La locanda: il cacciatore di taglie 2/6

La locanda è il secondo episodio del nostro cacciatore di taglie, sempre al lavoro, ma concedendosi qualche libertà.

La locanda

Aspiro.
Il sapore è acre, leggermente crudele a primo acchito per poi sciogliersi in una nuvola di candore esotico. È terra straniera nella mia bocca. Mai toccata, mai esplorata ma sono pronto per la conquista.
Trattengo.
Fisso l’erba infuocata tra le mie mani, protetta da un leggero foglio secco. Lava bollente mista a cenere che emana ondate di fumo. Un vulcano poco più lungo del pollice.
Chiudo gli occhi e assaporo.
Si insinua in me come una febbre vorace desiderosa di sbattermi a letto. La mia bocca brucia.
Espiro.

«Diamine amico, sei stato il mio salvatore prima» dice Jacob con un sorriso stampato su quella faccia sottile.
È piccolo Jacob. Avrà poco più di una ventina d’anni, mingherlino, qualche pelo sporadico a chiamare barba e una pettinatura disordinata che non si è dato preoccupazione di curare.
È sorridente Jacob. Ha appena evitato una nottata di dolore e sangue ad opera di un bestione seduto tre tavoli più in là. Poche parole sbagliate l’hanno cacciato in una brutta situazione e poche parole giuste l’hanno salvato.
È riconoscente Jacob. Non solo mi offre da bere, ma d’improvviso estrae dalla giacca una piccola scatola in legno. Sistema una foglia secca sul tavolo e scoperchia lo scrigno del tesoro. Inizia a pescarne il contenuto e a rilasciarlo sulla foglia in una nevicata profumata di esotico. Spande con arte i filamenti senza perderne un singolo color verde o marrone.
Mi guarda e sorride.
Prende il cumulo tra le dita e inizia a modellarne la forma con un gioco indice-pollice che ha del meticoloso. Il suo sguardo è rapito dal suo lavoro. Si è allontanato da tutto ciò che lo circonda e stiletta deciso il suo operato. Né troppo forte, né troppo debole.
Raggiunge la forma cercata e la porta alla lingua. Un’unica passata da sinistra verso destra e poi chiude. Con un sorriso macchiato dalla noncuranza presenta l’opera cilindrica.
«Mai provata vero? Si vede. Ti piace?» chiede desideroso.
«Non male» rispondo ricordandone ancora il gusto.
Torno a baciare il piccolo vulcano.
«Mio padre diceva sempre che se qualcuno è gentile con te, tu hai il dovere di ricambiare» dice «e tu mi hai evitato un incontro ravvicinato con Fester e i suoi pugni. Davvero non sa accettare la verità quel tipo».
Gli effetti dell’erba di fuoco iniziano a farsi sentire. I muscoli si rilassano, i fasci si allungano e la fatica del giorno va ad accomodarsi qualche sedia più in là. La lingua si scioglie.
«Ci sono uomini che sanno vedere e uomini che rimangono ciechi anche davanti all’evidenza» dico indicando il bestione con la birra in mano «quello mi sembra più del secondo gruppo».
«Rossella non lo ama. Non l’ha mai amato e lui non si rassegna. Ho provato a dirglielo in modo gentile ma non capisce».
Riporto l’attenzione su Jacob. «Tu capiresti?»
Alza le spalle a lasciare andare la domanda senza rispondere e butta giù un bel sorso delle sua bevanda.
Si rilassa sulla sedia e pian piano gli emerge sulla faccia un gran sorriso soddisfatto.
Mi lancio nel terzo tiro.
«Scommetto che uno come te non ha mai avuto problemi di donne. Mi sembri il tipo a cui non è necessario chiedere per avere. E se chiede ottiene, sbaglio?» dice accompagnando le parole con il suo sorriso soddisfatto.
D’improvviso dolci note del piano irrompono nelle chiacchere della locanda. Con calma, in punta di piedi, il primo tasto va a risvegliare la corda nascosta e richiama l’attenzione dei più. Il secondo tasto si prodiga in un decoroso inchino e dal terzo in poi decide di unirsi alle conversazioni, tutte le conversazioni. Si insinua nel sottofondo, tra le parole e i versi, a condire l’atmosfera con la sua musica.
Chiudo gli occhi nella speranza di farmi rapire dalla melodia. Inspiro. Li riapro quando capisco che non me ne andrò tanto presto da questo tavolo, non prima di aver preso ciò per cui sono venuto.
«Sbagli. Tempo fa c’era questa ragazza, Gabriela. Ero poco più giovane di te all’epoca, e lei era più grande di almeno cinque anni. Aveva lunghi capelli neri dal profumo selvaggio, del tipo che quando si metteva controvento potevi tranquillamente capire a quanto distasse senza vederla. Aveva un pelle bruciata dal sole ma dal sapore dolce. Gli occhi erano verdi, chiari, come uno smeraldo con un velo di polvere. Vivevo in una piccola cittadina e tutti ne andavano pazzi. Non c’era maschio sano di mente che non avesse desideri lussuriosi nei suoi confronti. La prima volta che la vidi fu in una locanda come questa. È stata il mio primo amore».
Jacob si era ricomposto. Le spalle puntate verso di me, le braccia incrociate sul tavolo e il suo sguardo diretto alle mie parole.
Mi prodigo nel quarto assalto alla lingua infuocata.
«Non avevo ancora capito come fare con le donne, e forse non l’ho ancora capito, ma sicuramente ai tempi ero un pivellino senza esperienza. Lei era una leonessa fiera e cacciatrice. Puoi immaginare come potessi apparire ai suoi occhi: un pezzo di carne da spolpare muscolo dopo muscolo, nervo dopo nervo e da cui poi succhiare bene la cartilagine molliccia».
I denti gialli di Jacob risaltano tra i fumi dell’erba. Il suo sguardo è acceso di curiosità.
«Eh?»
«E sono diventato matto. Scattavo ad ogni suo più flebile segnale come una corda di chitarra ben tesa. Si acquattava nell’erba alta della savana che era la cittadina e io, la sua preda, non percepivo neanche il pericolo. Quando i suoi denti mi squarciavano il collo avevo ancora il sorriso di chi ignora. La odiavo per quel suo modo di fare, per quel suo modo d’essere. E più cercavo di scappare, più cercavo di allontanarmi e più quando tornavo, perché sì tornavo, la sua morsa su di me era più salda. Solo dopo che sparì capii che l’amavo per lo stesso motivo per cui la odiavo: per quel suo modo di essere».
Jacob uccide il liquido ambrato nel suo boccale e con la manica destra si pulisce le labbra umide.
«L’hai più rivista?»
La piccola eruzione nelle mie mani è giunta alla fine. La cenere domina più della fiamma e anche la mia serata sta per spegnersi. Mi manca ancora un ultimo tiro per poi andare a coricarmi.
«Nei miei sogni sempre. Ne sono rimasto scottato e quella bruciatura non si dimentica».
«Scommetto che viaggi perché la stai cercando, vero amico?»
«Viaggio si». Ficco la mano nella tasca del soprabito a cercare il manifesto. «Cerco anche a dirla tutta». Srotolo il pezzo di carta sul bancone dal lato del ritratto. Carboncino nero su uno sfondo bianco sporcato dalla polvere. «Ma non lei».
Il sorriso di Jacob scompare quando a guardare il manifesto di taglia vede una sua immagine mal disegnata, come se tutta la locanda in quel momento si fosse zittita. Si tocca il naso, evidentemente caricato dal pittore, e alza lo sguardo disorientato verso di me. Sembrerebbe volermi dire che non è lui, che non può avere quel naso e che a dirla tutta hanno fatto proprio un pessimo lavoro nel disegnarlo, ma non dice niente. Sta zitto sperando che quel manifesto di taglia non sia il suo e che qualcun’altro nella locanda lo aiuti stavolta.
È finito Jacob.

 

Canzone del giorno: Allergic – Post Malone

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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