Il problema dei superpoteri 2/2: conseguenza creativa

Il problema dei superpoteri 2/2 è la seconda parte di un racconto che descrive cosa succederebbe se un giorno mi svegliassi con i superpoteri.

 

Raccolsi il mucchio di oggetti che avevo lasciato nel campo e me la corsi a casa. Preferii farlo alla vecchia maniera per evitare di essere visto. In un’era come quella odierna, sui social, anche un piccolo errore di valutazione poteva trasformarsi in una valanga senza freno. Meglio nascondere quelle capacità finché non avessi deciso cosa farne. Già mi figuravo il mio futuro. Sarei stato grande, così come sempre avevo sognato. Avrei fatto del bene, ispirato le persone, mosso gli animi, sarei stato amato, colmando quel vuoto segreto che tutti coviamo. E l’avrei fatto con o senza un costume, ma soltanto mosso dalle mie azioni. Avrei salvato, insegnato, accudito, ascoltato, dall’alto delle mie capacità. Capacità che mi avevano dato una rinnovata confidenza in me stesso. Lo straordinario faceva quello: arrivava all’improvviso e cambiava per sempre. Così ero stato benedetto da un piccolo desiderio sussurrato e poi avverato.
Quando mi misi alla scrivania a scrivere l’elenco puntato delle mie prossime mosse ero completamente su di giri, assuefatto dall’idea di grandezza. Il primo punto che scrissi fu “non prendere più un aereo, risparmio di soldi”. Non sempre le prime idee erano le più altruiste. La cancellai e iniziai a scrivere il classico copione dell’eroe, anche se non lo sentivo propriamente mio. Mi appartenevano piuttosto altre idee, idee di rivalsa, di comodità, di risparmio. Immagino che non si diventi eroi dall’oggi al domani. Ci avrei fatto l’abitudine.
L’elenco, diviso in dodici punti come le fatiche di Ercole, era finalmente steso sul tavolo. Avrei potuto fare grandi cose con quei poteri, ne ero sicuro. Così mi lasciai andare allo schienale della sedia, spingendomi indietro, con le rotelle della stessa che mi portarono al centro della stanza. Avevo imparato a dosare la forza che poche ore prima aveva devastato il bagno. Non era così difficile una volta prestata la giusta attenzione. Avevo la testa rivolta verso il soffitto e quello sfondo bianco mi lanciò una domanda: come avevo ottenuto quei poteri? Perché?
Non era una domanda banale. Saperne l’origine significava comprenderne anche la portata. Un morso di un ragno, un fulmine, una nube radioattiva, una benedizione divina. Qualcosa doveva pur essere successo durante la notte. Quelle infinite possibilità mi frullavano in testa con la stessa forza di un’emicrania. Così mi misi a cercare sia su internet che in casa eventuali prove che potessero confutare o confermare le mie ipotesi. Ci doveva pur essere un indizio che mi aiutasse a capire. Sono sempre stato uno dalle idee chiare, soprattutto nelle relazioni. Con questi nuovi poteri era come con una donna: dovevo conoscerli per accettarli.
Alla fine mi risedetti sconfitto. Niente, nulla, nada, nisba, non trovai che polvere e una luna piena appena passata. C’era qualcosa che mi sfuggiva e non riuscivo a capire. Ero stato benedetto, ma non sapevo da chi, né come, e questo mi faceva impazzire. Come potevo usare qualcosa che non comprendevo? Ci doveva pur essere una spiegazione.
Ci ragionai tutto il resto della mattinata, ci ragionai anche quando iniziai a tagliare la carne e le verdure per il pranzo. Ci ragionai sentendo l’olio sfrigolare e gli ingredienti reagire a quella calura. Ci ragionai con davanti il piatto, boccone dopo boccone, finché non ebbi finito. Il divano era l’unico amico che trovai con cui confidarmi. Non potevo rivelare nulla di quello che stava succedendo, a nessuno, non prima di aver chiaro io stesso cosa fosse. I rischi erano troppo elevati, soprattutto quando il controllo non dipendeva da me. Una volta lasciato un segreto quello smetteva di essere tale. Oggigiorno tutti si mettevano in mostra dimenticando che l’invisibilità era un superpotere, e io non l’avevo, perciò dovevo essere cauto. Ero in grado di sollevare oggetti molto pensanti, anche se non mi ero ancora testato a sufficienza. Sapevo volare, anche se non avevo ancora provato un vero e proprio volo. Ero invulnerabile anche se non avevo ancora capito quanto. Avevo molto da scoprire prima di dedicarmi alla carriera che ogni fumetto e film aveva descritto per me. Il primo supereroe vero della realtà. Se non era una notizia quella, allora l’informazione era sopravvalutata. Eppure qualcosa mi frenava. C’era una piccola parte di me che con la mano teneva una fune, cappio della mio prigione, ricordandomi che non era tutto oro ciò che luccicava. Quel piccolo uomo era la mia attenzione. C’erano fin troppi dubbi per potermene fregare. Purtroppo ero stato abituato a mettere in discussione ogni cosa, a non prendere per partito preso ogni regalo fattomi, a creare un pensiero critico e quello adesso rappresentava l’ostacolo più grande. Non sarebbe bastato non pensarci, non farsi venire certe paranoie, la metà bastavano. Perché alla fine se non sapevo come erano arrivati, allora non sapevo come e quando se ne sarebbero andati. Avevo escluso il se, molto spesso i dubbi arrivavano sotto forma di domanda e rimanevano come affermazione. Perché avrei potuto usare quella forza per fermare un treno impazzito? E se nel momento in cui le mie mani spingevano contro la carrozzeria i poteri fossero venuti meno? Allora sarei stato schiacciato. Se mi fossi messo a sventare rapine in banca? E se sul più bello avessi scoperto che la mia pelle non proteggeva dai proiettili, ma soltanto dalle lame? Finire come un Emmental sanguinante non era nei miei piani per la pensione. E se mentre ero in volo d’improvviso la mia capacità fosse sparita? Non potevo viaggiare sempre con un paracadute, anche perché non avrei saputo proprio dove andare a comprarlo.
Quel divano aveva offerto più timori e turbe mentali che sicurezze. Quella che poche ore prima sembrava la benedizione di un dio benevolo ora si era trasformata in una maledizione ingannevole. E se fosse stato tutto un esperimento? E se io fossi soltanto l’ennesimo topo bianco da laboratorio ignaro delle ragioni del test? Concedere i superpoteri ad un essere umano e vedere come si comportava. Avrebbe fatto del bene? Li avrebbe sfruttati per il proprio tornaconto? Non avrebbe fatto nulla? Le possibilità erano infinite, ma la paura era soltanto una.
Perché da che era preferibile optare per la prima opzione, era più facile la seconda, diciamocelo, mentre la terza iniziava a paventarsi come il minore dei mali. Quante volte si era teso a preferire quell’ultima opzione per poi mandare tutto a puttane? Alla fine il non scegliere era comunque una scelta e, a ricordare Dante, neanche una delle più virtuose. Né per il bene, né per il male, se avessi deciso così sarei stato costretto a girare nudo per l’eternità punto continuamente da vespe e mosconi. La Legge del Contrappasso non faceva sconti nei nove cerchi.
Su questi pensieri mi alzai che era ormai tardo pomeriggio, mi buttai sotto la doccia, sperando che l’acqua calda potesse lavare via i dubbi e le ansie di un comportamento che non avevo neanche iniziato. Quando mi avvolsi l’asciugamano intorno alla vita mi rividi nello stesso specchio della mattina. Il rubinetto era ancora accartocciato, mentre l’asse del water stanziava zitto contro la parete. A vedermi da fuori non era cambiato nulla. Con una maglietta addosso avrei comunque potuto passare per un uomo normale…un uomo normale.
Dopotutto che c’era di male nella normalità? Nell’essere sicuro di ciò che mi aspettava il mattino successivo: sveglia, colazione, lavoro, pranzo, lavoro, doccia, cena, tempo libero. Alla fine la normalità era sottovalutata da tutti perché diventava troppo spesso monotonia. E si finiva per guardare con invidia allo straordinario senza davvero sapere cosa aspettarsi. Bisogna provarlo per capire, come con tutto e tutti, no? Chi desiderava fare a cambio molto spesso vedeva solo il lato lucente dello baratto.
Cenai con un pasto frugale, rompendo una forchetta perché sovrappensiero. In televisione non c’era niente di accattivante e mi coricai verso le nove e mezza. Ero stanco anche se non avevo fatto molto, avevo solo lavorato tanto di testa, troppo forse. Il tepore soffice delle coperte tornò ad abbracciarmi, così come mi aveva lasciato la mattina. Avevo chiesto lo straordinario e l’avevo ottenuto, sapendo cosa perdevo e ignorando cosa ricevevo. Adesso ero bloccato in un immobilismo ignavo, senza colpa e senza lode. Non potevo protendere per nessuna delle due parti. Forse qualche volta avrei usato le mie capacità per tornaconto personale, forse a volte invece per aiutare gli altri. Avrei calibrato i costi e benefici, avrei calcolato il rischio. Non potevo sapere se e quando avrei perso quelle capacità. Se fosse successo nel massimo splendore delle mie azioni sarebbe stato un problema. Perciò alla fine chiusi gli occhi facendo finta di niente, che nulla fosse successo quel giorno, che il mio desiderio non fosse stato esaudito, che fossi il solito trentenne della sera prima. A volte succede, di invidiare una condizione persa…non funziona sempre così?
Perché vedersi espresso un proprio desiderio è il massimo che potrebbe accadere, no?

 

Canzone del giorno: Tedua – Don’t Panic #ItalDrill

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