panna montata, cannella e tre gocce di cioccolato fondente, non una di più non una di meno. L’uomo era molto preciso, qualcuno l’avrebbe definito un fanatico dei dettagli. Il suo segreto era negli angoli di vita che nessuno scorgeva perché troppo impegnati a correre, a divorare l’esistenza con appetiti frenetici. Sistematosi l’uomo si asciugò gli occhiali con un fazzoletto e rimase in attesa.
Lui la prendeva con calma la vita. Coloro che lo conoscevano lo definivano un tipo tranquillo, pacato e a tratti flemmatico. Non era l’anima delle feste, non gli importava. A lui importava fare bene il suo lavoro, assaporare la lenta soddisfazione di una riga tirata dritta, della grafite consumata, del rigore che diventava realtà. Questa precisione l’aveva fatto eccellere nella sua professione. Sapeva ben ascoltare e persuadere. I suoi consigli erano infatti i più ricercati della città e, senza voler essere modesti, del Paese. In molti chiamavano per poter parlare con lui, in molti ricevevano una lista d’attesa di anni, e in molti desistevano.
Il piccolo uomo seduto ad aspettare la sua cioccolata calda con panna montata, cannella e tre gocce di cioccolato fondente non era persona frettolosa, caratteristica che si rifletteva anche nel lavoro: prendeva un solo appuntamento al giorno. Molti di voi si chiederanno come facesse a mantenersi, ebbene, questo è un mistero che non è ancora stato risolto. Sappiamo però per certo che quel placido uomo così particolare riservava un giorno a settimana per clienti unici, clienti che i più avrebbero definito creature soprannaturali, esseri astrali, immaginazioni viventi. Per quel piccolo uomo però erano soltanto nomi su un’agenda dalla copertina blu.
Quando il proprietario lasciò la tazza sul tavolo il nome segnato per le quindici era quello di Sogno. Nel tornare dietro il bancone, allo spalancarsi della porta, l’omone si preparò ad accogliere il secondo ospite.
Il fragore della pioggia tornò a farsi sentire nelle mura del caffè e un soffio di freddo agguantò le gambe dei presenti. La sensazione durò pochi attimi, poi la porta si richiuse e così sparì anche la presa dell’inverno. Il nuovo arrivato indossava un cappotto del color del buio, gocciolante sul pavimento. Nonostante il suo aspetto dismesso e la totale incuria della sua apparenza, però l’avventore sprizzava un’insolita aura di gaudente sollievo. Aveva capelli più simili ad intricate chiome di alberi esotici, impervie ramificazioni dalle mille forme, e un fisico emaciato. Sul viso, anonimo e confuso, risplendevano due pozzi neri, caldi come il tepore della notte, per poi aprirsi nell’infinito della forza dei sogni, mistero celato dietro la luce del sole.
Il proprietario, omone dall’arguzia ben provata, non avrebbe saputo descrivere quell’individuo anche al ricevere di domande mirate. Gli apparve da principio come un signor nessuno, per poi cambiare nel più sfavillante dei gentiluomini, in un’illusione di movimenti che non riuscì a comprendere. Mille e più possibilità gli apparivano davanti e tutte in egual misura corrette come un sogno diventato carne. Il nuovo arrivato era un ossimoro vivente di lucida pazzia.
Allo sbattere successivo di palpebre quella strana incertezza svanì, lasciando spazio al proverbiale saluto. Quest’ultimo, a connotare che la maleducazione viaggiava spesso in coppia, non lo degnò di un gesto e si avviò verso il tavolo del piccolo uomo. Tirò indietro la sedia, prese posto e poi si spinse in avanti per iniziare la seduta.
Il proprietario ben sapeva che durante le riunioni quel tavolo non poteva essere disturbato con richieste di servizio, come se fosse lontano dalle logiche comuni dello spazio e del tempo. Quel caffè diventava il passaggio verso una dimensione che l’omone non riusciva a comprendere, ma soltanto ad ascoltare. Così appoggiò i gomiti sul bancone, affondò le mani nella folta barba e si mise all’ascolto.
Il secondo ospite, di nome Sogno, era piuttosto inquieto e desideroso di sfogarsi. Il piccolo uomo aveva spalancato l’agenda dalla copertina blu, e aveva baciato la tazza fumante, disegnandosi soffici baffi bianchi di panna montata. Non si diede cura di levarli, inutile passatempo di chi non sapeva godere dei piccoli errori.
Sogno, chiara manifestazione fisica dei desideri notturni, iniziò con noncuranza la sua cascata di parole. Aveva una voce melliflua, come se carezzasse le orecchie con vane promesse, ma senza lesinare calore e distensione. Gli occhi dell’omone così si chiusero e non si accorse nemmeno di aver iniziato a dormire, sempre immobile nella sua posizione piegata. Russava con placida serenità già alla prima frase udita, come un grosso orso in letargo. Invece il piccolo uomo era più vispo che mai, elettrizzato dal poter svolgere il suo lavoro, a dispetto dell’entità che si trovava di fronte. Lo ascoltava con cura, annotando i passaggi a sua detta critici, e collegando i nodi del discorso con decise linee di matita. Era particolarmente attento davanti agli essere astrali.
Sogno aveva davvero molto da dire. Si lasciò andare sulla fatica del lavoro quotidiano, dall’ascolto di miliardi di desideri, alcuni semplici, altri più complessi; si sfogò sull’impossibilità di realizzare ognuna di quelle fantasticherie, non tralasciando l’ottusità di alcuni uomini nel trovarsi di fronte ai propri cocci illusori. I sogni erano in grado di plasmare il mondo, ma quelli infranti lo distruggevano. Continuava a ripetere che i mortali rivolgevano le preghiere all’interlocutore sbagliato. Un sogno non era proprietà di Sogno, che era soltanto la loro manifestazione. Un sogno era una speranza, una scommessa su se stessi e sul futuro incerto che prendeva ogni essere umano, senza sapere che fosse proprio il singolo a definirlo. Quella sbagliata destinazione d’intenti lo faceva impazzire e cercava una soluzione per spiegare la sua necessità.
Il piccolo uomo annotò quella riflessione, ci sarebbe tornato poi. Ascoltare lo sfogo del cliente era fondamentale per poter creare quel clima di fiducia necessario a far passare il suo consiglio come veritiero. Era un segreto che non si trovava sui libri: una volta svuotata la persona delle sue parole allora quest’ultima era pronta a ricevere quelle altrui. Lo fece parlare, senza fermarlo anche quando si lamentò degli insulti ricevuti per ogni singolo sogno infranto. Persino la depressione dovuta alle mal riposte aspettative ricadeva su di lui. Perché i mortali cercassero sempre un capro espiatorio era segreto nascosto ad entrambi. Infine, quando Sogno ebbe finito di parlare, formulò la domanda a cui andava cercando risposta: «Come posso aiutarli se non è compito mio farlo?».
Il piccolo uomo tirò una singola linea di matita a definire gli appunti presi, con la grafite che bucava il bianco campo come un aratro nella terra. Alzò lo sguardo a incontrare le orbite nere dell’interlocutore e sussurrò il suo consiglio pacato, una massima succinta, stringata come i suoi modi.
«A volte l’idea di essere nati per uno scopo finisce per guidare la nostra vita, distraendoci però da essa e impedendoci di assaporarne il sapore dolce. Dovresti dire a coloro che ti chiedono aiuto che non ha importanza se riusciranno o meno nel loro sogno, ma che riescano a godersi il viaggio, mettendo da parte le ossessioni per concentrarsi sulla felicità».
Sogno, a sentire quelle parole, poco meno di quattrocento battute spazi inclusi, capì ciò che andava cercando. Allungò la mano al piccolo uomo che di rimando gliela strinse. I discorsi prolissi e sviolinanti non servivano in certe occasioni. Il tavolo tornò nella dimensione di quel caffè e, prima Sogno, poi il piccolo uomo, uscirono dalla stessa porta da cui erano entrati. Sul tavolo era rimasta una tazza dalle tracce fresche di cioccolata, una banconota a saldare il conto con una generosa mancia e un dono. Era una rigogliosa margherita del color della primavera, fiore preferito dal proprietario. Quando quest’ultimo si svegliò la seduta era ormai finita da un pezzo, fuori cadeva ancora forte la pioggia e il profumo delle possibilità era pregnante tra le mura di quel caffè.

 

Canzone del giorno: Jeremy Zucker – not ur friend

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO, come ripetere la parola chiave due volte: seduto in quel caffè, seduto in quel caffè, seduto in quel caffè, seduto in quel caffè)

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