L’incontro: l’ultimo caso della giornata 1/5

Un concorso letterario a tema giallo, era questo il motivo per cui ho scritto i cinque racconti di cui L’incontro è il primo. In realtà all’inizio era solo uno, ma poi ho deciso di svilupparlo meglio, dandogli più corpo. Cosa che onestamente credo ancora. Tornerò a dargli più respiro, se lo merita Max.

Il fetore della strada è insopportabile.
Vapori e fumi fuoriescono dai tombini e dalle griglie di metallo, unendosi allo sgradevole odore della cittadina. Un misto tra rifiuti ed escrementi si fa largo tra le narici.
Tiro su il colletto del soprabito e inclino leggermente la testa sperando invano di proteggermi.
Nel vicolo accanto, due randagi si contendono un osso spolpato di ogni carne.
Un Jack Russell con una macchia bianca sul corpo e un Labrador dal pelo marrone rovinato, assente in alcune parti, saltano e si dimenano senza freni.
Il Labrador mostra più grinta, più rabbia. Me ne vado prima che si accorgano di me.
Sento un ringhio e poi un latrato sommesso. L’incontro è finito.
Una ragazza gironzola sul ciglio opposto vicino al palo della luce, a malapena ventenne. Vestita con abiti scollati, minigonna di pelle nera e tacchi alti rossi. Attira l’attenzione. Truccata pesante ha lo sguardo perso nel vuoto, il viso impassibile.
Una macchina le si avvicina. Un sorriso avido di aspettative. Lei sale.
Finalmente arrivo a destinazione.
BLACK BLUES ‘90. Il posto dell’incontro.
Lo definirei il mio bar di fiducia, se a un uomo è concesso usare questa parola al giorno d’oggi.
Fiducia.
Molto spesso sopravvalutata, buttata nei discorsi per suscitare qualche forma di distorto attaccamento tra individui. Con il lavoro che faccio, più lo fai bene e più la perdi.
Stasera gli ospiti del pub sono due, ma nessuno di essi è il mio uomo. In lontananza, sotto una lampada arancione soffusa, la coppia si scambia tenere effusioni  nel loro primo incontro.
Lui taglio di capelli corto con la frangia alla Beatles, occhiali a doppio strato e barba selvaggia. Lei lunga treccia bionda raccolta, viso dalle guance rosse e tanti chili di troppo. Mani sul tavolo in una stretta ferrea e sudaticcia.
Lui vuole soddisfare i suoi desideri e lei il suo amore tanto atteso. Si sono trovati in una squallida e decadente parvenza d’amore. Mi fanno solo pena.
Fortunatamente della buona musica accompagna i miei pensieri. Un pezzo di Clapton sta suonando nel locale. Mi sfugge il nome. Una melodia lenta di chitarra.
Saluto André al bancone e gli chiedo il solito: un jack con doppio ghiaccio.
Non che me ne importi qualcosa che il drink sia fresco, tanto quanto avere qualcosa con cui giocare aspettando il mio aggancio.
Bicchiere di vetro con fondo rialzato. Getta i cubetti e poi mi versa due dita. Ormai mi conosce, non prova neanche a parlare. Posa la bottiglia e ricomincia a pulire.
Rimango lì con lo sguardo fisso per almeno cinque minuti abbondanti, aspettando che le increspature nel jack spariscano, poi mi decido a fare il primo sorso.
Il migliore.
Quando il bicchiere si avvicina, il forte odore penetra il naso. La durezza del nettare tocca le labbra per primo. Assaporo l’aroma e poi il grado. La freschezza del ghiaccio arriva per alleviare il colpo. Il tutto scende giù che è una meraviglia.
D’un tratto la porta si apre, il quarto ospite della serata fa il suo ingresso deciso nel Black Blues. Una ventata di fumo mi investe in pieno.
Si siede di fianco a me, il mio incontro. Un uomo sulla cinquantina con il sigaro, capelli neri pettinati all’indietro nella misera speranza di coprire la piazzola sulla nuca. Completo elegante grigio scuro con cravatta blu monocolore. Mi guarda e mi propina un sorriso idiota.
«Buonasera Max».
Chiama André e ordina un doppio whisky.
«Buonasera James. Sei in ritardo».
Tira a sé un posacenere. Passa la mano tra capelli a lisciare fantasmi passati.
«A quest’ora sono già straordinari. Io non lavoro come te ventiquattrore al giorno tutti i giorni».
«Che si dice in strada? Chi le ha prese?»
André posa il whisky.
«Nessuno le ha viste. Nessuno ne ha sentito parlare. Non è un rapimento per soldi».
Spegne il sigaro e manda giù almeno metà bicchiere in un sol colpo.
«E della spilla cosa sai? Quella trovata in camera loro».
«Già la spilla. Quello è un affare diverso. Il simbolo su di essa è dei Backers, una banda che stanzia vicino alla vecchia discarica. È un posto abbastanza pericoloso, ti conviene non andarci se non vuoi grane».
Lo guardo. Per un attimo mi sono scordato che razza di ratto corrotto sia.
James.
Nome da nobile inglese ma animo da avvoltoio desideroso di carne fresca.
«È tutto?»
«Di più non so».
Infilo la mano nella tasca interna e tiro fuori la busta. Non dovrei ma è l’unico modo per andare avanti.
Controlla scrupolosamente che ci siano tutti e poi di nuovo quel sorriso idiota.
«Sempre un piacere».
Lascio i soldi del drink sul bancone e mi dirigo alla porta.
«Non starai pensando di andare lì adesso, vero? Sarebbe un suicidio».
È girato verso di me con il whisky in mano, il leggero alone di fumo che lo permea perennemente.
Sistemo il soprabito ed esco.
La ragazza non è ancora tornata, starà lavorando tanto stanotte. Spero per lei sia in buona compagnia.
I cani sono spariti e il loro vicolo è deserto.
La puzza della città mi ricorda che la notte è appena iniziata.

Due sorelle sono sparite da casa quarantanove ore fa e io, il detective Max Gillon, ho il compito di ritrovarle.

 

Canzone del giorno: Daniel Powter – Bad Day

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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