La Maschera

La Maschera è un racconto che ha origine da un incontro in un bar, con un mio amico che non vedevo da tempo. L’impressione, il suo bel viso ma dagli occhi spenti mi hanno portato a scrivere queste righe.

 

Ero seduto al bancone di un bar in periferia quando la vidi.
Rigiravo tra le mani la birra da sessantasei con quello che ne restava all’interno. I fumi di sigaretta del locale mi contornavano la testa in un dolce alone ricattatore. Avevo smesso da cinque anni ma la tentazione di poter ricominciare era sempre lì. Forse era per questo che andavo in posti del genere, alla ricerca della possibilità di ricascarci. Posti che mi dessero la possibilità di farmi, di assaporare quell’atmosfera che un tempo adoravo. Stavo lì da più di un’ora, solo.
Il vecchio al bancone aveva provato ad attaccare bottone, ma non aveva trovato aiuto da parte mia. Aveva sbuffato con evidente disapprovazione ed era tornato alle sue faccende. Non era suo interesse combattere quella battaglia più del dovuto.
Come stavo dicendo, ero seduto al bancone la prima volta che la vidi.
Entrò accerchiata da tre belle presenze, due donne e un uomo. Erano vestiti di tutto punto, pettinati alla giusta maniera, con una lucentezza abbagliante addosso. Sapevano portarla l’eleganza e lei se ne fregiava proprio nel mezzo.
La maschera.
Calzava un paio di scarpe stringate nere, saliva su con un pantalone morbido grigio per poi culminare con una camicia bianca aperta al secondo bottone. La pelle era liscia, rosea e perfetta. I capelli, biondo sole, cascavano lunghi all’indietro, e lì stavano una volta modellati. Era la maschera di un bell’uomo sulla trentina.
Era ben fatta, più di molte che trovi a teatro e dipinte di colori sfarzosi, curata in ogni minimo dettaglio, dal vestiario al portamento, dalla parlata all’aspetto. Davvero una bella maschera, ma che delusione scoprire che soffriva del loro solito difetto: per quanto fosse ben realizzata lasciava sempre intravedere lo sguardo dell’attore. E quando lei mi passò di fianco, io le vidi attraverso, vidi i suoi occhi: neri, spenti e vuoti. Uno sguardo stanco, di chi si è arreso e non ha più voglia di combattere. Mi colpirono molto quegl’occhi perdenti perché poco più sotto si scontravano con uno splendido sorriso. Bianco e con una carica impareggiabile, uno di quei sorrisi per cui e con cui affronteresti il mondo. Una contrapposizione così forte da scuotere chiunque avesse avuto l’attenzione a notarla.
Gli occhi dell’attore contro il sorriso della maschera.
Durò pochi attimi quell’incrocio, poi lei si sedette al tavolo e si calò nella parte del bell’uomo sulla trentina.
Rimasi lì a fissare lo sfarzoso quartetto per diversi minuti e lo spettacolo mi piacque. Non c’era che dire, era davvero bravo come attore. Conduceva i discorsi prendendo per mano gli altri e alla fine chiudeva sempre con la giusta battuta. A immergerti nei suoi dialoghi ti saresti volentieri lasciato cullare dal tepore delle sue parole. Avresti applaudito al suo inchino e saresti rimasto sulla sedia in attesa del bis.
Era davvero bravo come maschera, ma non riuscivo a togliermi dalla testa quegli occhi.
Era un ottimo attore ma come uomo faceva schifo.
Dal basso della mia astinenza da fumo, della mia birra stantia e della mia rozzezza sarei volentieri andato a sedermi a quel tavolo. Mi sarei puntato esattamente di fronte a quell’attore, con il mio sguardo fisso nel suo e gli avrei detto: “Senti amico, per cinque minuti fammi un favore, togliti quella maschera e parliamo”.
Volevo vedere il suo vero Io, quello che nascondeva ai più e liberava solo dentro le mura di casa, nel retroscena della sua vita. Mi sarebbe piaciuto vedere se, tolti tutti quei vestiti pomposi e quella cura maniacale, non avrebbe potuto condividere una birra al bancone con me, anche lui avvolto dall’odore di una sigaretta andata.
Gli avrebbe fatto bene far respirare il suo vero viso, alleggerirlo di un peso che non gli è mai appartenuto ma che ha scelto di indossare, gli avrebbe fatto bene liberarsi dalle preoccupazioni che rendevano quello sguardo così stanco, gli avrebbe fatto bene riposarsi per poi tornare a combattere.
Ma … cosa volete che ne sappia io. D’altronde non sono che un ubriacone con fantasmi di dipendenza da nicotina che quotidianamente tornano a infestare la sua testa. Non sono che un uomo che si ritrova la sera, solo, in un bar a pregare che la birra non finisca troppo velocemente perché ha paura a tornare a casa.
Cosa volete che ne sappia io di cosa davvero vuole un uomo, un attore o una maschera.
Sono solo uno che in un bar ha incrociato una bella maschera e si è soffermato un po’ troppo ad ammirarla. Chissà che non sia l’intera faccenda una rappresentazione e io sia soltanto uno spettatore che ci è cascato. Spero per quell’attore che sia così, altrimenti la sua vita sarebbe davvero triste. Che pessimo giudice che sono.
Uccido la birra, la poso sul bancone e abbandono i fumi tanto amati.
Si torna a casa.

 

Canzone del giorno: Bruno Mars – Locked Out Of Heaven

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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