Io, il paesaggio di me stesso

Mi ritrovo a correre verso l’Idroscalo . Il vento e il cielo preannunciano tempesta.
Al fianco Tia che continua a lamentarsi della pessima scelta fatta.
Incrocio un sacco di esuli in direzione opposta. Mi sento un po’ come un salmone che va contro corrente, ma non importa.
Ho deciso di andare a correre oggi e niente mi farà desistere. Né le copiose lamentele, né le pungenti gocce che pian piano iniziano a scendere e neanche il vortice grigio di nuvole che si annida all’orizzonte.
Ho troppi pensieri per la testa.
É una di quelle giornate che iniziano leggere, ma che inesorabilmente vengono riempite di problemi e diventano pesanti.
Quando accade, ho scoperto una cura fantastica: indosso una tuta e vado a correre. Dopo una buona oretta di fatica e affanni, mi ritrovo sempre stanco e libero da ogni peso.
Ecco perché oggi andrò a correre.
Di solito ci vado io da solo, ma da un po’ di tempo mi accompagna Tia. Un ragazzo più piccolo di me con cui non ho mai avuto un grande feeling, niente in comune se non il nome. Età diversa, compagnie diverse, amici diversi.
Una persona con cui non legheresti mai, ma che grazie ad una coincidenza, un imprevisto o, come piace pensare a me, il tocco del destino, si incontrano e scoprono di avere molte cose in comune.
Ecco perché oggi andrò a correre con Tia.
Man mano che ci avviciniamo alla destinazione, le poche persone ancora visibili son sempre più lontane, mentre le scure nuvole sono sempre più vicine.
«Seriamente ripensaci, sento già gocciolare e questo vento non fa che aumentare».
«Dai Tia, vedrai che saranno quattro gocce. Un classico temporale estivo».
Appena varchiamo il cancello che segna l’inizio della nostra corsa, il tempo inizia a farsi sentire.
Pesanti e fragorosi tuoni ci allertano. Fulmini da ogni dove dominano il cielo. Le nuvole si raccolgono sempre più annerite.
La preoccupazione che non sarà una corsa tranquilla diventa certezza.
E infatti all’improvviso, come quando si apre un rubinetto, un ammasso d’acqua e violenza si scatena su di noi. Gli alberi iniziano a muoversi in una danza irregolare. Il lago, per la prima volta agitato da che io ricordi, viene colpito da un mitragliatore acquatico che ne cambia le forme.
I vestiti sono i primi ad arrendersi, diventati completamente fradici dopo poco meno di cinque minuti. I capelli, alti e fieri all’entrata, sono costretti a chinarsi e ad ammosciarsi contro la testa. L’acqua ci impedisce di guardare avanti, quindi non rimane che chinare la testa e correre.
Iniziano gli insulti da una parte e le sviate dall’altra.
«Te lo dico io che mi viene sicuro una broncopolmonite».
«Dai non ti lamentare, ricordati: ciò che non uccide fortifica. Pensa alla bella doccia calda che ti farai dopo. E poi peggio di così».
Credo che qualcuno in quel momento mi abbia sentito.
Qualcuno a cui piaccia comportarsi come un bambino. Uno di quelli dispettosi, che non fa mai quello che gli dici e che per darti fastidio fa l’esatto opposto.
Alla già forte pioggia, si aggiungono duri e taglienti pezzi di grandine, grossi poco meno di un sasso ma dolorosi come proiettili.
Non abbiamo passato nemmeno il primo ponte che siamo già in procinto di arrenderci. E l’avremmo fatto probabilmente se solo uno dei due l’avesse detto; ma ormai Tia aveva smesso da un po’ di provare a farmi cambiare idea e io non volevo concludere con un nulla di fatto.
E così dal primo ponte passiamo al secondo, accompagnando il tratto con battute e imprecazioni. Il lungo rettilineo mette alla prova più le nostre gambe che la nostra testa, arrivando infine alle tribune.
Girato l’angolo, per così dire, la strada è tutta in discesa, così come la tempesta.
La grandine ha smesso e la pioggia si è raffinata, diventando poco più di un contorno del paesaggio.
Il lago ondeggia tranquillo a destra e a manca, gli alberi cessano la loro danza furente.
E con la calma scopriamo una magnifica verità: l’Idroscalo, l’intero Idroscalo, ora è tutto per noi. Non si vede nessuno da qualsiasi parte ci giriamo.
Il tramonto all’orizzonte, l’arcobaleno che in trasparenza inizia a mostrarsi, le bianche montagne alle nostre spalle, i rossi crostacei che emergono dal lago e le risate accompagnano la fine della nostra epopea. Ed è proprio in quel clima surreale di solitudine e meraviglia che quel giorno trovai la mia serenità.
Come per magia, Come se non fossi mai stato arrabbiato, infastidito o nervoso, tutti i problemi che pensavo di avere trovarono una soluzione. Alcuni divennero così insignificanti da non doverci più pensare. Altri invece scoprii, non erano che ombre proiettate sul muro, intensificati dai miei timori.
Leggero e libero da ogni catena, dopo neanche una quarantina di minuti torniamo finalmente al punto di partenza.
Il fiato corto, le gambe stanche e i vestiti bagnati ci mettono KO. Scegliamo il piccolo molo che dà sul lago e andiamo a coricarci.
«Non te l’aspettavi una corsa così eh, Tia?»
«Devo ammetterlo. Ero contrario all’inizio e anche per almeno metà giro, ma una volta finito se ci ripenso mi vien solo da sorridere. Anche se ho botte su tutta la testa, mi fa male la caviglia, il cellulare non ci accende più e probabilmente mi sta salendo la febbre».
«Ahahah figurati, non mi devi ringraziare».
Rimaniamo lì per almeno un’altra mezzora con le ginocchia al petto a parlare. Nessuno ci disturba. Parliamo del viaggio che faremo quest’estate, dei bellissimi posti che visiteremo e anche di come porteremo a casa dei ricordi.
Sogni ad occhi aperti, dove non c’è limite se non quello che ti poni tu stesso.
I migliori secondo me.
Purtroppo però, il tempo vola e per noi è ora di tornare a casa.
Oggi abbiamo affrontato la tempesta e ne siamo usciti sorridenti e con animo sereno.

Eh sì, una bella corsetta è quello che ci vuole per calmare la rabbia” penso tra me e me mentre torno verso casa.

 

Canzone del giorno: Coldplay – Fix You

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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