Il Piazzale: il cacciatore di taglie 4/6

Il piazzale è il quarto episodio del nostro cacciatore di taglie. Sulla via verso la sua preda si imbatte in un criminale ormai condannato e messo alla gogna. A lui viene chiesto di essere il boia, ma dopo …

Il piazzale

«Amico hai intenzione di dire qualcosa o no? È una vita che sei seduto qui e permettimi, potrei avere miglior compagnia nelle mie ultime ore» dice Ronny Patter, il prigioniero della gogna pubblica. Ha mani e testa bloccate da uno spesso asse di legno, posto su di un palchetto traballante al centro del piazzale cittadino. Si ode la fatica dal veloce movimento ritmico che le ginocchia hanno iniziato a suonare, sono stanche e ormai deboli. Croste bordate di sangue coprono gran parte della pelle visibile, e ciuffi di barba sono piantati su quel ghigno da volpe che si ritrova. Una carcassa animale con sembianze umane direbbero i più.
Il pistolero dondola con le gambe distese sull’asse, in attesa. Ad ogni movimento di stivale, un pezzo di terra, un tempo giovane e ora secca, nevica sullo sfortunato Ronny. Sfortunato mica tanto se sapeste il suo crimine.
Fuma una striscia di tabacco fresco mentre aspetta. Non sa definire bene perché, ma sa chi. Il ricordo dell’inchiostro è ancora vivido nella sua testa. Come tratteggiava la carta, come la blandiva, come la consumava. Il profumo nero di perdizione inebria ancora le narici dell’uomo.
«Una volta li ammazzavano direttamente i condannati. Non li lasciavano giorni a marcire sotto il sole e in mezzo ai loro escrementi prima di farli penzolare. Sai amico, credo che stiamo perdendo le tradizioni che più contano» ritorna a parlare Ronny.
«Sta zitto!» risponde veloce e preciso il pistolero.
Gli fa schifo quell’uomo. Più di ciò che vede, più di ciò che sente, è ciò che sa che lo connota. Come se la differenza sia il sapere. Barba, croste, sporco e volgarità disegnano persone differenti a seconda dell’animo. Perché è proprio l’animo che più di tutti pesa in uomo. E quello di Ronny è nero pesto, come il fondo di un barile in una cantina buia. Gli ha rovinato ogni singolo tratto, rendendolo spigoloso e brutto. Di una bruttezza viscida che trasuda dalla pelle, scivola lungo ogni pelo e ti bagna al solo contatto, avvelenandoti. Rimanere in compagnia di persone così ti colora l’animo, del colore sbagliato però. Non durerà ancora molto.
Tira il suo tabacco, che si accende di fiamme ed infine, come sempre, espira fumo. Sale ad aprirsi in una nuvola, che per pochi attimi racchiude in sé mille e più figure, per poi aprirsi e perdersi nel cielo azzurro. Secondi in cui quel piccolo sogno raggiunge il vasto oceano e poi si perde. Come coloro che partono forte ma si lasciano andare lungo la strada. Come coloro che sanno di sbagliare ma vanno avanti lo stesso. Non spetta a lui quella taglia, lo sa. Non spetta a lui quella caccia, eppure si trova in una lontana cittadina ad attendere che passi la preda di HolliDay Chuck, che passi lei. Il codice tra cacciatori è chiaro. Lui lo conosce, ma ha deciso di ignorarlo. Non gli capitava fin da quando era ragazzo di prendersi una simile fulminata. Più veloce di un proiettile ben mirato, più forte di un colpo di tequila, quando il manifesto è atterrato sul verde campo da gioco lui lo sapeva. Sapeva che quella donna era stata messa lì per lui. L’aveva stregato con i suoi occhi, con i suoi lineamenti, con il suo essere. E se questo era l’effetto di un disegno a due colori, non poteva immaginare cosa avrebbe provato ad averla sotto gli occhi, per davvero stavolta.
«Me ne fotto!» urla Ronny. «Mi scarichi addosso la tua merda, il tuo fumo e manco ti conosco. Ma chi cazzo sei tu?»
Il pistolero controlla l’orologio cittadino. Ancora due minuti. Non c’è nessuno nel piazzale. Tutti sanno cosa succederà fra due minuti eppure nessuno è venuto ad assistere. Il ricordo, il dolore, la gioia, la rabbia, l’invidia, la paura, in un momento come quello che stava per accadere si mischiano sempre diverse emozioni, visibili sui volti della folla. Rughe di esperienza o pelli lisce non fanno la differenza quando si assiste all’esecuzione di un uomo. Gli sguardi sono tutti per il protagonista, il morto, per i suoi ultimi attimi, per il suo dolore, per le sue reazioni. Eppure a questo spettacolo non verrà nessuno. Non l’hanno voluto omaggiare con il teatro pieno, con l’eccitazione della folla, con gli applausi finali. Il peggior miglior modo per andarsene, alcuni direbbero.
Le grosse lancette di rame segnano infine le undici. Il sole è quasi al suo culmine, non coperto da nuvole, e con forza illumina il palcoscenico. È giunto il momento.
La pistola è nella mano destra. Il proiettile è in canna. E la sedia è vuota.
Ora il pistolero sta in piedi dinanzi al condannato.
«Sono il tuo boia, spregevole tocca bambini».
Il pistolero spara. Il condannato muore.
Muore con la sorpresa delle ultime parole, muore con la delusione di essere un misero spettacolo, muore solo in un piazzale deserto sotto la calura dell’estate, muore stanco, sporco, ferito, con i pantaloni immersi nei suoi liquami. Muore.
Il corpo si accascia a terra, perde ogni forza e solo il legno lo mantiene in una posizione innaturale. Una posizione che lo costringe ad avere le mani imprigionate e il culo all’aria, una posizione da animale. Ma persino nella morte un qualsiasi animale ha più dignità di Ronny Patter, uno sciacallo che verrà gettato in una fossa e dimenticato nella terra.
Il pistolero alza lo sguardo. Nel silenzio che segue lo sparo della morte vede la Luce. Cammina dritta, attraversa il piazzale con noncuranza e stiletta il terreno come una rosa rossa farebbe nel deserto. Lunghe gambe leggermente bruciate dal sole, carne al sangue su una griglia, accompagnano un seno florido prigioniero di seta bianca. Gli sbuffi di terra alzata al suo passaggio non hanno il coraggio di toccarla, di sporcarla, e lei si bea di quella condizione. Passa senza degnarlo di uno sguardo. Nell’irrealtà della situazione lei è l’unica cosa reale. Più della pistola, più della puzza, più della morte, lei ora è tutto. Sogno di bellezza fatto carne e vestito di eleganza.
Quello fu il primo incontro con la Strega.

 

Canzone del giorno: Sangue di drago – Rancore

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