L’appuntamento ideale – Anteprima del libro

L’APPUNTAMENTO IDEALE

Sinossi

Arturo ha preparato il suo appuntamento con la morte nei minimi dettagli. La vasca da bagno è pronta, le ultime volontà sono sul tavolo e dalle vene aperte esce sangue. Si addormenta cercando la soddisfazione finale, il famoso riassunto di una vita intera, sperando di morire. Si risveglia però in una bianca stanza d’ospedale dove, insieme a un enigmatico interlocutore, inizia il viaggio attraverso i suoi ricordi, alla ricerca dei pezzi del puzzle per ottenere le risposte perse.
L’appuntamento ideale è un romanzo che racconta quei piccoli dettagli a cui spesso diamo scarsa importanza, ma che in realtà rappresentano le basi su cui crescere. Un inno alla vita partendo dal suo punto più basso.

Capitolo I

Sapete, ho sempre pensato che avrei visto scorrermi davanti tutta la vita, prima di morire. Una musica dolce di sottofondo, il mio sguardo fisso nel vuoto e lei, che incurante delle mie condizioni, passa frame dopo frame, ricordo dopo ricordo. Un attimo che vale l’eternità. L’ho sempre immaginata come l’ultima carezza tra due amanti dopo una notte di passione. Entrambi sanno che sta per finire, ma il calore del passato scalda ancora il loro cuore. Pagherebbero qualsiasi cifra per riassumere tutta la notte in quegli attimi. O almeno è quello che credo si possa provare con il vero amore. Io non so, non chiedete.

So, invece, come essere una delusione e come non affrontarle, le delusioni. Il mancato riassunto della mia esistenza è soltanto l’ultima di tante. Come a volermi ricordare che anche invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Rimango sempre io: solo, annoiato e deluso.
Sembra triste, vero? A vederla così non potrei darvi torto. Un ragazzo-uomo di ventitré anni che si abbatte sulle prime pagine del suo libro. Smetterei di leggere anche io. Invece non dovreste arrendervi, perché la storia è tutta in salita, ma che spettacolo una volta in cima.

È un sabato sera come altri. Mi sono organizzato abbastanza bene. Ho apparecchiato il mio appuntamento con la morte con premura, facendo valere tutti gli anni di ragazze e conti salati. L’acqua nella vasca è calda il giusto, da dare il colpo al primo tocco, coccolandoti poi per il proseguo del bagno. Le mie ultime volontà sono piegate sul tavolo della cucina, con di fianco la descrizione del mio funerale. How to save a life dei The Fray è la canzone scelta per salutarmi. Per quanto il titolo dica il contrario, l’ho sempre ascoltata durante i periodi più tristi. La tradizione non si può rompere. Il profumo di pino selvatico avrebbe riempito il mio cammino, mentre con le braccia disegno cerchi rossi sott’acqua. Sarei stato lì ad aspettare la morte e me ne sarei andato all’opposto di com’ero venuto: pulito, profumato e sereno. Risparmio i dettagli sanguinolenti dell’operazione. Basti sapere che non è doloroso come si può pensare. Una volta passato l’ostacolo della prima incisione, è tutta in discesa. È come quando assaggi un cibo nuovo dall’aspetto raccapricciante, per poi scoprire che il gusto non è come l’aspetto. Mai giudicare un raccolto dall’inverno, diceva mio nonno. Se la metafora è permessa, direi che nel freddo della mia vita avevo giudicato la morte come qualcosa di doloroso. Per questo ho cercato di attenuarne le fitte il più possibile, per poi scoprire quanto fosse dolce, vicina, a portata di mano, di lama. Ero troppo abituato a vederla come un traguardo lontano, freddo e oscuro per capire che in realtà poteva essere dietro l’angolo, nella vasca di casa. D’altronde c’è morte dappertutto, non è mai stata relegata in lontani campi di battaglia. La morte bussa alla porta mentre facciamo il bagno. Così voglio andarmene. Con l’acqua che si colora di rosso, il profumo che mi riempie il petto e il riassunto cinematografico della mia vita che mi scorre davanti agli occhi. La mia personale bomba da bagno, senza schiuma o effervescenza, davanti a uno schermo immaginario. Mai avere aspettative, puntualmente vengono deluse, diceva qualcuno. Io sono lì infine, in attesa di finire, guardando il fiore disegnato sulla piastrella di fronte a me. Le pareti del bagno sono rivestite con lo stesso motivo per tutta la parte inferiore. Una tempesta di fiori mi circonda e fisso quello che sta a pochi centimetri dai miei piedi. Un fiore bianco da cui si snoda il gambo, il suo rampicante vorticoso, a formare la cornice della piastrella. Ho imparato ogni linea, ogni imperfezione di quel fiore, nell’attesa di sentire bussare alla porta. Non si comprende quanto lento scorra il tempo finché non si aspetta qualcosa. Aspettare il piatto al ristorante, aspettare il suono della campanella a scuola, aspettare la ragazza sotto casa, aspettare di morire.

La noia uccide più della spada.

Io sono lì, in attesa del mio film, in attesa di un ultimo sorriso e, invece, niente. Aspettare senza traguardo è tortura. In un primo momento, quando ormai le braccia sono aperte e il fiume rosso fluisce, ho un ripensamento, un fugace momento di codardia. Sono spaventato, non lo nego, perché c’è una differenza abissale tra il voler morire e il morire. La prima è una sensazione che si aggira nella testa, qualcosa di aleatorio, affascinante nel mistero che conserva; la seconda invece è una strada in discesa senza retromarcia, che una volta intrapresa conduce alla fine della via. In quell’attimo di ripensamento posso ancora aprire la porta, evitare che venga bussata e tornare ad accarezzare l’idea, senza mai gustarla a pieno. Molte volte l’immaginazione è meglio della realtà. Eppure, sono coraggioso. Metto in pratica anni di indottrinamento macho e mi comporto come si addirebbe a un uomo. Affronto le conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, delle mie ferite. Non nego che la comodità e la pigrizia giochino un ruolo importante nel non alzarsi dalla vasca. Accettata definitivamente la scelta del piatto, appoggio la testa contro il bordo della vasca, i capelli bagnati contro la ceramica bianca e gli occhi al soffitto. Non si fa mai caso al soffitto di una stanza se non quando si hanno problemi, dubbi o noia da smaltire. Si osserva senza guardare e, alla fine di tutto, ci si abitua. Ma quando sono lì, con lo sguardo al cielo e niente da fare, allora la testa inizia a lavorare. Non avviene però la magia del riassunto che tanto avevo sognato. Sono io che devo sforzarmi di pensare, di scrivere il mio tema. Forse non è il modo giusto, forse ho troppa vita in me per morire. Dovrei provare qualcosa di più improvviso, qualcosa che non sia un menù completo, ma che vada direttamente al dessert. Mi ci vorrebbe un bell’incidente, ma ormai è troppo tardi per cercare sotto una macchina. Accantono l’ennesima delusione autoinflitta.

Attendo. Attendo il fastidio della posizione che cresce, il calore dell’acqua che svanisce, la vasca che diventa tempera rossa. Attendo l’intorpidimento dei muscoli, la perdita di sensibilità alle estremità, il freddo dei capelli appiccicati alla ceramica. Attendo il richiamo, il riassunto, la mia soddisfazione. Attendo invano. Anche poco prima di chiudere gli occhi non c’è nessuna immagine che mi torni alla mente. Nessun bambino che corre felice dietro una palla, nessuna lezione di vita seduto sulle ginocchia di papà, nessuna frase romantica sussurrata sul cofano di una macchina. Solo il vuoto della noia, un ragazzo-uomo nudo e un turbine di fiori disegnati sulle mattonelle. La vista va sempre più offuscandosi, restringendo il campo e l’attenzione. Pian piano perdo le pareti circostanti, poi i bordi della vasca, fino a riuscire a distinguere chiaramente solo la piastrella iniziale, quella di fronte a me. Tutto il resto è appannato, come in una foto dove il paesaggio alle spalle è indistinto, mentre il soggetto in primo piano è perfettamente messo a fuoco. Il primo fiore è il mio soggetto. È un fiore dai petali bianchi. Da insignificante in mezzo a molti, ora mi sovrasta, come un giudice troneggia sul criminale alla sbarra. È bianco come il colore della virtù da cui sono sempre fuggito, protetto da radici di pietra che formano mura naturali alle sue spalle. È sottile, dal gambo fragile in un territorio in cui non avrebbe motivo di esistere, e mi ricorda la leggerezza con cui affronto le conseguenze delle mie azioni. Quel fiore sta lì a pochi centimetri da me, così dannatamente fuori luogo da risultare affascinante. Il mio sguardo rimane sull’attenti aspettando che la forza nera faccia il suo dovere. Quel fiore, ultimo giudice in terra di un criminale che l’ha sempre fatta franca. Dunque, nel momento finale anche io avrò il mio processo. “Di divina beltà”, come direbbero i poeti, quel fiore avrebbe assistito al mio giudizio. E come lui, alla fine sarei sbocciato, mi sarei aperto al mondo in un rosso intenso, rinunciando alla vita, sperando di poter mostrare la mia bellezza, di poter spargere il mio profumo. Io e il fiore. Rosso e bianco. Morto e vivo. Questi sono i miei ultimi pensieri prima di chiudere gli occhi, prima di salutare la grande platea. Niente scorrere della vita sul finale, niente illuminazione viscerale, niente ricompensa a fine serata. L’appuntamento ideale non esiste.

Il risveglio è la sorpresa che mi delude di più. D’altronde è l’ennesima sconfitta in cui sono dimostrato un perdente di qualità. Sono ancora vivo, brutta giornata per me. La luce del giorno entra dalla finestra, mettendo a nudo il pulviscolo dell’aria per tutta la sua traiettoria. Un sole primaverile pittura il paesaggio. Il profumo di pino selvatico è scomparso, sostituito da un neutro odore di pulito, insignificante, senza carattere. Non sono più nudo e non mi trovo più in bagno. Sono stato portato in ospedale, medicato. Il fiore mi ha lasciato andare, ma non il suo colore. Le tende, le lenzuola, le pareti, il camice, i cerotti, le bende sono della stessa tinta. Il bianco ha vinto la morte e adesso domina la mia vista. Sono debole, stanco senza aver corso, con la gola secca. Le braccia all’altezza dei polsi mandano fiammate di avvertimento, urlano il loro disappunto allo stupratore. Sento le strade rosse sotto i bendaggi, ancora vive, ancora fulgide. Riesco a vedere le linee, come autostrade di morte, seguendo il percorso del dolore. La ricompensa del fallimento. Sono solo. Nessun genitore, nessun amico, nessuno come in quel bagno, e stranamente, nessun rumore. Il silenzio del risveglio è ovattato da una sensazione quasi onirica. Sono sveglio, ma allo stesso tempo sto ancora dormendo. Dalla finestra intravedo un paesaggio agreste, coperto parzialmente dal ramo di un grosso albero. Le foglie sono di un vivo primaverile, mentre in lontananza il campo risplende nel verde smeraldo, come le colline su cui mi divertivo quando andavo a trovare i nonni. Un’infanzia di risate fa.

I rumori di fondo dell’ospedale sono spenti. Non ci sono infermieri che passano tra le stanze, medici che fanno il giro di controllo, macchinari che gettano rumori sconosciuti o voci caotiche a mischiarsi. In quel momento esisto solo io e nessun altro. È come se fosse il mio ricordo sfuocato della vita, e io lo sto vivendo in un letto di ospedale. A trarne le somme si potrebbe dire che io sia troppo stanco per vivere, ma non abbastanza in forze per morire, e questa cosa non mi molla. La vita non mi lascia andare, nonostante abbia gettato la spugna. Quanto oltre può continuare a pestare un avversario già finito al tappeto? Non c’è arbitro che si metta in mezzo, un asciugamano che venga lanciato, un allenatore che volti lo sguardo ad aiutarmi. Che qualcuno mi lasci andare, dannazione. Se prima ero stanco di vivere, ora sono stanco e basta. A terra, sanguinante, con i guantoni sfregiati, contro un avversario che è campione della sua categoria: la vita. Avrei dovuto impegnarmi di più, scegliere in modo più accurato la dinamica, ma le considerazioni corrette arrivano sempre dopo. Non so che fare per uscire da questa situazione, come affrontare delle conseguenze che non ho messo in conto. Avrei dovuto spiegare a tutti il motivo del mio gesto, e questo è il peggio. I loro sguardi, i loro giudizi, la loro pietà mi avrebbe fatto più male delle ferite della vasca. Questo è quello che mi angoscia di più. Sono lì a rimuginare su ogni possibilità, quando senza alcun rumore ad annunciarlo, qualcuno bussa alla porta. È il primo suono dal risveglio che non sia il mio respiro. La porta si apre piano. Ho un ospite.

 

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