Il problema dei superpoteri 1/2: immaginazione creativa

Il problema dei superpoteri 1/2 è la prima parte di un racconto che descrive cosa succederebbe se un giorno mi svegliassi con i superpoteri.

 

Capita a volte di scoprire parti di noi e sorprenderci come bambini confusi. Capita a volte di conoscerci meglio di chiunque altro e alla fine scendere a patti con la consapevolezza di aver creduto ad una bugia per gran parte della vita. Capita a volte di esprimere un desiderio, senza forza o senza una vera volontà, e capita a volte che quel desiderio venga esaudito. Non dalla propria determinazione, non dal proprio accanimento, ma dal mistero che si nasconde dietro il cielo stellato, dove una singola parola contiene più potere di tutte le armi del mondo.
Perché vedersi espresso un proprio desiderio è il massimo che potrebbe accadere, no?
Ero a letto quando ho capito che la mia richiesta era stata esaudita. La notte prima avevo visto Superman, il film del 1978 con Christopher Reeve, da tutti ritenuto come l’unica encomiabile trasposizione del personaggio. In realtà non mi dispiacevano nemmeno gli altri film, ma i miei gusti ricordavano più quelli di un bambino di nove anni che di un trentenne fatto e finito. Mi lascio trascinare troppo dall’enfasi del momento, perdendo quella lucidità che dovrebbe avere il critico. Così il mio giudizio è distorto da emozioni momentanee e non è lucido nell’esprimersi. Mi capita anche in altre situazioni, ma meglio non entrare nei dettagli. Fatto sta che finito il film, prima di addormentarmi, chiusi gli occhi ed espressi il mio desiderio. Una richiesta senza logica, passabile di lucidità, e infangata dalla pellicola appena finita. E, se anche conscio di avere trent’anni fatti e finiti, non mi vergognerò a rivelarvi il mio desiderio, ma gradirei non lo diceste in giro. Sapete, sono ancora schiavo dei pregiudizi della gente. Se qualcuno è davvero libero mi insegni come si fa.
Chiusi gli occhi, la mente quasi pronta all’oblio notturno e le parole emersero spontanee: mi piacerebbe avere i superpoteri. Non seppi mai perché pronunciai quelle parole: stanchezza della monotonia quotidiana, enfasi dettata dal film appena finito, desiderio di uno straordinario sopra la normalità? Chissà. Dopo quelle trentatré battute il resto della nottata passò tranquillo, senza episodi caratteristici che avrebbero potuto mettermi sull’attenti il mattino dopo. Nei giorni successivi mi chiesi più volte che cosa davvero fosse successo. Dalle ricerche fatte quella notte era stata una notte come tante, senza il passaggio di una cometa, senza la fuga di sostanze radioattive, senza la congiunzione astrale di pianeti e senza nulla di inconsueto. La luna era alta nel cielo, piena nella sua profondità bianca. Se dovessi annoverare un unico fatto di rilievo sarebbe quello. Fu una notte ordinaria che si preparò a dare il benvenuto a un me straordinario.
Il mattino dopo mi svegliai con la stessa stanchezza della sera, se non accentuata per il lungo riposo. Alzarsi era la sfida più dura della giornata, e questo succedeva ogni giorno. Le coperte erano una prigione di morbidezza che trasmettevano la loro cedevolezza. I miei muscoli erano pronti a riceverla a braccia aperte come il più gentile degli amici. Il peso delle coperte aumentava in maniera esponenziale minuto dopo minuto. Così quando mi alzai avevo già compiuto l’impresa della giornata. Il resto era in discesa, e invece non lo fu.
Mi alzai per le mie abluzioni mattutine e il primo segnale di inusuale fu nel sollevare la tavoletta del water. Mi rimase in mano. Pulii gli occhi dalle croste della notte. Non potevo crederci eppure avevo quell’asse freddo proprio lì, con un incavo ricavato dalla pressione delle mie dita. Aveva già assunto quell’aria da discarica che spirava negli omonimi luoghi. Bastava così poco per diventare spazzatura. Bastava togliergli la sua funzione e il gioco era fatto.
Confuso sull’accaduto appoggiai l’asse di fianco alla parete e continuai nel mio rituale mattutino. Prima facevo pipì e poi mi lavavo la faccia. Piccolo segreto condiviso da ogni uomo: non mi lavavo le mani tra un passaggio e l’altro. D’altronde c’era la falsa credenza di svegliarsi puliti, ignorando quelle regole che poi nelle ore a seguire avrebbero bombardato il comune comportamento.
Nell’aprire il rubinetto del lavandino successe lo stesso fatto di poco prima: la manopola di metallo era ora un ornamento della mia mano. Il getto d’acqua scorreva al massimo contro il bianco del lavandino. Quel rumore insolito mi allarmò come un urlo in biblioteca. Che diamine stava succedendo? Era come se l’intera casa fosse appestata da tarme mangiatrici onnivore. O ero io la tarma?
Provai a fermare il getto d’acqua e nello stringere sentii la cascata boccheggiare per poi estinguersi. Mi sembrò di sentire altro, e quando tolsi la mano, lo confermai. L’erogatore era tutto accartocciato, modellato sotto la forma della mia stretta. Riuscivo a individuare le singole dita che avevano compiuto il gesto. Avevo appena stritolato e accartocciato il rubinetto.
Alzai lo sguardo verso lo specchio, constatando che la sorpresa non era solo nella mia testa. Chissà perché ogni bagno aveva uno specchio proprio dietro il lavandino? Certo, pratica comune, tradizionalista se non secolare, ma non ho mai trovato una risposta che non fosse “perché è il posto più naturale dove mettere uno specchio”.
La sorpresa dell’accaduto si rifletteva negli occhi spalancati, nella pupilla dilatata e nelle piccole gocce di sudore che iniziavano a imperlare la fronte. Dentro la mia testa gli ingranaggi giravano a mille per poter processare quel risveglio così fuori dall’ordinario. Quando finirono i calcoli, il cervello emise un unico verdetto: possedevo i superpoteri.
Avevo visto abbastanza film sui supereroi, letto centinaia di fumetti, per non sapere che stavo attraversando la classica fase “il risveglio dei poteri”. Guardai la tavoletta del cesso, poi il rubinetto, entrambi distrutti sotto la mia pressione. Le mani sembravano normali, rosa e morbide a vedersi, ma percepivo una forza elettrica attraversarle. Chiusi a chiave la porta, mostrando la massima cura per la presa di ogni singolo oggetto, dalla chiave alla maniglia. Ero solo in casa, ma avevo bisogno di restringere ancora di più il mio ambiente. Nonna mi aveva insegnato che la sicurezza nasceva dai piccoli spazi che riuscivamo a ricavarci dall’abisso della vita.
Con calma riuscii nell’impresa senza creare altri precedenti, poi mi tolsi la maglietta del pigiama. Con disilluso stupore constatai che il mio fisico non era cambiato per nulla. Avevo le stesse braccia con un accenno di bicipite, la stessa pancetta addominale e gli stessi pettorali solo abbozzati, ma mai davvero finiti. Studiai ogni parte del corpo con attenzione, in cerca di altre anomalie. Alla fine conclusi il rapporto: ero lo stesso della sera prima, solo molto più forte. L’apparenza non era cambiata, ma lo era la sostanza: una delle peggiori delusioni dei nostri tempi. Paradossalmente sarei stato più contento del contrario. Alcuni lati del mio carattere rimanevano più infantili di altri.
Decisi quindi il da farsi: dovevo scoprire se oltre ad una forza sovraumana avevo acquisito altri poteri. Così passai l’ora successiva a muovermi per casa con la delicatezza di un vecchio, tra colazione, chiamate in ufficio, e la preparazione del borsone. Strappai tre magliette prima di riuscire a dosare la forza nel quotidiano. Era difficile, soprattutto quando non ponevo la giusta attenzione. Il controllo rimaneva uno dei peggior nemici. Infine, uscii solo con il borsone da palestra e gli attrezzi in vista delle prove cui mi sarei sottoposto. Un luogo isolato era l’ideale per sperimentare. Scelsi un campo di grano nelle vicinanze del mio paese. Era inverno inoltrato e non c’era l’ombra di un arbusto. Era solo terra fangosa e promesse non ancora mantenute. Aprii il borsone quando fui sicuro di non avere occhi indiscreti a guardarmi. Avevo diverse idee sulla tipologia di poteri che potevo aver acquisito, tutte maturate dall’esperienza di un’adolescenza passata sui fumetti e di una buona cultura alternativa.
Il primo potere che testai fu l’invulnerabilità. Tirai fuori dal borsone un coltello da cucina bello grosso, uno di quelli usati per tagliare la carne. Appoggiai piano la punta sul palmo della mano, ne sentii il tocco freddo e poi lo staccai. Che cosa stavo facendo? Il sentore era lo stesso di sempre, non potevo essere diverso. Dopo una manciata di minuti a riflettere alla fine tornai a puntare il coltello contro il palmo. Se dovevo ferirmi tanto valeva in un punto che pensavo di poter controllare. Ci si dimentica troppo in fretta che una ferita è comunque una ferita. Spinsi. Quando la lama del coltello si incrinò a contatto con il palmo capii di avere una pelle inscalfibile. Rimisi l’arma piegata nel borsone con un sorriso che spiegava da solo l’emozione. Iniziai ad armeggiare anche con gli oggetti portati per gli altri esperimenti. Provai rispettivamente a sparare raggi laser dagli occhi, fiamme e ghiaccio dalle mani, allungare le estremità, il supersoffio, il superudito, la supervelocità, l’invisibilità, la necromanzia, la telecinesi, il teletrasporto, la visione a raggi X e a volare. Con mia delusione e, un caos di oggetti lasciati a terra, mi riuscì soltanto l’ultimo. Mi ero sollevato appena di due metri da terra e già il mio punto di vista era completamente cambiato. Non ero più legato alle leggi della fisica, non più schiavo di movimenti comuni, ero libero. Trattenni a fatica le urla, ma quando ritoccai terra non riuscivo a contenere la gioia. Sentivo come un vulcano esplodermi nel petto, desideroso di assaporare a pieno i frutti appena assaggiati.
Dopo più di due ore di esperimenti conclusi che ero stato benedetto con tre superpoteri: una forza sovraumana, una resistenza adamantina e la capacità di volare. Intorno a me c’era una battaglia di oggetti rotti, ormai spazzatura del vecchio me. Non ero diventato il Superman del film, ma non ero neanche più il trentenne della sera prima. Stentavo a credere a quello che mi era capitato, che stava succedendo e sarebbe successo. Si perché adesso il discorso di faceva più ampio. Le mie azioni non erano soltanto più mia responsabilità. La filosofia della stragrande maggioranza degli eroi si basava proprio su quello: se avevi la possibilità di cambiare il mondo e non lo facevi, se qualcosa andava storto era colpa tua.

 

Canzone del giorno: LÉON – Hope Is A Heartache

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