Quaranta piani di sporco, la scelta della giornata

Quaranta piani è la storia di una mattina come le altre, in cui una pila di piatti sporchi rende chiara una decisione covata da tempo.

 

“E così ci siamo”.
La punta della scarpa usciva di pochi centimetri dal cordolo di pietra. Il mattone rosso contrastava contro il bianco della tomaia, un bianco usurato dal troppo servizio. La scarpa non era più perfetta, non lo era neanche lui d’altronde. Un uomo era ciò che vestiva, aveva detto qualcuno. Non ricordava chi, non era importante, non più. Sotto di lui, a quaranta piani di distanza, centinaia di vite scorrevano incuranti di essere spiate da due occhi spenti. L’asfalto appariva come un unico incastro di righe e segni orizzontali. Il giallo frammentato dal grigio si alternava al bianco, anch’esso accessorio. Un colore che lo riportava alle scarpe.
Il punto di vista era dall’alto al basso, per forza di cose. Quella mattina aveva scelto l’edificio più alto. Sorprendente quanta poca sorveglianza ci fosse per salire all’ultimo piano di un palazzo in pieno centro. Si era preparato qualche scusante, nel caso fosse stato fermato e invece nulla, si erano rivelate inutili, non erano servite. Era entrato di prima mattina, aveva schiacciato il numero 40 nell’ascensore, una doppia cifra definitiva, poi le porte si erano chiuse con un sospiro di sollievo. Una volta riaperte aveva preso due rampe di scale ed era sbucato sul tetto. Faceva freddo, tirava un vento fin troppo crudele per essere ignorato. Avrebbe dovuto portarsi una giacca, aveva valutato male. L’ennesima scelta sbagliata di una vita che stava per finire. Non gli era mai piaciuto piangersi addosso, preferiva agire. Ecco perché si trovava sul cordolo. Agire era l’unico modo che conosceva per andare avanti. Suicidarsi. Poteva davvero considerarsi andare avanti? Forse il contrario, ma rappresentava comunque una scelta e scegliere era ciò che valorizzava un uomo. Il coraggio di decidere e perseguire la strada imboccata. La morte non era che una delle infinite possibilità.
Erano due settimane che continuava a ripeterselo, più per confermare la decisione che per altro. Far diventare quella scelta il suo mantra. Non era mai facile rimanere saldi di fronte alla paura del futuro. Il rischio di cambiare idea era dietro l’angolo, troppo appetibile per non risultare facilmente raggiungibile. Qualcuno diceva che soltanto gli stupidi non cambiavano idea. Lui non era uno stupido, ma era rimasto coerente. Si sarebbe buttato quel giorno, il 17 novembre 1990.
Se avesse dovuto spiegare il perché però non ci sarebbe riuscito. Non era mai facile riassumere le motivazioni di un suicidio, un evento così articolato e complesso da portare all’apocalisse interiore. Non esisteva una sola causa, ma esisteva un pulsante, quello si. Un piccolo grilletto che spingeva l’idea in canna e la sparava a tutta velocità attraverso le ramificazioni del cervello, per poi colpire il bersaglio: quella parte profonda e sconosciuta che sintetizzava le emozioni e le logiche, convertendole in decisioni. C’era ancora molto mistero sulle funzionalità del cervello, secoli di studi su un organo non più grande di un pallone da calcio. Chissà cosa avrebbero scoperto studiando il suo? Avrebbero potuto raccoglierlo direttamente dalla strada, gli avrebbe fatto il favore di aprirlo da solo. Avrebbe dovuto soltanto schiacciare quel pulsante, l’interruttore. Il suo, quello personale, era scattato proprio quella mattina, poco dopo il risveglio. Sua moglie dormiva ancora, ronfava dolcemente, cadenzando respiri leggeri a rantoli pesanti. Era tutta una questione di frequenze, erano loro a colpire l’orecchio e farlo rispondere di conseguenza. Conosceva fin troppo del corpo umano per potersi infastidire di un russare costante. Ne conosceva le funzionalità, gli scopi, i procedimenti. Ben sapeva che era soltanto una questione di abitudine. Il corpo umano era un modello costruito sul concetto di pigrizia, preservava l’efficienza. Si comportava sempre allo stesso modo: si adattava, sublimava il difetto fino a renderlo parte del processo, fino a dipendere, paradossalmente, da esso. Ironico come funzionasse, improvviso in alcuni frangenti, come quella mattina per esempio. Dopo aver lavato il viso era sceso in cucina. Lo faceva tutte le mattine, la colazione dopo la sosta bagno. La solita routine se non fosse incorso nel lavabo, la risacca del destino stava per arrivare. Il lavabo rappresentò l’onda che andò ad infrangersi contro quelle già presenti, il suo pulsante. Da quei due buchi di metallo si ergeva infatti una babilonia di piatti sporchi e stoviglie incrostate, abitate da formiche e costruite su del cibo giallognolo tendente al nero. Il caos, lì impilato, svettava imperioso fino a superare i limiti della decenza e della sopportazione. Un forte odore nauseabondo, di infezione secondo la sua esperienza, colpì duro le narici. Aveva sentito spesso quell’odore, nelle necrosi dei malati prima di amputare. Era un odore di morte che le persone di portavano dietro come croste putrescenti della fine. L’imprevedibilità dell’ultimo atto: quel lavabo odorava di morte.
Da quanti giorni nessuno puliva? Perché non se n’era accorto? Cosa aveva fatto lui? Prima si moriva dentro e poi ce ne si accorgeva fuori. Valeva anche il contrario, come nei classici, ma ormai era troppo buio per vedere le increspature di luce intorno. L’attenzione era soltanto per lo sporco che incrostava l’animo. Era tardi per qualsiasi spugna con estremità ruvida. Non era riuscito a scorgerla in mezzo a quel putiferio, così era uscito di casa. Aveva indossato un paio di jeans, una maglietta con il simbolo della squadra amata e aveva chiuso il tutto con una felpa grigia, anonima. Non aveva lasciato nessun messaggio per la famiglia, né per la moglie, né per i figli. Le parole erano granelli di sabbia portati dal vento, ormai servivano soltanto a ferire e infastidire, avevano perso quella funzione lenitiva del primo contatto, piedi nudi liberi dalle scarpe. Gli era sempre piaciuta quella sensazione, era salvifica, come l’aprirsi con le persone giuste, come lavare i piatti prima che si impilassero nel lavabo. Passava tutto dalle piccole attenzioni quotidiane, quando poi esse mancavano cedeva l’intera casa. Lui ci aveva provato, o forse no? Parte di quei piatti appartenevano anche a lui, ma una volta inglobati in quella pila diventavano di tutti. Era così con i problemi: si faticava ad attribuirne la fonte finché non era troppo tardi. Quel cordolo era troppo tardi.
Gli tremavano le gambe, l’altezza non lo lasciava indifferente. Vedeva tutto il mondo da quei quaranta piani, ridotti ad un’impilata torre di piatti sporchi. Il suicidio era l’unica vera libera scelta che gli rimaneva, intendeva portarla a termine. Bastava un passo e tutto si sarebbe concluso, ad un passo dalla fine, valeva infinito, più difficile da compiere di quelli fatti finora, sublimati nella passività della quotidianità. Era l’unico passo che contava.
Allungò la gamba, il bianco si staccò dal rosso e poi volò nel vuoto. L’equilibrio resse per i primi secondi, indecifrabili lancette del tempo, poi lo perse. Il peso era spostato in avanti, ormai troppo fuori asse per poter tornare indietro. Il pulsante era stato premuto, il colpo ormai in canna e l’idea si era concretizzata. Era più facile scappare da una pila di piatti sporchi che far scorrere l’acqua e mettersi a rovistare alla ricerca della spugnetta. Sporcarsi le mani non era sempre facile.
A due strade di distanza, in un ospedale del centro, un bambino veniva al mondo nell’esatto momento dello schianto al suolo. Un’altra pila di piatti iniziava a formarsi. Sarebbe stata lavata?

 

Canzone del giorno: Bruce Springsteen – Streets of Philadelphia

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

Quaranta Piani, Quaranta Piani (anche questo è per il SEO)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

14 + = 22

Back to Top