Il ricordo di un caffè: pioggia di un martedì pomeriggio

Il ricordo di un caffè è un racconto scritto per partecipare ad un concorso, dove l’unico tema richiesto era quello della bevanda. Ho voluto impostare il racconto sulla nostalgia.

Il ricordo di un caffè

La porta del caffè si aprì lasciando entrare il rumore della pioggia. Un dolce tepore accolse il piccolo uomo con l’abbraccio materno che da tempo gli era negato. Il proprietario al bancone, un omone dalla barba folta e il torace ampio, lo salutò con il proverbiale benvenuto che riservava ad ogni cliente. In risposta non ottenne altro che un accenno. Dopo settimane di tentativi si era rassegnato a catalogare quell’omino come un tipo silenzioso, ligio al suo lavoro e rispettoso di quello altrui. Così alla fine continuò a passare il panno sul bancone, attività ben più soddisfacente che ricercare attenzioni vane.
Oggi ricorreva un anno esatto.
Il piccolo uomo impugnava una valigetta in pelle, color ruggine, e un ombrello grigio gocciolante. Gli occhiali, imperlati di pioggia, si appannarono nell’esatto momento in cui il respiro li lambì. Senza toglierli l’uomo si accomodò al suo tavolo, il quarto da sinistra, spostò la sedia con tocco leggero, sistemò la valigetta ai suoi piedi, l’ombrello alla parete, e ordinò una tazza di cioccolata calda con panna montata, cannella e tre gocce di cioccolato fondente, non una di più non una di meno. L’uomo era molto preciso. Il suo segreto era negli angoli di vita che nessuno scorgeva perché troppo impegnati a correre, a divorare l’esistenza con appetiti frenetici.
Erano le due e cinque di martedì pomeriggio, esattamente un anno quando il ricordo di un caffè tornò.
Il piccolo uomo la prendeva con calma la vita. Coloro che lo conoscevano lo definivano un tipo tranquillo, pacato e a tratti flemmatico. Non era l’anima delle feste, non gli importava. A lui importava fare bene il suo lavoro, assaporare la lenta soddisfazione di una riga tirata dritta, della grafite consumata, del rigore che diventava realtà.
Quando il proprietario lasciò la tazza sul tavolo lo fece senza aggiungere altro, provando a indovinare l’occupazione del cliente dalla sua agenda aperta. Si ricordava quando quel gioco lo faceva insieme a lei, quando entrambi erano seduti dietro il bancone e provavano ad indovinare la vita degli avventori. Ogni persona celava il meglio, ma con la corretta attenzione si riuscivano a scorgere le pieghe tra i muscoli e il cuore. Lei era solita dirlo: non esisteva segreto per chi sapeva ben osservare. Così gli era rimasta quella pessima abitudine di farsi gli affari degli altri che fino a un anno prima era solo un gioco. Nel tornare dietro il bancone, allo spalancarsi della porta, l’omone si preparò ad accogliere il secondo ospite.
Il fragore della pioggia tornò a farsi sentire tra le mura del caffè e un soffio di vento freddo agguantò le gambe dei presenti. La sensazione durò pochi attimi, poi la porta si richiuse e così sparì anche la presa tipica dell’inverno. La nuova arrivata aveva voluminosi capelli biondi, un cappotto beige con fibbia dorata e un modesto ombrello nero. Era così ben vestita da riuscire a nascondere i problemi personali sulla pelle con il suo luccichio. C’erano più segreti sotto quel cappotto che nell’agenda del piccolo uomo. Anche lei era un’abitudinaria, anche lei, a dimostrazione che la maleducazione viaggiava sempre in coppia, non salutò il proprietario. Aveva un’andatura decisa, con colpi di tacco fragorosi, vere e proprie pugnalate al pavimento. Si sedette al tavolo più lontano. Il proprietario la guardò sfilare senza interromperla, ben sapendo cosa portarle. Una donna del genere sarebbe stata il bersaglio ideale per uno scambio di sguardi e un sorriso sotto i baffi. Si ricordava bene come era solita appellarle certe signore: Diane dissipate. Era il suo personale commento per uno stile di vita che non condivideva. Non lo faceva con cattiveria, non c’era astio nelle sue parole, ma in quel connubio stralunato c’era un significato ben diverso. Lei era sempre disponibile con le sue Diane dissipate, a prescindere che fossero clienti o meno. Ognuno combatteva le proprie battaglie e il minimo che potessero fare era essere gentili. Lei era davvero gentile, eppure non aveva avuto sconti. La condotta non sempre salvava la pagella.
Accertatosi che la nuova arrivata si fosse tolta il cappotto, il proprietario le preparò un cappuccino, con doppia schiuma e una sventagliata di cacao. Nel vassoio sistemò anche due paste ripiene di crema soffice al limone e la servì senza parlare. Conosceva i suoi clienti e, come tale, si atteneva a quel manuale che implicitamente avevano scritto insieme. A volte il peso del silenzio era un prezzo modesto, altre meno. Quel silenzio dietro il bancone però continuava a tormentarlo. Lì prima c’era lei e adesso non rimaneva che uno straccio semi-umido e un’infinita di tazze di dimensioni diverse. Quelle tazze non rispecchiavano i gusti del proprietario, eppure non riusciva a liberarsene. Si ricordava bene la pila di giornali sfogliati per trovare il servizio adatto. Aveva lasciato fare a lei, nella scontata divisione di genere, quando di scontato ormai non era rimasto più nulla.
Il silenzio del locale urlava la sua presenza quando infine entrò il terzo e ultimo ospite del pomeriggio. Il caffè non era molto frequentato, qualcosa si era spento nella vitalità del posto e venivano a consumare e consumarsi soltanto le anime perse e ferite. Il caffè era un riflesso del proprietario, la clientela una diretta conseguenza.
Il nuovo arrivato indossava un cappotto scuro, gocciolante sul pavimento. Nonostante il suo aspetto dismesso e la totale incuria della sua apparenza, però il ragazzo entrato sprizzava un’insolita aura di gaudente sollievo. Aveva capelli più simili ad intricate chiome di alberi esotici, impervie ramificazioni dalle mille forme, e un fisico emaciato. Sul viso, anonimo e confuso, risplendevano due pozzi neri, caldi come il tepore della notte, circondati dalle cicatrici di una vita vissuta nei luoghi sbagliati. Il proprietario, omone dall’arguzia ben provata, non avrebbe saputo catalogare il nuovo arrivato. Sapeva soltanto che nascondeva con il sarcasmo le ferite dell’animo. Come tutti cercava solo di tirare avanti, sperando che il tavolo potesse offrirgli una via di fuga dalla realtà. Realtà da cui scappava con molti espedienti, un caffè era soltanto il meno distruttivo.
A dispetto dei due precursori il ragazzo alzò la mano a salutare il proprietario, che gli rispose con un onesto sorriso, e poi si accomodò al tavolo più vicino. Tirò indietro la sedia, prese posto e ordinò un caffè americano con una pasta secca.
L’omone non lo fece attendere più del dovuto e nel piattino gli sistemò tre paste, semplice gesto di cuore. La necessità non andava spiegata e, in quel caso, motivata. Glielo aveva insegnato lei. Quante urla e discussioni erano intercorse sulla generosità mal risposta. Non potendo aiutare tutti lei si accontentava di quelli a portata. Lui non l’aveva capito finché non era morta, non l’aveva capito finché la sua bara non era stata tumulata, non l’aveva capito finché non era rimasto l’unico tra le pietre mortuarie. Quel giorno splendeva un sole anomalo nel cielo. Il funerale si era tenuto nel bel mezzo del mattino, ma lui era rimasto fino alla sera, in ossequioso silenzio, cercando una risposta alla domanda più scontata davanti alla morte: perché? Perché lei? Perché non lui? Perché subito dopo aver realizzato il loro sogno? Perché il destino aveva voluto ciò?
La sua sola forza non sarebbe bastata a sostenere il locale, sogno spezzato di una coppia non più tale.
Il proprietario appoggiò i gomiti sul bancone, affondò le mani nella folta barba e si mise all’ascolto del nulla. I respiri dei tre clienti erano l’unico rumore che non fosse contrastato dalla pioggia. La strada era spoglia della sua vita, del suo traffico, della sua confusione, a rispettare il momento di cordoglio. Una situazione di cordoglio che durava da un anno quel giorno. Perché con la morte si aveva una data d’inizio, ma non una di fine. Era come un grosso buco aperto nel petto da un’arma che non aveva mai visto caricare. Non importava a cosa pensasse, a cosa si dedicasse o come scegliesse di riempire quel buco. Solo il tempo e il fisico avrebbero scandito il recupero. Perciò si era messo l’animo in pace e aveva provato a lasciarsi guarire dalla vita quotidiana, da quel sogno che ormai era solo suo. Man mano il buco andava richiudendosi. A volte provocava qualche fitta, ma dopotutto le ferite erano cosi: bruciavano per ricordare il dolore provato. E poi d’improvviso, in un anonimo martedì pomeriggio, senza che se ne fosse accorto, quel maledetto buco era tornato. Una canzone, una foto, la pioggia o il vento soffiato nella direzione sbagliata e, BOOM, il buco si era riaperto di nuovo. La forza di un attimo era in grado di distruggere un anno di tentativi.
La verità era che non poteva considerarsi del tutto libero. Il buco era più piccolo, il dolore più sopportabile, ma quella cicatrice sarebbe rimasta lì per sempre. Un giorno sarebbe stato libero se glielo avesse permesso, se non gli avesse permesso di portarlo a fondo. Alla fine non rimaneva che prepararsi un caffè ascoltando il suo ricordo cadere.

 

Canzone del giorno: LANY – when you’re drunk

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO, come ripetere la parola chiave due volte: il ricordo di un caffè, il ricordo di un caffè)

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