La signora: l’ultimo caso della giornata 3/5

La signora è il terzo racconto dell’indagine del detective Max Gillon. Dopo aver fatto un buco nell’acqua alla discarica il protagonista ritorna sul luogo del rapimento e prova ad estrapolare nuove informazioni che magari gli erano sfuggiti in precedenza.

 

Berxon. Un tranquillo quartiere di periferia dove ogni villetta parrebbe uguale.
Come fosse un film di Burton inizio anni Novanta. Surreale, dai colori accesi e con giardini che rappresentano motivo di sfida nel vicinato.
Il numero 7 è la mia destinazione. Un sentiero di roccia mi conduce fino all’entrata.
Il campanello è lungo, su due tempi e con un’intonazione dolce.
Viene ad aprirmi la padrona di casa.
La signora è sulla sessantina, capelli raccolti e perforati da uno spesso ago di legno. Indossa una veste da notte color azzurro. Il viso è stanco e cadente. Dorme poco e pensa troppo.
«Buongiorno signora. Scusi per l’orario fin troppo mattutino. Posso?»
Mi tolgo il cappello ed entro.
Il salone a prima vista è largo e pieno di vita sugli scaffali. Pochi secondi e la situazione attuale mi schiaffeggia senza possibilità di remora.
C’è un odore stantio, di chiuso. La polvere aleggia pian piano tra le griglie di luce che entrano dalle finestre e un disordine sciatto regna per tutta la sala.
«Vuoi un caffè?» si sforza la signora.
«Già preso grazie. Sono qui per controllare la stanza».
Un leggero assenso e mi lascia andare al piano di sopra.
Tutto è come era due sere fa, quando fummo chiamati anche se la situazione era diversa.
Le luci delle macchine si riflettevano sulla casa. I ragazzi prendevano le testimonianze della coppia. Abbracciati l’una nell’altro mentre le lacrime di lei coprivano le parole sicure di lui.
Situazione diversa, ma io mi ritrovo sempre allo stesso punto. Di nuovo qui senza aver fatto un passo nella direzione giusta.
Nessun indizio nella stanza. È confusionaria come dovrebbe essere quella di due bambine che regnano tra i giocattoli. Nessun segno d’effrazione alle finestre né alla porta. Nessun segno di lotta. Eppure è qui che ho trovato la spilla. Lancio un ultimo sguardo. Niente.
Sento la porta d’ingresso sbattere. Deve essere rientrato il marito. Scendo.
Sta lì stramazzato sul divano. Un sessantenne con il bastone posato alla sua destra. Respira affannosamente.
È un uomo di casa e allenato, a cui piace tenersi in forma, nonostante l’età lo avrebbe relegato al connubio sedia-televisione.
«Buongiorno». Mi avvicino e gli porgo la mano.
Senza lasciare la comodità del divano la stringe. Scivolosa e rugosa, ma dalla stretta forte.
Il viso, come quello della consorte, è stanco e rivela disinteresse per tutto ciò che lo circonda.
Aspetto che torni la signora prima di metterli al corrente delle indagini.
Si siede a due cuscini di distanza dal marito. Sguardo basso.
Avranno litigato. È normale in situazioni del genere. I nervi, le crisi, la necessità di trovare un colpevole. Il tutto miscelato nell’ansia dell’attesa. È letale anche per il più saldo dei legami.
Li ragguaglio su tutto quello che ho scoperto. Le falsi voci e le possibili piste non sono abbastanza ma da copione vanno dette. Cambia poco.
Gli racconto la mia visita alla discarica. Leggermente edulcorata dalle parolacce e dagli atti commessi. Un leggero sobbalzo al cuore e poi ritornano in quello stato d’animo d’apatia e dolore.
Non fanno domande perché non vogliono sentire le risposte. O ne hanno sentite fin troppe volte. Sono semplicemente stanchi.
Capisco chiaramente quando è giunto il momento di levare il disturbo.
Saluto con il cappello ed esco. Un gesto cortese a una coppia affranta.
Andandomene, coltivo la speranza che la vista di un uomo che combatte per loro possa dargli il coraggio di aspettare e la forza per resistere. Ma per quanto uno combatta, se non ha il giusto obiettivo la battaglia è persa in partenza. E io brancolo completamente nel buio.
Guardo verso le case del vicinato. Villette a due piani con giardino in fronte e garage a lato.
Cambiano i colori ma la base è la stessa, solo poste specularmente.
Secondo le informazioni passatemi dagli agenti, nella casa di destra abita un’anziana signora senza figli, in compagnia solo del suo fidato pastore tedesco. Non ha visto né sentito niente.
Quando sono state rapite dormiva e, se anche così non fosse, mi riesce difficile credere che una donna piegata dagli anni e con un bastone al seguito sia riuscita a intrufolarsi in casa, senza essere sentita, e portare a braccio due pesi da venti – trenta chili ciascuno. Improbabile.
A sinistra invece tutto un altro paio di maniche.
Giovane coppia trasferitasi a Berxon da pochi mesi. Fresca di matrimonio e pronta a incominciare la vita insieme.
Lui è un impiegato di banca mentre lei insegna lingue al liceo della cittadina.
Secondo le loro dichiarazioni dormivano quando è avvenuto il rapimento.
Mi dirigo verso la loro porta. Suono il campanello e attendo.
Mi hanno detto che lei è particolarmente bella.
Non che possa centrare qualcosa ma, come avrebbe detto il vecchio Freddy, è quel famoso valore aggiunto che allieta la giornata.
«Se devi interrogare una persona per ore, meglio che sia donna e che sia bella».
Me ne sparava almeno una decina al giorno di queste massime. Mi è spiaciuto quando è andato in pensione. Alla sua festa di addio si era dilungato un’infinità su vecchie glorie, prima di decidersi a tagliare la torta e far iniziare i festeggiamenti.
Attendo un minuto abbondante prima di concludere che la casa è vuota.
La stanchezza della nottata inizia a farsi sentire e anche la lucidità inizia a scemare. Tornerò.
Ora un divano e una doccia gelata dovrebbero rimettermi al mondo.
E a seguire un caffè. Nero, amaro e fumante.
Diamine a questo caso manca decisamente un po’ di caffè.

Sono il detective Max Gillon. Due piccole sorelle sono sparite da più di cinquantacinque ore e il mio compito è ritrovarle.

 

Canzone del giorno: Fun.: Some Nights

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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