Mano: differenze di un gesto

“La mano avanza veloce verso la mia faccia. È dura, piena di calli e sicura di sé. Quella mano mi avrebbe fatto molto male”.

Amico: «Dai su vai a chiedere i soldi a tua mamma. Sbrigati stanno finendo. Dobbiamo muoverci».
Bambino: «Si vado!»
Apre il cancelletto senza curarsi di richiuderlo. Corre. Salta. Entra in casa di fretta.
La mamma è sdraiata sul divano.
Bambino: «Mamma, mamma mi dai cinque euro per comprare le carte dei Pokemon?»
Distoglie lo sguardo dal film. Quello sguardo dice tutto.
Mamma: «Scordatelo. Non ti do i soldi per quelle scemitaggini».
Eccola. Una delle classiche frasi che fanno partire la discussione tra la donna responsabile e il bambino che si lascia trascinare dalle mode.
Per fortuna, o sfortuna, vince quasi sempre la donna.
Il bambino, però, non si arrende. Infuriato va in camera sua e inizia a rovistarla tutta. Nel salvadanaio, sotto i libri, per terra, vicino alla sua mensola. Niente, non c’è l’ombra di un soldo.
La rabbia lascia spazio alla delusione. Tutti i suoi amici giocheranno con i Pokemon e lui no.
Rimette a posto tutto ed esce.
D’un tratto, però, si ferma a metà corridoio. Sul mobile centrale è appoggiata la borsa della mamma. Il posto dove mette tutti i soldi.
Il bambino allunga la testa: la mamma è sempre sdraiata.
Silenziosamente apre la borsa. Con calma cerca il portafoglio. Lo trova. Pelle nera contornato da cerniere oro. Contiene due banconote da venti euro e una da cinque.
Potrebbe usare quelli per prendere le carte, se non fosse che non si ruba.
Il bambino, con il portafoglio in mano, si trova cosi davanti ad una scelta: giusto contro sbagliato. Divertirsi o non divertirsi.
Senza pensarci prende una banconota da venti, rimette tutto come era e scappa fuori. Esce dal cancello con il sorriso.
Bambino: «Andiamo a divertirci».

Senza pensare alle conseguenze prese il bottino, salutò la madre e scappò fuori. Sorridendo e mentendo: «dai andiamo che la mamma mi ha dato 20 €». Il pomeriggio passa felice tra le carte, le battaglie e gli amici e non si accorge delle nuvole che si addensano sopra di lui. Ritorna a casa.
Apre il cancello. Nessuno in giardino. Apre la porta del soggiorno. Nessuno sul divano. Sente in lontananza delle voci che discutono: la mamma e il papà. Stupidamente ha sbattuto la porta nel rientrare e queste si fermano. È un attimo. Sente l’urlo, poi i passi e infine la paura.
Inizia a correre. Non importa dove, l’importante è non farsi prendere. Il divano è l’ideale: se riesce a tenersi lontano dalla sua portata … Accuse, ingiurie e verità si mischiano a saliva e collera.
Tenta invano di creare una difesa. Non ci riesce. Troppo inesperto nel mentire. Ammette e chiede scusa. Non basta. Il divano si fa da parte e papà si avvicina. Non vuole certo dargli un bacio. Sguscia via in cucina sotto il tavolo e si zittisce. Suo padre è più scaltro e lo trova. Scappa in corridoio. Bagno chiuso. Camera sua c’è sua madre. Camera di sua sorella chiusa. Sgabuzzino senza uscita. Rimane camera dei suoi. Giocandosela bene con il letto matrimoniale può ribaltare le sorti. Si sbaglia. Suo padre chiude ogni via di fuga e possibilità di resa. Si mette in posizione supina e mette le gambe a scudo. Non serve. Il dolore si sente ed è inevitabile. La mano avanza veloce verso la faccia. È dura, piena di calli e sicura di se. Quella mano mi avrebbe fatto molto male. Al grido di non devi rubare, presi la mia prima vera lezione di botte.

 

“La mano arriva sicura e salda a stringere la mia. Quella mano mi avrebbe reso molto orgoglioso”.

Fa caldo. Ho una bella camicia a quadri verdi su sfondo bianco intervallato da strisce gialle e un lungo jeans nero.
Sto studiando.
Sono il terzo. Ho l’orale alle dieci, eppure sono le otto e sono già a scuola.
Sono nervoso e agitato. So di non sapere come diceva Socrate.
Il primo entra. Io non ho il coraggio di guardare. So che se lo facessi perderei ogni minima sicurezza. Preferisco rimanere fuori, con i miei due inseparabili a tentare di colmare lacune e pensare ad una strategia. Passa un’ora e non ho imparato ancora la tesina.
Il primo esce. Un po’ scosso. È incerto, ma esce.
Entra la seconda. Sono nei guai.
Manca un’ora e devo ancora prepararmi. Come un ossesso inizio a ripetere. Non solo le parole ma anche i gesti. Li ripeto e ripeto e ripeto e ripeto finché non sono che movimenti involontari. Quell’ora passa troppo in fretta. La seconda esce piangendo e la mia sicurezza svanisce.
Non per lei, chiariamoci, ma perché ora tocca a me. Il cuore inizia a tamburellare, le mani a sudare e le ascelle, beh, loro continuano il loro lavoro.
Entro nella stanza. Sette persone. Due donne e cinque maschi. Mi guardano alcuni sorridendo altri con indifferenza. Per loro non sono che un nome su una lista. Loro per me sono tutto in quel momento.
Saluto. Mi siedo. Faccio una battuta e inizio la mia tesina. Argomento: la satira. Scorre via liscia e qualche risata dovuta all’argomento trattato e purtroppo finisce. Il primo a parola è italiano. Cerca di aiutarmi parlando di Pirandello e di come si possa ricollegare alla mia tesina. Primo errore.
Mi destreggio goffamente tra tentennamenti e sicurezze. Finisce e inglese ne prende il posto. Secondo errore.
Pronuncia maccheronica e conoscenze lacunose fanno ridere i visitatori, ma non me.
Sposto la sedia e mi ferma matematica/fisica. Prima certezza.
Un drago sono e lo dimostro. Ripeto regole e teoremi senza indugio. Si passa a scienze e al Pendolo di Foucault. Seconda certezza.
Di come la terra ruoti su se stessa so tutto.
Vengo interrotto perché troppo bravo. Peccato. Storia dell’arte mi chiama. Dalì e Surrealismo.
Terzo errore.
Infine mi attendono storia e filosofia. Quarto ed ultimo errore. Sei domande. Sei coltellate nella schiena. Sei sorrisi del professore.
Mi riporto al centro davanti al presidente di commissione. Qualche commento e poi alza. Lo seguo. Allunga la mano.
La mano arriva sicura e salda a stringere la mia. Quella mano mi avrebbe reso molto orgoglioso.
«Cosa farà l’anno prossimo?» chiede.
Senza dare risposta sorrido.
«Allora sono promosso!» ribatto di gioia.
Quella mano segnò la fine della mia adolescenza e ancora oggi la ricordo con piacere.

 

“La mano arriva ,calma e gentile, posandosi sulla mia spalla. Quella mano mi avrebbe fatto sentire adulto”.

«Svegliati» urla la mamma
«Hai promesso di aiutare a scavare le patate».
Ancora immerso nell’oscurità mi stropiccio gli occhi cercando di pulirli.
«Che ore sono?» urlo di rimando.
«Le sei e mezza».
Promemoria. Mai più.
Mi preparo e in poco meno di cinque minuti sono operativo: stivali, calze di spugna usurate, pantaloni con buchi e toppe, camicia del nonno anni ‘60 inguardabile.
Mia madre vorrebbe darmi anche un cappello per il sole. Di quelli da bambino con la visiera stretta. Se lo scorda.
Nel campo ci sono già la nonna, il nonno e papà. Tre zappe e una ventina di cassette sparse in giro. Hanno già iniziato a togliere le erbacce dai solchi. Si dovrà iniziare a scavare presto.
Saluto e piego la schiena. Inizio a strappare anche io.
Per la prima mezzora i discorsi sono tirati, ancora rapiti dalla mattina.
Si rialza la schiena finalmente, si allungano le mani verso la zappa onoraria, si comincia.

Il primo colpo è esagerato. Ancora fresco di energie le spreco inutilmente.
Con il tempo sarei diventato più oculato. Più tirchio di movimenti.
Su e giù. Carico e scarico. Terra e patate, terra e patate, terra e parole. Patate e battute. Terra, patate e risate.
Man mano escono dai letti anche gli altri cugini e zii. Ognuno passa a dare il suo contributo.
Chi guarda, chi ride, chi passeggia, chi porta da bere, chi sparisce.
La fatica giunge al termine quando l’orologio segna l’ora di pranzo.
Il sole è alto nel cielo. Il sudore è un’armatura ormai da ore e tutti corrono verso casa.
Poso la zappa e mia avvio.
«Mattia» mi chiama nonno.
La mano arriva, calma e gentile, posandosi sulla mia spalla. Quella mano mi avrebbe fatto sentire adulto.
“Ottimo lavoro stamattina. C’è da migliorare con quella cosa” indicando la zappa e scoppiando a ridere.
«Grazie nonno» dissi sorridendo di rimando.

 

Canzone del giorno: Clara Mae – Call Your Girlfriend

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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