Il viaggio: anno tre

Il russare del vecchio saliva dal retro del carro come il martellare di un fabbro. La tenda che li separava bloccava la vista, non l’udito. Il giovane teneva le redini, annoiato dalla compagnia nulla, dal paesaggio e dal viaggio.
Stavano cambiando città. Avevano impacchettato le loro cose, gli strumenti da lavoro e comprato due cavalli da tiro. Mentre il vecchio dormiva sull’unico materasso nel carro, lui stava seduto con la schiena curva e la parolaccia sulla punta della lingua. Gli alberi si susseguivano intorno al carro, delimitando il sentiero nella foresta e annoiando il viaggio. La giornata era serena, senza nuvole, con un sole clemente e la noia a braccetto, unica compagna rimasta. Avrebbe voluto fischiettare una canzone, ma non ne aveva mai imparata una. Sembrava un tacchino sull’orlo dello strozzamento, e non era il caso. Unico lato positivo era che avrebbe potuto svegliare il vecchio, ma poi sarebbe arrivato il lato negativo: il vecchio sveglio.
Lo sguardo gli cadde sulle mani che stringevano le redini. Diverse cicatrici correvano sulla pelle rosa, come crepe di un canyon. Erano giovani, poco meno di due anni, e ognuna aveva una storia diversa, ma la fonte era sempre la stessa: il vecchio. A volte lui direttamente, altre volte le sue pratiche. Dure come acciaio, dolorose come bruciature. Pratiche vecchie per un guerriero giovane, diceva sempre lui. Poco male, era una sua decisione, lamentarsi non serviva. Inoltre, non c’erano solo quelle cicatrici. Lo sguardo scese dalle mani a sotto i piedi, dove uno straccio teneva infagottata la spada. Una lunga pagnotta di tessuto dal cuore di metallo. Il suo orgoglio, la sua compagna prediletta, la sua soddisfazione. C’era un prima e un dopo aver impugnato una spada. Il tatto dell’elsa, che si diramava nella vista della lama. La sensazione di potere che un semplice oggetto poteva dare. Come tenere il proprio cazzo nella mano e scegliere in quale figa conficcarlo. La spada lo completava. E come con la più fedele delle compagne, quando erano insieme, lui era un’altra persona. Da timido a coraggioso, da introverso a orgoglioso, da silenzioso a furente. Non parlava se non con la spada.
Il cavallo di destra d’improvviso scosse la testa in un movimento convulso. Un veloce sbuffo seguì a quella mossa inaspettata. C’era qualcosa di strano. Tirò le redini, fermando il carro. I due animali, nonostante il silenzio della radura, continuavano ad agitarsi. Anche se non parlava la loro lingua, capiva il loro comportamento. Sentivano che il pericolo avrebbe rotto la noia del viaggio. Lasciò le redini e mosse la mano verso la spada infagottata. Il perenne russare del vecchio era l’unico rumore udibile. Un martello battuto sull’incudine.

Poi avvenne tutto in pochi attimi. Un ramo che si spezza, un cespuglio che si agita, urla sconosciute e tre uomini che saltano fuori dalla foresta, due a destra e uno sinistra. I due in coppia impugnano pugnali, mentre il solitario un grosso bastone.
Il giovane afferra la spada, mano sul bordo del carro e salta di lato a fronteggiare il singolo di sinistra.
“L’inferiorità numerica è un problema solo per gli sciocchi e i bruti” diceva a proposito il vecchio. Ridurla è la prima regola.
L’uomo è alto, con spalle larghe e pancia abbondante. È da solo perché è il più grosso. Si saranno divisi a sensazione e per lo stesso motivo gli sarà toccato il bastone. Non gli serve uccidere quando con la sua forza può distruggere.
È quasi a portata del bandito quando lancia da parte il panno e svela la spada. Gli occhi dell’aggressore si concentrano su di lei. Fili di paura e indecisione passano nel suo sguardo. Non lo aveva previsto. Bene. È più veloce e si lancia in avanti. Il primo fendente lo mira alla gamba destra, affondando come un coltello nel burro. Arriva dall’alto a menomare il bandito. Il bastone non riesce a completare il suo attacco che cade a terra, seguito dal proprietario. È vivo e urla. Lo ignora. Si gira di scatto verso il carro. I due con i pugnali sono già arrivati. Il primo, tarchiato e senza capelli è già salito, redini in mano. Il secondo, alto e smilzo, sta camminando guardingo verso di lui. Le urla del grassone a terra si alzano alle sue spalle. Il nuovo avversario fa volare il coltello dalla mano destra alla sinistra, mentre con un sorriso volpino si avvicina. Assume la posizione di guardia. Il bandito scatta verso di lui con un affondo al costato. Schiva scartando a destra. Un rovescio, sempre con la mano armata, arriva veloce. Para con la spada il pugnale e afferra con la mano libera il polso del bandito. L’avversario è alto, quindi ha una leva lunga. Deve stare dentro. Colpisce al fianco l’uomo con il pugno e l’elsa della spada. Sente la saliva dell’uomo sulla faccia. Colpisce di nuovo. Il bandito si piega per il secondo colpo. Il pugnale cade. Il giovane lascia il polso, passo indietro e porta il fendente per finirlo. D’un tratto però viene strattonato al piede, la spada manca il bersaglio, colpendolo soltanto al braccio e ferendolo. Il grosso uomo, con metà gamba attaccata, ha strisciato fino a lui e ora lo tiene saldo per lo stivale. Lo smilzo raccoglie il pugnale, mentre il giovane sente lo scoppio delle redini e il nitrito dei cavalli. Il carro parte a tutta velocità.
“Stavolta il vecchio mi ammazza davvero” pensa mentre vede il carro diventare sempre più piccolo lungo la via.

Il legno si avvicina con insolita irruenza, facendo breccia nei suoi sogni. Il cuscino è volato di lato e ha sbattuto la testa. Apre gli occhi esattamente nello stesso momento in cui maledice la guida del ragazzo. Mille e più volte lo aveva avvertito di condurre con calma quei dannati cavalli durante il viaggio. La fretta non serve in nessuna situazione. Una lezione che i giovani faticano ad imparare, che quel giovane non vuole capire. L’irruenza dell’età è una scusa che il vecchio non ha più intenzione di tollerare. Apre gli occhi e si rende conto che stanno andando ad una velocità insolita rispetto al solito. Una corsa contro chissà quale nemico, poi. Sente le cinghie dei cavalli che scoppiano sotto l’irruenza del guidatore, mentre questi urla esclamazioni abbozzate. La voce è diversa, non è quella del ragazzo. La botta deve aver fatto più danni del previsto. Lo straniero-ragazzo urla di nuovo, attacca i cavalli con delle ingiurie. Ora il vecchio ne è sicuro: non è il ragazzo a condurre il carro. Non ci pensa un attimo di più, afferra il pugnale dalla cintola. In certe situazioni è meglio indagare con un’arma in mano, che con una nella cintura. Non serve, ma se serve. Si mette in piedi tenendosi agli assi del carro e si avvicina alla tendina che lo separa dalla posizione del guidatore. La nuca dello straniero è una piazza semi-deserta, circondata da fili di un passato glorioso. Le redini schioccano con insolita velocità sotto la sua irruenza. Il vecchio non si mette lì a pensare, non perdere l’attimo è essenziale. Si avvicina alla schiena avversaria, con la mano sinistra serpeggia verso le briglie e con la destra stringe forte il pugnale. La gola dello sprovveduto è a portata di mano. L’affondo è veloce e senza fronzoli. Affonda di lato e lo trascina contro l’asse del legno, mentre afferra le briglie per non far deragliare il carro. Lo straniero porta le mani alla ferita che zampilla come una fontana. Nel suo sguardo c’è incredulità e sorpresa per l’attacco, paura e rabbia per la fine imminente.
«Sei già morto. Vattene con un pensiero felice, senza darmi fastidio» pronuncia il vecchio con lo sguardo sulla strada.
Lo straniero non sa che fare, non lo sa e non lo vuole sapere. Chiude gli occhi e ascolta il consiglio del suo assassino. Una piccola e calda cucina, con un caminetto e il profumo di pane nell’aria. Una donna dai fianchi larghi come pagnotte si gira a servire il pranzo. Lui sorride.
Il sorriso di un morto è l’autografo di un buon assassino. Aiutare nel trapasso è un gesto nobile che non faceva da tempo. Il vecchio molla un calcio al cadavere, che sbuffa tra la polvere della strada, prima di essere investito dalle ruote che gli spezzano le ossa ormai inutili.
«Dove cazzo è il ragazzo?» sussurra tra sé il vecchio. Il viaggio può riprendere.

Il fiume era freddo. L’acqua congelava la carne, le ossa, i pensieri, ogni fibra del suo essere. Tremava, i denti battevano forti come picchi contro i tronchi. I sassi sotto i piedi erano scivolosi, coperti da verdi alghe viscide e dalla sensazione fallace di sicurezza. Lo sguardo del vecchio era su di lui, inclemente, duro, freddo al pari del fiume. Il ricordo del viaggio interrotto è ancora lì.
Era la sua punizione. La colpa andava lavata via con l’acqua e il freddo, due alleati del perdono che non riusciva ancora a capire. D’altronde lui si era distratto, cosa che non sarebbe più accaduta. Non erano i banditi il problema, ma ciò che loro avevano messo in luce. Lui non era ancora pronto. Faticava a mantenere una posizione definitiva. Sentiva l’esigenza di muoversi, di scaldarsi con ogni mezzo a sua disposizione. Sarebbe morto congelato se fosse rimasto ancora lì dentro. Non era sicuro di quanto fosse passato, ma se le lezioni sulla lettura del sole avevano avuto successo, pensava almeno un paio d’ore, se non di più. Era entrato in acqua prima dell’alba, quando ancora la natura faticava a svegliarsi, ed ora era mattina inoltrata. Una goccia cadde sulla guancia, indistinta l’origine, mentre il suo sguardo volgeva al vecchio. Non parlò, ma fu chiaro cosa volesse. L’incudine che aveva al posto del viso non reagì. Sarebbe rimasto ancora molto in quelle acque, pensò il ragazzo. Viaggio sbagliato, viaggio sfortunato.

 

Canzone del giorno: CASTLE OF GLASS – Linkin Park

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