Il Saloon: il cacciatore di taglie 3/6

Il saloon è il terzo episodio del nostro cacciatore di taglie, con una piccolo flashback che ci riporta a prima dell’inizio del suo viaggio. Un racconto ambientato in un lontano saloon dove si riuniscono i migliori cacciatori di taglie delle terre selvagge.

Il saloon

L’orologio cittadino segna mezzodì. La giornata è crudele, arsa viva da un sole che non permette sconti. Non c’è vento, anche lui nascosto per non assistere. La cittadina è deserta, le case sono le nostre uniche spettatrici. Non rotolano palle di fieno nell’irrealtà della situazione, nessun acuto di musica, nessuna gocciolina di sudore che lenta accarezza pelle tesa. Solo io e lui. Uno di fronte all’altro, stivali che battono la terra rossa, sguardi assassini e pistole rinfoderate. Si preparano a cantare la loro canzone.
Sorrido a ripensare a come tutto ebbe inizio, come il fato abbia giocato con noi, con me. Burattini inconsapevoli del vento che di lì a poco ci avrebbe spazzato via, in una calda sera in un saloon ormai chiuso …

La puzza di fumo impregna l’aria di un color ratto vomitevole. Quattro sigari sono lasciati bruciare al bordo di altrettante piccole piscine di vetro, come cannoni sempre carichi ammassano ceneri e soffiano respiri malsani. Stiamo giocando l’ultima mano di una serata interminabile. La sala è vuota, Doc ha chiuso solo per noi, i suoi preferiti. In un solo tavolo consumiamo più piscio alcolico di quanto ne venda in un mese intero. Ci mancherebbe che non ci riservi certe premure. Doc se ne sta dietro il bancone a suonare un’armonica a bocca, un regalo del Vecchio Continente che non manca di lustrare per le grandi occasioni. Zoppica con note che non gli appartengono ma lo lasciamo fare, è pur sempre il padrone della baracca e nostro caro datore di lavoro. Difficile a credersi che quattro tra i più famigerati cacciatori di taglie si ritrovino puntualmente in un piccolo saloon per giocarsi le fatiche del loro lavoro. Ricompense di mesi buttate su una verde collina di feltro e arraffati dalle mani di un altro cacciatore. Così è la vita.
«E gli ho ficcato così tanto piombo in quella sua carne da baro da renderla marcia anche per i cani» dice HolliDay Chuck. Uno con mani tra le più fini e veloci che abbia mai visto. Il tempo che ci metti a pensare di voler attaccar briga con lui e stai già ospitando due piccoli e gentili proiettili nel tuo petto. Se non fosse per quel suo brutto vizio della pulizia sarebbe un compagno niente male. Soltanto che odia l’acqua e qualsiasi derivato dei fiori, dal sapone al profumo. Su tutta la pelle visibile ospita colonie di croste nere, minuscoli insetti fastidiosi e fantasmi di ferite sulla via della morte. Uno spettacolo raccapricciante per poche ore l’anno, figurarsi immaginare una coesistenza quotidiana.
«Sì Chuck» attacca Furl Jones «l’abbiamo capito che con te non si bara, ma vuoi fare la tua puntata? Dio solo sa quanto vorrei sbattermi le dannate lenzuola». Furl afferra il sigaro e tira come se da quel tiro dipendesse la vittoria. Le guance si riempiono di fumo e il suo accenno rosso di barba si stringe affilandone la mascella. Manda fuori così tanto fumo da annebbiare la vista del campo. Se fossimo in altra compagnia quello sarebbe il momento perfetto per sgraffignare la posta e darsela a gambe, magari dopo aver fatto volare un po’ di piombo.
«Cazzo Furl al posto dei polmoni hai un fottuto camino» esclama Wyatt Earl «come diamine fai a buttarne fuori così tanto ogni volta». Il ragazzo è il più giovane al tavolo. Zazzera bionda sulla testa, poca esperienza, ma intelletto fine. Ha uno sguardo da aquila, nervi d’acciaio ma è un pessimo giocatore d’azzardo, tant’è che si è già accomodato in panchina, sbattuto fuori sette mani passate.
«Dannato malpelo. Rilancio e vedo» dice HolliDay lanciando una manciata di banconote a tagliare i fantasmi di fumo ancora presenti. Il piatto si arricchisce, gran giorno di festa.
Il segreto della serata però ormai è stato nascosto. Sotto tutta quella bella roba sonante infatti si cela la vera ricompensa della partita. Doc l’ha lanciata sul tavolo poche ore prima: carta sporca, inchiostro sbavato, contorni incerti, il tutto unito nel manifesto di taglia più sexy che abbia mai visto. La donna ritratta all’interno ha occhi di ghiaccio, un viso affilato e una bellezza conturbante.
«Chi vince si becca questo lavoretto» aveva sentenziato con una strizzata d’occhio.
I nostri sguardi da lupi arrapati si sono fatti grandi e affamati di vittoria, e da circa quattro ore ci diamo battaglia su una verde collina. La battaglia è giunta alla fine.
«Doppia coppia, due re e due jack» lancia Furl. Si porta le mani al cinturone e gonfia il petto.
Sorrido.
«Full, ragazzi miei» dico sogghignando.
Sbatto giù i cinque pezzi tosti e mi giro ad aspettare la mossa di HolliDay. Alzo gli occhi a incrociare i suoi e subito capisco di aver perso. Veloce come è arrivata la mia certezza svanisce. Sotto tutta quella sporcizia, tutte quelle croste, si nasconde uno sguardo sicuro e la mano che cala mi demolisce.
«Quattro donne» dice adagiando gentilmente le signore sul prato verde.
Tutti nel saloon rimaniamo sbigottiti ad osservare il miracolo appena compiutosi: il sesso femminile vicino a HolliDay Chuck è cosa rara. Vederne quattro tutte in una volta è praticamente impossibile.
«Manica di stronzi, prendete e portate a casa» esulta mentre fa sua tutta la posta sul tavolo. Non appena tocca i soldi un moto di ribrezzo mi sale da dentro. Quelle banconote sono come contaminate e forse sarebbe meglio lasciarle a lui che tentare di riprenderle. Le banconote sì, il manifesto no però.
Furl Jones scoppia a ridere.
«Te l’ha fatta, bel faccino. Te l’ha proprio fatta».
Wyatt si alza, va verso il bancone e si allunga un ultimo sorso di nettare.
«Un mio vecchio amico diceva sempre: il tavolo da poker è come un pollaio con una volpe dentro» dice sbattendo il bicchiere sul legno. «Per vincere devi trovare tutti i polli e alla fine sperare di essere tu la volpe. Il trucco del gioco si riduce tutto lì: caccia e uccidi».
Io rimango lì ad osservare il viso della donna che viene liberato dal peso delle banconote e delle monete. Lo vedo pulire il piatto con le mani nere di giorni, come un diavolo succulento di anime così HolliDay Chuck divora ogni cosa. Tutto tranne il manifesto. Quello rimane ancora pochi attimi pulito.
Amore a prima vista tra carta e uomo, profumo di inchiostro tra i fumi di sigari. Sono più che sicuro che quello sguardo sia per me. È me che vuole, è me che desidera, e io voglio lei. Ma una scommessa è una scommessa. Quando un uomo perde non può far altro che pagare, alzare la schiena e rimanere dritto. Sarebbe scorretto se decidessi di tirar fuori le belle signore dal cinturone e farle parlare. Sarebbe scorretto e anche immotivato, anche per il viso più bello che abbia mai visto. I giocatori giocano sempre con le spalle al muro e con le pistole ben attaccate ai fianchi, ma ormai la partita è finita e io ho perso.
«Bella partita, Chucky» dico alzandomi.
Una caccia si è appena conclusa e un’altra sta per cominciare.

 

Canzone del giornoLa lunga estate caldissima – 883

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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