Qualcosa per cui valga la pena, e un concorso

Qualcosa per cui valga la pena è il primo tentativo di un racconto per un concorso letterario. Il tema è proprio il titolo perciò ho iniziato a pensare: qualcosa per cui valga la pena, qualcosa per cui valga la pena, qualcosa per cui valga la pena, qualcosa per cui valga la pena … ed eccoci qua.

 

Qualcosa per cui valga la pena 1

«Tu la conosci la risposta?» chiese il ragazzo.
Era tardi, passata la mezzanotte da un pezzo. Nel bar non c’erano più clienti, solo un unico tavolo che ancora lo illuminava. Niente musica, erano rimasti soltanto i fantasmi del fumo e l’odore di alcol sudato a contornare la scena.
Il proprietario stava facendo il carico al frigo sotto il bancone. Spostava le bottiglie dalle casse, le incasellava e le girava con l’etichetta ben in vista. Piccole colonne di certezza: naturale o frizzante. Dopo avrebbe dovuto pulire i tavoli, tirare su le sedie, spazzare e infine passare il mocio. Poi avrebbe cacciato anche gli ultimi due resistenti, per ora non erano un problema.
Se la sarebbe presa con comodo quella sera. Non aveva voglia di tornare a casa, non aveva voglia di buttarsi a letto perché l’indomani la sveglia sarebbe suonata troppo presto e gli sarebbe toccato ricominciare.
Gli piacevano quei momenti di calma surreale, finito il caos delle persone, quando i pochi avventori rimasti aprivano il loro cuore nel suo bar. Era uno spaccato di giornata isolato dal tempo. A lui piaceva lavorare con sottofondo la vita degli altri. Gli ricordava cosa volesse dire vivere senza essere schiavo degli orari, senza dover sorridere a tutti, senza doverli ascoltare per forza, ma per scelta. In quelle piccole ore di confidenze notturne era libero di lavorare come aveva sognato all’inizio.
«Perché c’è davvero una risposta a questa domanda?» rispose l’uomo. Attaccò il suo boccale di birra per la seconda volta.
Solo ora il proprietario realizzò di non sapere i loro nomi. Non li aveva mai visti, prima volta nel bar. Il ragazzo era uno smilzo di vent’anni al massimo. Capelli biondi lunghi raccolti in un elastico e voce acuta. Aveva ordinato un Moscow Mule circa un’ora prima ed era ancora lì, annacquato dal ghiaccio sciolto. Non era un gran bevitore.
L’uomo era più vicino al ritratto del suo classico cliente. Robusto, sulla cinquantina, gote rosse e naso a patata. La scelta della birra era da curriculum.
«Ci deve essere per forza. Cioè voglio dire nella vita ci deve essere qualcosa per cui valga la pena. Alcuni hanno la famiglia, altri il lavoro, la fidanzata, i propri sogni. Senza quell’obiettivo credo che sia semplicemente un alzarsi dal letto e sopravvivere, tirare a campare sperando che succeda qualcosa in grado di renderci felici. Io odierei essere una fotocopia in bianco e nero di un uomo … il problema è che non capisco come fare per saperlo con certezza» disse il giovane.

Bevve dalla cannuccia nera. Storpiò la faccia in una smorfia di disgusto come se avesse bevuto succo di limone.
Qualcosa per cui valesse la pena vivere. Il proprietario non sapeva come erano giunti a quell’argomento. Era già un’ora abbondante che parlavano. Si erano conosciuti per caso, quando i rispettivi gruppi si erano salutati. Così diversi a vederli. Entrambi non se n’erano andati e, come due cani randagi, si erano trovati nello stesso bar. Una stretta di mano, lo scambio delle generalità e poi si erano seduti a quel tavolo che ancora occupavano.
Chiuse l’anta del frigo e si alzò. Il ginocchio destro scricchiolò. Stava diventando vecchio se anche quel semplice rituale gli costava fatica. Inumidì il panno verde come il suo colore preferito, lo strizzò bene e scese dal bancone. Iniziò a pulire i tavoli, il panno leggermente umido. Le briciole dei panini mangiati cadevano a terra, alcune rimanevano attaccate. Le impronte dei boccali e dei bicchieri scomparivano al suo passaggio come il mare che cancellava i segni delle onde sulla spiaggia. Gli piaceva pulire. Riportava tutto all’inizio, azzerava lo sporco. Quando il mattino apriva era soddisfatto di come la sera prima lo aveva lasciato, poi durante il giorno i clienti iniziavano a macchiare il bar con le loro piccole singole disattenzioni. Non c’era un vero e proprio colpevole, ma erano tanti criminali dello sporco che aggiungevano il loro misfatto a quelli precedenti. Lui aveva una posizione privilegiata e la prassi era sempre la stessa. La mattina si innervosiva, il pomeriggio lasciava correre e la sera non vedeva l’ora di pulire. Finché non arrivava il momento del panno e allora lui perdonava tutti quei crimini come un giudice clemente.
«Ascoltami ragazzo, non esiste una risposta, non esiste quello che vai cercando. A dieci anni pensi che imparare e crescere sia il tuo obiettivo, a quattordici pensi a diplomarti, a diciotto la patente, poi le strade si moltiplicano. O cerchi il lavoro che ti porterà tanti soldi o ti metti a studiare. In entrambi i casi il tuo scopo è avvicinarti a quello standard di benessere che la società ha imposto per poterti considerare felice. Nel frattempo, ti annoi e ti trovi una ragazza, a momenti sei anche contento di quella compagnia che ti strappa alla noia della routine quotidiana e magari ti salta in mente di sposarla. La rendi la donna più felice della sua vita e la farcisci. Apriti cielo perché quella è la gioia massima, crescere un essere vomitevole da piccolo e a tratti anche da grande che ti abbandonerà vecchio, solo e stanco. Ma dopotutto i figli sono la felicità più grande per un genitore … non esiste qualcosa per cui valga la pena vivere perché non lo scegli tu. Te lo impongono dal primo momento in cui vieni al mondo fino all’ultimo in cui tiri le cuoia. Non esiste davvero qualcosa di tuo, è tutto un’illusione. Quello che credi di poter fare con le tue sole forze, quel tuo piccolo sforzo è totalmente ininfluente per gli altri, perciò mandali tutti a fanculo. Gioca secondo le loro regole o secondo le tue, ma sapendolo e fregatene. Porsi certe domande serve solo a creare aspettative che deluderai, serve ad accontentarsi di essere felice. Se realizzi che non esiste la felicità personale sei avvantaggiato. Niente più sforzi inutili, niente studio, niente palestra, niente lavori stressanti, niente privazioni. Vivi sapendo che non c’è niente per cui valga la pena vivere e sarai più sereno».
L’uomo bevve il resto della sua birra. Si assicurò che anche l’ultima goccia non andasse sprecata agitando il boccale sopra la testa come una statua ubriaca. Dal discorso fatto non era certo un ottimista.
Il proprietario aveva finito di pulire i tavoli, escluso quello abitato. Se lo sarebbe tenuto per ultimo. La conversazione gli interessava, non voleva disturbarli, non era ancora necessario.
Sciacquò lo straccio sotto l’acqua corrente, lo strizzò e lo piego a metà, riponendolo sul metallo del lavabo. Si asciugò le mani sul grembiule e poi iniziò a rivoltare le sedie sui tavoli. La sera le alzava, la mattina le abbassava. Sancivano l’apertura e la chiusura del locale. Inoltre, spazzare e lavare con le sedie a terra era un inferno di incastri e ostruzioni. Conveniva fare un piccolo sforzo per un risultato migliore.
Qualcosa per cui valesse la pena vivere. Era una domanda interessante a ragionarci per più di cinque minuti. Lui l’aveva trovato?
«Io non credo che sia come dici tu» disse il ragazzo. Aveva la voce leggermente alticcia come lui, nonostante metà del drink fosse ancora nel bicchiere. Non era un gran bevitore.
«Cioè, il tuo discorso ci sta e non ci sta. Se tutti la vedessero come te però sarebbe un mondo davvero triste, senza colori … invece, per me, una volta che capisci di essere insignificante è lì che trovi la tua forza. Nel sapere che qualsiasi cosa farai, anche la più importante, a meno di fortune improvvise, non cambierà niente. È nel tuo piccolo mondo che puoi essere il più grande e porti l’obiettivo che più desideri. Credo che sia proprio per quello, per quella nostra insignificanza che ci tocchi trovare un sogno, una ragione per vivere. Immagina se ci riducessimo a operai della vita fatti con lo stampino, incasellati come grigi burocrati del sistema. Perderemmo la nostra unicità, i nostri colori, la nostra vera strada. Non è facile, io stesso non so come si faccia, ma d’altronde le cose che contano nella vita non si ottengono mai con facilità … ecco credo che si possa racchiudere tutto in questa frase. Trova qualcosa per cui vivere e muori facendola. È così che secondo me dovrebbe andare … il mio più grande dubbio è però come capirlo. E se stessi sbagliando tutto?»
Al proprietario piaceva il suo punto di vista, ancora fresco, ancora non toccato dal peso degli anni. Gli ricordava il suo inizio, circa quindici anni prima, quando aveva aperto il bar. Si era licenziato dal suo lavoro in un’agenzia pubblicitaria e avevo investito tutti i suoi risparmi, più qualche debito, in quel locale. Voleva creare qualcosa con le sue mani, qualcosa di suo. Ricordava come fossero le mura prima e dopo la ristrutturazione: le mattonelle, le assi, il bancone, i mobili, i sanitari, i tavoli, le sedie, i soprammobili, la vernice, tutto il lavoro di design da zero a mille sempre sotto il suo occhio. Aveva costruito il suo sogno dalle ceneri di un sogno passato.
Ricordava le emozioni legate al quel bar: l’inaugurazione, i primi clienti, la prima banconota da cinquecento, l’estinzione dei debiti, la giornata delle birre a tre euro, gli amici trovati, le feste di laurea, i discorsi da ubriachi, le dichiarazioni d’amore dei clienti, le visite a sorpresa dell’ASL, le risse tra i tavoli, gli ubriachi molesti, gli inconvenienti dello stabile. Ne aveva da raccontare quel bar, come un nonno con i suoi nipoti. Era da quindici anni che raccontava storie a chi aveva orecchio per ascoltare.
Prese scopa e paletta dal ripostiglio e iniziò a spazzare. Partiva sempre dal bancone per poi scendere il gradino e continuare con tutto il locale.
Vedendolo in azione l’uomo al tavolo si alzò.
«Direi che è ora di andare» disse toccando il braccio del ragazzo.
«Per quanto riguarda il discorso di prima invece sei troppo giovane per capire, vedrai che un giorno sarà diverso».
Il ragazzo, prima di alzarsi, guardò il suo Moscow Mule. Decise di lasciarlo lì. Aveva vinto lui per quella sera.
«Invece è proprio perché sono giovane che capisco» disse avviandosi verso la porta.
Poi non li sentì più. Uscirono salutando e continuarono a parlare. Le loro voci si fecero sempre più lontane, lasciando alla notte quel discorso interrotto. Il proprietario rimase solo con la scopa in mano.
C’erano sere in cui non vedeva l’ora di tornare a casa. Negli ultimi anni il numero di quelle serate era aumentato. Sentiva il peso del suo lavoro più come una costrizione che una scelta. C’erano serate in cui non ci pensava e sublimava l’odio per quel bar, per il suo bar, quel sogno diventato prigione.
Quella sera era iniziata così eppure mentre spazzava si accorse di farlo lentamente come un amante che si gode l’attimo nel letto. Si prendeva il suo tempo, non pensava a scappare, ma si era soffermato su quel frammento di discorso uscito dal nulla. Non era stata una rivoluzione, non una di quelle grandi, ma un piccolo dettaglio che invece aveva attecchito, come un seme di pesco in un giardino coperto da erbacce. Sarebbe cresciuto un albero da frutto. Al proprietario piacevano tanto le pesche.
Finì di spazzare, lavò i bicchieri, e poi sistemò le ultime due sedie sul tavolo come aveva fatto con le altre. Dal ripostiglio tirò fuori il secchio con il mocio. Riempì il primo di acqua calda e detergente al limone. Iniziò sempre dal bancone. Inzuppava il mocio, lo strizzava, lo passava e ripeteva.
Quando ebbe finito versò l’acqua sporca nel gabinetto del bagno e sciacquò il secchio. Ripose gli arnesi e richiuse il ripostiglio. Aveva finito per quel giorno.
Il locale profumava di pulito, di limone e di stanchezza. Era la stessa sensazione di ogni sera ripetuta per quindici anni, tranne che per il limone, quello cambiava.
Spense le luci, indossò il giubbotto ed uscì. Chiuse a chiave, doppia mandata e si incamminò verso casa, mentre alle spalle l’insegna luminosa rimaneva accesa tutta la notte a segnalare il nome del bar.
Qualcosa per cui valesse la pena. Il proprietario non sapeva la risposta a quella domanda eppure il giorno dopo sarebbe tornato ad aprire il bar. Tutto sarebbe ricominciato.

 

Canzone del giorno: PeterWhite – Birre Chiare

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