La discarica: l’ultimo caso della giornata 2/5

La discarica è il secondo racconto dell’indagine del detective Max Gillon. Dopo aver ottenuto una pista sul rapimento delle due bambine si dirige verso il luogo omonimo del titolo. Il cervello lascerà il passo ai muscoli in questo racconto.

 

La recinzione arrugginita della discarica traballa al minimo soffio di vento.
Un cartello, con uno sbiadito cerchio rosso su campo bianco, è gettato tra erbacce, bottiglie di birra vuote e rifiuti.
Due sono le “guardie” poste all’entrata della vecchia discarica.
Vestono con abiti logori: un misto di jeans, pelle e metallo.
I capelli hanno forme innaturali, le facce sono dipinte con colori scuri a tratti spaventosi e nel vedermi arrivare sfoggiano un ghigno giallo e sdentato.
Mi guardano dall’alto in basso, con lo sguardo di chi ha incontrato una preda ferita.
Riconosco appuntata su ognuno di loro la spilla che è stata trovata in casa delle due bambine.
Mi intimano di fermarmi, di andarmene, che questo è il loro territorio.
Mi chiamano vecchio, stupido, palle mosce.
Tiro fuori il distintivo. Gli insulti si calmano e il sorriso strafottente sparisce dal loro volto.
«Voglio parlare con il vostro capo. Portatemelo qui e chiuderò un occhio su qualunque cosa voi facciate lì dentro».
Si guardano perplessi. Non sanno cosa fare. Poi il timore prende il sopravvento ed entrano in una delle baracche della discarica.
Funziona sempre così. Oggi come allora.
In qualsiasi banda o gruppo c’è un leader, una persona che tutti prendono a modello. Qualcuno che inconsciamente riconoscono essere superiore e si mettono al suo servizio.
Poi vengono i bracci destri, le persone di fiducia del capo, quelli che in sua assenza spadroneggiano. E infine viene la vera e propria banda, quell’ammasso informe di pecore che obbedisce ciecamente alla volontà del singolo pensando che sia la propria.
D’un tratto un rombo di più motociclette interrompe i miei pensieri e mi fa voltare.
Entrano nel grosso spiazzo in massa circondandomi in poco tempo.
Ventitré motori fiammanti accesi, ventitré fari puntati su di me, ventitré tipi tosti armati di catene, mazze e coltelli…ventitré problemi.
Riporto il mio sguardo all’entrata e inizio a sbottonare il soprabito.
Dietro quelle forti luci cominciano a punzecchiarmi: ridono, mi minacciano e mi scherniscono.
Eppure nessuno di loro entra nel cerchio, loro sono le pecore.
Il pastore spalanca poco dopo le porte.
Alto più di due metri con un fisico grosso e allenato.
La testa è priva di ogni capello, al suo posto una moltitudine di tatuaggi la fanno da padrone.
Indossa un piccolo gilè nero con le borchie ai bordi.
Dietro di lui lo seguono i due piccoli clown di prima e un’altra decina di persone.
Il tutto per un totale di circa quaranta avversari. Sembrano tutti sotto i vent’anni, tutti tranne il capo. La mia unica fortuna e il mio biglietto d’uscita.
La sua voce è tonante. Dal timbro grave e dall’intonazione quasi metallica.
Inserisce ogni tre parole un dispregiativo o un insulto. Vanno per la maggiore “ossa”, “costole” e “rotte”.
La banda inizia ad incitarlo. Lo inneggia a dio del combattimento.
Indossa i guanti. Le nocche si gonfiano più del dovuto.
Lo avverto che se continua con tale atteggiamento si ritroverà in grossi guai.
Sputa ai miei piedi.
Lascio cadere il soprabito e inizio ad arrotolarmi le maniche della camicia.
Le cicatrici del passato tornano a farsi vedere sulla pelle.
L’atmosfera si fa sempre più carica di urla e versi animali, si satura di violenza.
Ed ecco che scatta…china leggermente il busto e carica a testa bassa.
Un gigantesco ammasso di carne che ha sempre fatto leva sulla sua mole e forza.
Un gigantesco idiota.
Di rimando lo affronto e a pochi passi da lui finto a destra.
Mollo un calcio alla sua tibia sinistra e, come mi aspettavo, cade in avanti.
Il nero dei tatuaggi si sporca del marrone della terra.
Impettito si rialza. Una grossa escoriazione sulla guancia aggiunge un po’ di rosso.
Gli occhi dilatati e furiosi, respira pesantemente. Se fossimo in un cartone animato uscirebbero nuvole di fumo da quelle narici.
Accorcia la distanza tra noi ma stavolta con più attenzione.
Jab destro e poi prova quello che potrebbe ricordare un gancio di sinistro, lento e prevedibile.
Non posso però prolungarmi troppo. Devo instillare incontrastato terrore e rispetto negli occhi degli altri, solo così potrei avere una minima chance di averli in mio potere.
Sferro un pugno al fianco destro, il tronco si piega e punto alla mandibola.
Deciso e preciso. Sento le ossa rompersi e vedo gli occhi sparire fino a diventare bianchi.
Crolla.
Un gelido silenzio di paura pervade la folla raccolta per assistere al mio massacro.
Tiro fuori la spilla da una tasca del soprabito e la alzo al cielo.
«Questa spilla è vostra. È stata trovata in una casa a Berxon dove due bambine sono sparite l’altra notte. Chi sa qualcosa si faccia avanti o passerò ad altre maniere».
Questo è il momento decisivo.
Il momento in cui le pecore devono scegliere: ribellarsi o accettare il nuovo pastore.
Si avvicinano un paio di loro, chiedono di vedere la spilla e come speravo si sono piegati.
Interrogo ognuno di loro e poi passo ad altri, scoprendo ben poco. Le spille sono personalizzate, fatte su misura da un negozio straniero che poi le spedisce nel nostro paese. Niente di più.
La realtà è ben diversa dalle mie supposizioni.
In fin dei conti sono solo ragazzini spaventati che giocano a fare i duri, in fin dei conti non posso essere stati loro, in fin dei conti sto solo perdendo tempo qui.
Tiro su il colletto e mi lascio la discarica alle spalle.
Ricontrollerò di nuovo la casa. Qualcosa potrebbe essermi sfuggito.

Sono il detective Max Gillon. Due piccole sorelle sono sparite da più di cinquanta ore e il mio dovere è ritrovarle.

 

Canzone del giorno: George Ezra – Budapest

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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