Il ragazzo: anno uno

«Scudo» urlò l’uomo.
Il ragazzo alzò il piccolo scudo di legno per intercettare il colpo d’ascia in arrivo. Il freddo circostante rendeva ogni pratica più lenta, più macchinosa, più dura. Solide nuvole di calore apparivano per poi sparire, tagliate dai movimenti dei due.
«Schiva» rimbeccò.
Il più piccolo abbassò lo scudo e scartò di lato, per evitare il colpo di rovescio del manico in legno di quercia. L’arma avversaria era lenta e grande, ma non chi l’impugnava.
«Adesso riproviamo: attacco, attacco, affondo, ritorno, scudo e schivata».
Odiava farlo ogni mattina, odiava alzarsi prima dell’alba, odiava le urla delle prime luci. Il ragazzo guardò l’uomo negli occhi, una stoccata di sfida risoluta e ben puntata. Vide il nero della decisione e della non replica. Annuì e partì alla carica. Con il primo attacco mirò alle costole. Lo avrebbe ridotto a piegarsi su sé stesso. Il colpo venne intercettato dal dorso dell’arma. Dannazione. Spostò il peso sulla gamba destra, scudo indietro e con il colpo di rientro puntò dritto la coscia. Lo avrebbe obbligato a inginocchiarsi nella neve più fredda. Anche stavolta il colpo fu parato, come se quell’uomo riuscisse a leggergli nella mente senza difficoltà. La frustrazione montava veloce, ribollendo nel cuore della sua insoddisfazione. Più continuava a sbagliare, più l’allenamento sarebbe diventato duro e più lui avrebbe sentito le sue palle raffreddarsi. L’affondo fu mirato e preciso all’ombelico, ma non arrivò a destinazione. Ritrasse la lama prima che potesse essere deviata, scansata o parata. Scartò indietro e si preparò a ricevere gli attacchi. Sapeva come si sarebbe concluso il tutto, perciò era meglio evitare di sprecare inutili forze e prepararsi a difendere. Parò con lo scudo e schivò di lato. La serie era finalmente finita. Abbassò le armi, ma l’uomo non era di quest’opinione. Un altro colpo arrivò dall’alto. Fece appena in tempo a sollevare la spada per intercettarlo. Metallo contro metallo nel freddo di una mattina d’inverno. La forza del colpo si annullò per pochi attimi e poi gli venne addosso, come un cinghiale in carica. La testa era un unico dolore, la fronte sanguinava, circondato da una chiazza tagliata da un fiume rosso di sangue. E lui era a terra, con le chiappe nella neve, senza spada e privato di ogni volontà di combattere.
«Quante volte te lo devo dire: non deve diventare un movimento meccanico. Hai fermato la tua lama perché sapevi che non mi avresti colpito e hai scartato subito indietro. Devi impegnarti di più, ragazzo» urlò l’uomo.
Era duro, severo, battuto come un metallo nella forgia, gettato nell’acqua per uscirne inscalfibile dal fumo della reazione. Era ciò che gli serviva: essere battuto quand’era ancora caldo per uscirne temprato, per uscirne di ferro. Gli aveva chiesto questo tempo addietro, gli aveva chiesto il dolore per avere la forza. Uomini senza obiettivi sono uomini senza risultati diceva sempre suo padre. Lui non poteva ancora definirsi un uomo, ma non per questo era mancante di obiettivi. Glielo ricordavano le lunghe cicatrici rosa sulla schiena e gli incubi che tornavano costantemente a fargli visita. Gli ricordavano un passato spezzato, scomparso tra le fiamme di una notte e le lacrime dei giorni a venire. E da quelle fiamme crebbe l’idea della vendetta, l’idea che un ragazzino orfano avrebbe potuto ricacciare il suo dolore in coloro che gli avevo strappato la sua felicità. Ombre nere con sorrisi sporchi che avevano aiutato il cambiamento. C’era un prima e un dopo quella notte. Ora viveva nel dopo e questo era fatto di freddo, di allenamento alle prime luci dell’alba e di dolore. Avrebbe usato quel dolore, trasformandolo in rabbia. La rabbia di avrebbe dato forza e la forza gli avrebbe reso giustizia. Avrebbe usato quella spada per lenire le ferite dell’animo, per morire sorridendo del suo operato. Aveva un obiettivo, colorato di sangue e marchiato di vendetta.
«Riproviamo» urlò l’uomo.

 

Canzone del giorno: James Morrison – Broken Strings ft. Nelly Furtado

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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