Sazerac

Sazerac è il racconto di un primo appuntamento che poteva essere, ma non è stato, anche grazie all’arguzia della controparte e a un Sazerac sbagliato.

 

«Non sei stanco?» disse lei.
Aveva nella voce quella stoccata di irriverenza e irritazione che avrebbero messo in allarme ogni uomo, me compreso. Tra noi si trovavano soltanto un piccolo tavolino di legno, un Martini Dry titubante e un Sazerac finito. Troppo pochi e troppo deboli per fermarla nel caso avesse voluto azzannarmi alla gola. Il tono sottintendeva quello.
«Come scusa?» le chiesi giocherellando con il poco ghiaccio rimasto nel mio bicchiere. Tutto il resto era andato da almeno un’ora. Non sono mai stato tipo da whisky. Preferisco di gran lunga una birra ghiacciata a dell’acquavite che brucia gola e naso, ma l’etichetta in certe occasioni richiede sofisticatezza. Almeno così credevo al tempo. E quando il cameriere mi decantò la vecchia storia americana del Sazerac, non seppi resistere. Giovane stupido sognatore.
«Non sei stanco di fingere?» ribadì lei.
Alzai il sopracciglio per la sorpresa e il sorriso di circostanza fece il suo ingresso sul mio viso. Mi esce in automatico quando sono nervoso. Così come bere quantità industriali di acqua. Avrei certe storie su certi appuntamenti passati più al bagno che al tavolo. Povere ragazze.
«Fingere cosa, Ana?»
Si chiamava Ana, era sud americana, dalla pelle bruciata dal sole quanto basta per risaltarne le giuste ombre, e mi fissava con quegli occhi neri, che potevano essere sia condanna sia assunzione. Il mio istinto mi suggeriva la prima opzione. Era il nostro primo appuntamento e fino alla domanda iniziale pensai stesse andando tutto bene. Un locale post cena, buona musica in sottofondo, cocktail all’altezza dell’occasione e due persone che parlano tranquillamente.
Non avevo previsto Ana però.
Aveva dei lineamenti dolci, un sorriso naturale e un naso che i più definirebbero “un po’ troppo grosso”. Nell’insieme era davvero carina e oltretutto era anche intelligente. Mai banale, sapeva ridere alle battute e conduceva dei signori discorsi. Era evidente chi tra i due avesse fatto bingo quella sera.
«Tutto questo. Il posto, gli abiti eleganti, i cocktail, le chiacchere, io, te. Tutto questo teatro che abbiamo messo su soltanto per poi ritrovarci a letto nudi, a sudare per il piacere. Entrambi sappiamo che stiamo recitando questa sera. Da quando ti ho detto di si è iniziato tutto. Hai iniziato a fantasticare sulle diverse scene che avresti, o dovresti, rappresentare per far colpo. E io che penso alle stesse cose. Siamo su un palco, illuminati da una luce così forte che non ci fa vedere che non c’è pubblico. E recitiamo per colpire ognuno l’altro. Se io ti dicessi, qui e ora, che non importa cosa farai, tanto a fine serata verrò a casa con te, scommetto che ti sentiresti più leggero. E io lo stesso. Perché non saremmo più obbligati a recitare una parte, la miglior versione di noi, ma semplicemente ad essere noi. Sarebbe come uscire tra amici, ridere, parlare e, a fine serata, riscuotere un bonus. Ci potremmo conoscere davvero e non aspettare mesi, finché non ci sentiremmo pronti a rivelare i segreti che celiamo ai più. Perché devo aspettare mesi per conoscere il vero te? Soltanto perché vuoi infilarti tra le mie gambe? Guarda, Tia, raccontami chi sei veramente, raccontami i tuoi sbagli, raccontami quello che stasera non avresti detto e probabilmente il gioco è già vinto. Davanti ad una persona vera allora sarò libera di essere vera anch’io, senza sembrare strana o pazza. Dimmi che non ti accontenti delle apparenze, dimmi che non sei uno di quelli che spreca tempo a dar loro peso, dimmi: non sei stanco di apparire la miglior versione di te?»
Il whisky aveva colpito duro, ma anche l’uscita di Ana non scherzò. Secca, diretta, quasi come se il Martini Dry le avesse dato qualche consiglio. E non lo aveva neanche finito.
Il suo sguardo attendeva una risposta.
«Beh, immagino di si».
Risposi con la prima cosa che mi passò per la testa. Nonno diceva sempre di non contraddire mai una donna arrabbiata, o che lo sembra, o che potrebbe esserlo. Nonno ne sapeva una più del diavolo.
«Ma è così che si gioca» continuai «e se vuoi portare a casa il premio, te in questo caso, devi cercare di fare il massimo. Non le ho inventate io le regole».
«Grazie per avermi definito premio» disse sorridendo.
«Cioè … io …. intendevo …»
Fermò il mio cincischiare appoggiando la mano sulla mia.
«Va bene così».
Era calda e gentile. I suoi occhi sembravano finalmente essersi allontanati dalla condanna. Sorrisi.
«Credo che per la prima volta stasera tu mi abbia parlato senza fronzoli» disse.
Era chiaro che se mai avessi avuto in mano le redini della serata, queste ormai non c’erano più. Così mi arresi, mi lasciai andare al caos dell’incertezza. Che andasse o non andasse ormai non era più un problema, non dopo aver sentito un discorso del genere almeno.
Come cambiano le cose in un minuto. Passai dall’illusione di avere il controllo alla certezza di non averlo.
Sbottonai il primo bottone della camicia, fermai il cameriere per il braccio e ordinai una birra, rigorosamente fredda.
Da lì fu tutto in discesa.
Iniziai a parlare, senza il bisogno di colpire, come se davanti a me avessi uno dei miei più vecchi amici. Non controllavo le parole, parlai e basta. Non controllavo i gesti, mi lasciai andare. Se è possibile definirlo tale, quella sera fu il mio miglior primo appuntamento di sempre. Ero davvero io, senza freni, senza limiti, sciolto da tutto quel peso di dover portare a casa il risultato.
E infine, mi piacerebbe poter scrivere che ci riuscii comunque, ma così non fu. Ana maledetta. Dopo un discorso del genere mi lasciò a bocca asciutta. In compenso però, imparai un paio di cose che mi sono tornate utili mesi dopo, come non ordinare un Sazerac per esempio.

 

Canzone del giorno: Oceans Away – ARIZONA

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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