Il vecchio: anno due

Guardati, vecchio, fai schifo.
L’immagine nello specchio è impietosa, testamento di anni trascinati al limite, a ricordare un corpo che ormai vive di ricordi. La pelle accompagna i muscoli con piccole onde flaccide, tagliate da scogli di cicatrici. Il pelo è selvaggio, grigio come la giornata che si pregusta oltre la finestra. Lo sguardo è stanco, stanco per un altro giorno. Un tempo le cose erano diverse, un tempo le risate e le piccole gioie coloravano il tuo mondo. Adesso mascheri il tuo dolore dietro un muro di pietra e ti lasci distruggere una manciata di giorni l’anno.
Oggi è uno di quei giorni.
Non hai la forza di alzarti da un letto che ti ricorda l’età. I dolori alle ginocchia sono scricchioli di tuono e la vista della bottiglia vuota anticipa di pochi attimi il forte mal di testa. Sai di alcool andato a male, mischiato a secchezza e sete. Puzzi. Ogni parte di te sembra essere in decomposizione e vorresti solo morire. Lasciare questo cazzo di mondo, per non essere più obbligato ad alzarti, obbligato a vivere. Gli occhi sono ancora gonfi, rossi. La stanchezza e il dolore si mischiano in un’immagine riflessa che sa di rimpianto. Una carcassa umana gettata in una fossa comune e lasciata a morire.
Cazzo.
Come hai fatto a ridurti così, vecchio? Eri qualcuno un tempo. Avevi qualcuno un tempo. C’è un prima e un dopo in queste cose. Non ti riprendi mai del tutto dai lutti, e tu non fai eccezione. L’addestramento di anni è vanificato da attimi, tanto veloci quanto risolutivi. Prima di allora non avevi mai pianto. Né sotto il freddo delle cascate, né a contatto con il caldo dei ferri e neppure nei giorni di prigionia. Aguzzini dalle mani lunghe e cuori stretti avevano fatto del loro meglio, eppure i tuoi occhi non sapevano piangere. Oggi non sanno fare altro. Fai fatica a mantenerti lucido davanti al ragazzo, che ti vede come un maestro forte. Se sapesse come sei ridotto neanche lui farebbe affidamento su di te. Appari integro, seppur segnato, ma dentro sei distrutto. Macerie di un palazzo che un tempo sorrideva alla vita e oggi non fa che ammorbarla.
Sei ridicolo, cazzo.
Se ci riuscissi metteresti fine a questa patetica farsa. Una lama affilata e il coraggio, anche liquido, ecco quello che ti servirebbe. Ma hai perso tutto: il coraggio, la determinazione, te stesso. Hai le palle così schiacciate che non riesci a non urlare. Non senti niente, non sei niente. La devastazione del corpo è nulla rispetto a quella dell’animo. Mi spiace vederti ridotto così. Io ti conoscevo prima, quando eri il guerriero, il marito, il padre. E fa ancora più male vedere ciò che sei, sapendo quello che eri. Non è sempre così? L’autocommiserazione è la stessa in tutto il mondo. Il dolore è una costante della vita. E la bottiglia, beh, quella cambia in base ai gusti. Neanche quelli hai mantenuto, alcool scadente. Piangi a testimoniare lo schifo umano a cui sei arrivato. Eppure, nella tua oscurità, almeno un ultimo briciolo di dignità ti è rimasta. Quando senti che le macerie si stanno per mostrare, scegli di nasconderti. Almeno hai la decenza di non crollare sugli altri, non fare danni con la tua distruzione, lasciare il ragazzo fuori da tutto. Non se lo merita. Sai cosa ha passato e lo sai meglio di tutti perché siete distrutti uguali. Lui affoga il dolore nella vendetta e tu nella vergogna. Due anime che leniscono le loro ferite impugnando armi. Si sono trovate e forse un giorno riusciranno a guarirsi a vicenda. Un giorno lontano visto lo schifo che hai rigettato sul pavimento.
Guardati, vecchio, fai schifo.

 

Canzone del giorno: Say to You – Ali Gatie

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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