Qualcosa per cui valga la pena 2, e un concorso

Qualcosa per cui valga la pena 2 è il secondo tentativo di un racconto per un concorso letterario. Il tema è proprio il titolo perciò ho iniziato a pensare: qualcosa per cui valga la pena 2, qualcosa per cui valga la pena 2, qualcosa per cui valga la pena 2, qualcosa per cui valga la pena 2 (Serve per il SEO).

Qualcosa per cui valga la pena 2

Quando la porta dello spogliatoio si chiuse l’ultimo giocatore prese posto.
L’aria era pregna di sudore, il primo tempo era concluso e gli occhi erano puntati sull’unica persona in piedi, circondata da facce granitiche e respiri lenti.
«Qualcosa per cui valga la pena combattere».
L’allenatore stava nel mezzo di quelle piccole pareti, adornate da panche, attaccapanni e borsoni. Gli sguardi dell’ultima partita di campionato erano tutti su di lui. Si giocava l’anno in quei pochi minuti rimasti. Tutta la fatica della preparazione, gli allenamenti estenuanti, il fango sotto gli scarpini, le urla, l’adrenalina della domenica, le vittorie festeggiate, le sconfitte analizzate. Tutto era condensato di una manciata di tempo insignificante per quelli presenti sulle tribune, ma fondamentale per chi abitava quelle pareti. Una vita racchiusa in un attimo.
«Non so cosa dirvi davvero».
Le vedeva quelle facce che adesso rimanevano in silenzio a guardarlo. Avevano sorriso quelle facce, scherzato per tutto l’anno, si erano divertite. Avevano anche sofferto, si erano arrabbiate, erano state deluse. Conosceva ogni singola espressione di ogni singolo viso. Era negli impercettibili movimenti della pelle che aveva basato i rapporti con i giocatori. Sapeva come prenderli, sapeva dialogarci. Il compito di un allenatore non era solo insegnare, ma anche comunicare, sfidare le emozioni dei giocatori. Chi sapeva solo di calcio non sapeva niente di calcio.
«Un vecchio detto recita: devi attraversare l’Inferno per arrivare al Paradiso. I prossimi quarantacinque minuti sono il nostro inferno ragazzi. In poco meno di un’ora ci giochiamo mesi di lavoro».
Doveva scuoterli, togliergli quella pressione residua che li distoglieva dall’obiettivo. Li voleva affamati, giovani cacciatori pronti allo scontro. Li voleva puri, lavagne bianche su cui poter disegnare le sue parole. Li voleva concentrati sulla partita. La sfida era tutta sua.
«Non posso dirvi come combattere, non ho mai potuto farlo, quello sta a voi. Sono sicuro di avervi insegnato ad affrontare il campo, gli avversari, ma non vi ho mai insegnato ad affrontare certi momenti. Non è qualcosa che si spiega, non si può. Si capisce solo vivendoli. Vi ho guardato allenarvi, migliorare, crescere, per un anno intero. Guardatevi, prendetevi il vostro tempo per guardarvi bene. Non siete chi eravate all’inizio della stagione, siete cambiati. Voi non ve ne accorgete. Allenamenti sotto la pioggia, sotto il sole battente, circondati da zanzare, con i respiri fumosi dell’inverno. Avete attraversato giornate del genere per essere qui seduti oggi. Ad inizio stagione eravate sconosciuti che amavano lo stesso sport, ora invece siete compagni. Un legame sottovalutato che vi ha già forgiato».
I giocatori annuivano alle parole dell’allenatore, alcuni di loro con le mani giunte davanti al viso, come in preghiera. Li aveva ingaggiati, ora doveva scuoterli.
«Mentirvi in questo momento non vi aiuterà. La fuori, quelli sono forti e noi siamo in difficoltà. Sono tosti, veloci, sembrano onnipresenti, arrivano su ogni palla, ci battono come dei fabbri. Dobbiamo uscire e fronteggiarli. La realtà è questa».
Un rigoroso silenzio accompagnava il discorso dell’allenatore come se anche i respiri volessero assistervi. Lo spogliatoio era in pausa dalla vita, isolato dal tempo.
«Eppure non è loro che dobbiamo battere oggi. Loro sono soltanto un’arma, brandita dal nostro vero avversario. Scendere in campo con l’obiettivo di portare a casa una vittoria non vi darà la certezza di vincere. Scendere in campo con l’obiettivo di battere il nostro avversario invece si. Non sono quella squadra di sconosciuti il nostro nemico, ma, come nel più classico degli scenari, siamo noi. I veri avversari siamo noi. I noi di qualche ora fa, i noi di qualche giorno fa, i noi di inizio stagione. Battere noi stessi, migliorarci, allora quello si che vi trasformerà in dei vincenti. Vincere è crescere, crescere è vincere».
Altre teste annuirono. L’allenatore stava pizzicando le giuste corde, menestrello di vecchio stampo che cantava la sua canzone.
«In questa battaglia però non posso aiutarvi. Sono troppo stanco e acciaccato per farlo. Non ho quella tempra che vado millantando, non più. Ho sprecato le mie possibilità, la vita ne concede una certa dose e poi dice basta, volta le spalle per ingratitudine. Non sono il modello che dovrei essere e proprio per questo riconosco gli errori che mi hanno portato fino a qui. Lo vedo con la fortuna del tempo e vi dico: non arrendetevi. Ciò che avete fatto quest’anno ha dell’incredibile, impensabile ad inizio stagione. Non arrendetevi perché prima del traguardo la fatica si fa più dura. Non arrendetevi perché ciò che imparerete uscendo da quel campo vi servirà per tutta la vita. E se non ce la fate?»
L’allenatore sembrava aver anticipato la domanda sulle labbra di alcuni giocatori. “E se non ce la facciamo?” chiedeva lo sguardo dei meno coraggiosi.
«Non siete soli. Guardate il compagno alla vostra destra, guardatelo bene. Poi guardate il compagno alla vostra sinistra, prendetevi il vostro tempo. Ci vedrete una persona pronta a combattere per quel sogno, per quell’obiettivo che voi non riuscite a vedere. E allora lì rubategli la sua convinzione, strappategliela con la forza, fatela vostra. Il fuoco ha il vantaggio di non estinguersi, ma di propagarsi. E come arbusti secchi divamperete. Scaldatevi, bruciate, infuocatevi, divampate».
Un urlo concitato eruppe dalla massa di giocatori. Un verso gutturale che ricordava animali della foresta. Il fuoco si stava spandendo.
«È rubando quel fuoco che la strada davanti a voi si farà più chiara. È rubando quel fuoco che combatterete su ogni contrasto, su ogni scatto, su ogni tiro. È rubando quel fuoco che arriverete prima sulla palla, che non sentirete la stanchezza, che vi spingerete quel metro più in là. È rubando quel fuoco che migliorerete».
Un secondo urlo esplose nello spogliatoio. Alcuni giocatori si erano alzati in piedi, i tacchetti metallici che ticchettavano sul pavimento anticipavano il ballo del campo.
«Non siete soli» urlò.
L’allenatore aveva alzato la voce, l’aria dello spogliatoio era calda, incandescente per gli esterni.
Per l’ultima frase però si ricompose, non voleva urlarla, ma pronunciarla con il giusto ritmo. Dopo uno sparo c’era sempre un momento di calma.
«Andate la fuori e bruciate tutto. Così sarete vittoriosi, così crescerete. È tutto qui il segreto, nello sport e nella vita, un combattimento eterno. Bruciate senza rimorso e siate il fuoco che vedete negli altri. Fate si che questi quarantacinque minuti ne valgano la pena».
Anche i giocatori che erano rimasti seduti, alla fine del discorso, si alzarono in piedi. Le urla animalesche avevo preso tutto lo spogliatoio. I muscoli si irrigidivano, le vene esplodevano, il sangue palpitava, gli animi bollivano.
Quando la porta dello spogliatoio si chiuse l’aria era ancora calda del sudore e delle parole dell’allenatore.

 

Canzone del giorno: Lewis Capaldi – One

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