Qualcosa per cui valga la pena 3, e un concorso

Qualcosa per cui valga la pena 3 è il terzo e ultimo tentativo di un racconto per un concorso letterario. Il tema è proprio il titolo perciò ho iniziato a pensare: qualcosa per cui valga la pena 3, qualcosa per cui valga la pena 3, qualcosa per cui valga la pena 3, qualcosa per cui valga la pena 3 (Serve per il SEO).

Qualcosa per cui valga la pena 3

Qualcosa per cui valga la pena.
La bottiglia è quasi finita, ne rimane giusto fino all’altezza dell’etichetta. Fa freddo stanotte, di quel freddo che avvinghia i muscoli, strattona la carne e le ossa, e non se ne va se non con una doccia calda.
Mi abbraccio nel mio giubbotto di jeans. Col senno di poi la scelta del vestiario non è stata delle migliori. È però in linea con tutte le scelte della mia vita.
Se fossi stato migliore non mi ritroverei solo, seduto sulla gradinata di una chiesa in un anonimo martedì notte. Se fossi stato migliore non cercherei inconsciamente aiuto nella croce alle mie spalle, saprei portarla. Ultimo tentativo disperato di un disperato inconsapevole.
La bottiglia è la mia unica compagna, mi hai sentito Signore. Chissà perché nei momenti di difficoltà torno sempre da te. Mi hanno educato così, cresciuto all’ombra della tua religione e anche se ho smesso di crederci, conservo quella speranza che tu possa aiutarmi. Buffo, sperare nell’inesistente per sentirsi più leggeri.
Sorrido.
Ho fatto tutte le scelte sbagliate che un uomo di mezz’età potesse fare. Ho combattuto per esse, alla ricerca di una ragione, sperando ne valessero la pena. Riguardo indietro e sono carico di rimpianti.
Gli studi, il lavoro, il matrimonio, gli amici, la famiglia. Cinque elementi che si attraversano gli uni con gli altri nel corso della vita, mischiandosi come colori su una tavolozza di legno, rendendo così impossibile definire dei confini. Finisce che il rosso si macchia di giallo, ma il giallo è già sporcato di verde. Tutto è compromesso.
La mia vita si è mossa da un colore all’altro, cercandone lo scopo in un ritratto che col tempo è andato confondendosi sempre di più, come insegna Picasso. Lui però era di un altro livello.
Ho iniziato dipingendo la mia tela con un rosso forte, deciso, che fosse la base della mia vita, ho iniziato studiando. Per gran parte ho pensato che riversando i miei sforzi negli studi avrei potuto ottenere grandi risultati, rendere la mia vita degna di essere vissuta. L’ho fatto, lo ammetto. I buoni voti mi hanno portato buone soddisfazioni, più ai miei genitori. L’ho fatto per loro, ora capisco. Non mi interessava davvero ciò che imparavo, lo facevo solo per dovere. Il piacere non sapevo cosa fosse, lo so ora?
Poi i banchi e le aule si sono ingrandite, ma non la mia passione. Passare dalle superiori all’università non è stato altro che il continuo di un cammino forzato di un carcerato che aveva paura di parlare, di far sentire la sua voce, con il risultato di rimanere fin troppo muto. Parlo solo quando sono da solo, con una bottiglia in mano e un compagno immaginario ad ascoltarmi.
Ci ho provato però, con tutte le mie forze.
Al tempo credevo fosse quel pezzo di carta la mia strada, fosse quello il motivo che dovesse spronarmi a cercare il sogno. L’ho cercato nei libri, nella carriera, l’ho cercato all’esterno di me e ho fallito. Ho imparato che quando non si è spronati da una volontà ferrea al primo ostacolo si lascia andare.
Finito di stendere la base ho intinto il pennello in un giallo sole acceso. L’ho sporcato irrimediabilmente di rosso. Mi hanno assunto in uno di quegli uffici per cui mi ero preparato per anni. Otto ore classiche spalmate su una giornata che di otto ore non era. Nessuno me lo disse prima, ma il lavoro non era confinato nei limiti designati. Evase, mi pervase, mi trasformò, mi definì. Quelle otto ore iniziavano sempre prima e finivano sempre dopo, con il risultato che le maggiori energie delle giornate le dedicai a loro. Vivevo per loro, sacrificando su quell’altare il mio tempo, i miei affetti, le mie energie, tutto me stesso. Mi trasformai in un grigio burocrate della vita che tanto odiavo, copia di un’esistenza felice.
I più forti resistono, quelli come me mollano. Si rifugiano nelle piccole sicurezze, e io mi rifugiai nelle mie. Lasciai andare senza una strada sicura da seguire. Che gran ferita scoprire che la mia preparazione non valeva abbastanza, non ne valeva la pena infine.
La tela ora era sporca, con linee indecise sfumate nel nulla. Sulla tavolozza avevo del bianco, il colore più puro, quello più forte nella sua chiarezza. Il bianco avrebbe potuto ridare corpo ad una tela opaca e smunta. Il bianco era il matrimonio.
Ho poi scoperto il segreto di ogni matrimonio: più lo vivi con intensità e più quando finisce ti farà male. Gli dedicai tutto me stesso, così il contraccolpo fu massimo. I sorrisi diventarono urla, le incomprensioni diventarono discussioni, le giornate insieme diventarono solitarie, il prima diventò dopo.
Sapendo cosa ho perso ora fa più male. Qualche volta ripenso a quel piccolo balcone, noi due stesi sotto il sole primaverile a leggere. Te l’ho mai detto? Non conta più.
Intinsi il pennello nel giallo, lo aggiunsi alle pennellate bianche, poi il rosso, lo rimisi sulla tela. Feci un casino di colori anche sulla tavolozza. Ero partito deciso poi la decisione diventò incertezza. Com’ero arrivato a quel punto? La risposta non la conosco ancora oggi. È solo una?
Qualcosa per cui valga la pena. Continuo a cercarlo.
I colori erano tanti e tutti sporcati, non potevo più pulirli. Dovevo andare avanti. Cosa mi rimaneva che potesse aiutarmi con il quadro?
Il verde e il blu, gli amici e la famiglia.
Avrei dovuto iniziare con loro forse, Signore? Mai che arrivi un aiuto chiaro da parte tua. Agli incroci importanti della vita siamo soli, così ci insegni.
Avrei dovuto basarmi su quegli affetti che non se ne sarebbero mai andati. E poi se ne andarono. Alcuni più lentamente, ma la vita non regala sconti, così la tela. Non si possono cancellare gli errori se non ti accorgi di averli fatti.
Un cieco avrebbe fatto meno danni.
Aggiungere colore su colore senza sapere come dipingere non è che un atto forzato che spinge ad agire contro sé stessi.
Così successe con gli amici. Sarebbe bello vivere tutti insieme sotto un tetto, eternamente giovani, eternamente bambini con i vantaggi della maturità, però si cresce. Io ho avuto paura di farlo per fin troppo tempo, forse ancora ne ho paura. Ho amato i miei amici e ora non ne ho più.
Loro scelte, mie, a chi importa? Non sarei solo se me ne fosse importato davvero. Vederli seguire i loro sogni, le loro strade è stato un onore da amico, ma sotto quella facciata si nascondeva un’altra emozione, più vera: l’invidia.
Invidia per persone che avevano chiaro cosa fare della vita, come ottenere le loro soddisfazioni, dritti alla metà, mentre io mi barcamenavo da un tentativo all’altro. Lo faccio ancora, ma usare il tempo passato lo fa sembrare concluso. Non è vero.
Loro hanno trovato qualcosa per cui combattere, per cui alzarsi la mattina, per cui sperare. Il mostro verde si è nutrito delle ombre che mi attanagliavano le parole. Deprecabile definirmi amico, Signore.
Quell’invidia è rimasta lì, alimentata dalle chiacchere quotidiane, dalle soddisfazioni personali, mentre io ero sempre il solito, immutato nella mia inutilità. Piangersi addosso non servì a nulla, a meno che qualcuno non fosse lì ad ascoltarmi, in quel caso generava pena. Non qualcosa per cui valesse, il contrario.
L’invidia, l’autoisolamento, gli impegni, le incomprensioni, tutto questo fece il resto. Ed eccomi qui, solo con te Signore.
Bevo un altro sorso dalla bottiglia. La mente viaggia veloce questa sera. Mi guardo indietro. La porta della chiesa è chiusa, tira vento e io ho freddo. Un ultimo lampione in lontananza resiste alla forza della notte con il suo triangolo di luce.
Signore non mi rispondi, non lo fai mai, eppure io continuo a parlarti con l’insistenza dell’ottusità. Aiutami.
Quella mia tela portava ventate di verde che mischiate al rosso generavano un colore indefinito, simile al marrone, ma lontano da esso per definizione. Disgustoso il risultato.
Il blu della famiglia avrebbe potuto risollevare il quadro? Troppo tardi, anche per il più forte dei cinque colori.
Ci provai lo stesso e alla fine la colpa era sempre loro. Di chi non seppe fare di me un uomo decente, di chi non seppe indicarmi la via. Quante parole sbagliate uscirono dagli animi orgogliosi. Lanciai la colpa per sentirmi innocente, quando le mie mani erano le uniche lerce. Ho imparato che una volta sporcate è difficile tornare indietro.
La colpa fu mia.
Quando punti il dito contro una persona, tre dita stanno puntando te. Tutto il senso si riassume in questa frase. È inutile perdere tempo, quando l’unico a perdere sei tu.
Così la tavolozza era irrimediabilmente rovinata, i colori così mischiati tra loro da non sembrare neanche tali. Il quadro lo stesso, risultato di un’incertezza che non era appurabile se non a posteriori. Solo un’artista avrebbe potuto fare un buon lavoro? Non credo.
Arrivare ai livelli di Picasso non è impensabile se ci si crede davvero. La verità è che non ci ho mai creduto, a niente. Non ho mai dato il massimo perché mi accontentavo del minimo, del passabile. Non ho mai avuto quel sogno cocente che mi spronasse a dire “per questo ne vale la pena”. Cercavo la risposta al di fuori di me, negli altri, nei futuri luccicanti senza davvero capire chi fossi, cosa potessi fare, cosa volessi. Ho perso tempo saltando da un sogno ad un altro senza dedicarmi davvero ad uno.
Il maggior rimpianto è sapere di aver avuto la possibilità e averla sprecata. Avrei potuto ottenere nuovi colori su quella tavolozza, avrei potuto creare, eppure…
Il risultato è davanti agli occhi di tutti: una fotocopia in bianco e nero di un essere umano che riflette sui suoi errori paragonandosi ad un’artista. Se avessi saputo dipingere non avrei mischiato i colori, li avrei usati con cura e saggiati il giusto. Se avessi saputo dipingere allora avrei saputo disporre quei colori in modo corretto sulla tela. Che poi i modi sono infiniti, così come i risultati. Solo a cose fatte si può valutare il successo dell’opera. La bellezza è soggettiva.
Alla fine però con i se e con i ma non si va da nessuna parte, lo diceva sempre mio nonno. Essere maturo significa soprattutto assumersi le colpe dei propri fallimenti e da quelle partire per migliorare. Io non l’ho mai fatto, sono più simile ad un blocco di rimpianti macerati dal tempo. Sono solo bravo a piangermi addosso, leggendo la vita dopo averla vissuta.
Mi hai insegnato solo questo Signore, quando alla fine si racchiude tutto nell’imparare una lezione dopo aver sbagliato. Perché l’ho capito troppo tardi?
Se avessi saputo qual era la mia strada allora sarebbe stato anche meglio. Allora non avrei guardato con invidia l’ultimo goccio della bottiglia. Allora sarei stato diverso. Non avrei potuto vivere così, solo ora me ne rendo conto, quando ormai è troppo tardi.
Che Dio crudele a insegnarmi la lezione quando ormai è inutile. Non fai altro che aumentare il peso delle mie colpe. Le mie spalle sono ormai stanche.
Bevo l’ultimo sorso, poggio la bottiglia vuota sulle scalinate e mi alzo. Non riceverò risposta alla mia domanda neanche questa sera, il mio compagno di bevute se ne sta lassù zitto a giudicarmi.
Me ne vado barcollando verso la luce di quel lampione che mi indica la via di casa. Fa freddo stanotte e io ancora ci penso, ci rifletto, sperando di trovare un giorno la risposta, sperando un giorno di essere in tempo.
Qualcosa per cui valga la pena.

 

Canzone del giorno: Real Talk feat. Lazza

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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