Il muro: l’unica battaglia che conta

C’è un muro a casa mia.
È un muro che odio con tutto me stesso.
Non riesco a spiegare perché. È come quando perdo una discussione animata. Sento che la disfatta incombe e mi arrabbio, non soltanto con l’avversario, ma più con me stesso. Perché sono stato stupido, ho sopravvalutato la mia intelligenza, il mio essere in gamba. Non posso far altro che trovare un capro espiatorio per sentirmi meglio.
Io ho quel muro.
Una parete lunga circa cinque metri che, prima di essere gettata lì, era solo un’idea, una discussione, un semplice silenzio tra i miei genitori. Quel muro freddo divide proprio la camera di mia madre da quella di mio padre.
Ma non è sempre stato così. Una volta era diverso.
Abitavamo in un piccolo bilocale in provincia, un appartamento dove cucina e soggiorno si fondevano insieme. Per molto tempo i miei rifugi notturni sono stati la culla, il piccolo lettino e infine il divano. Papà faceva il cuoco con i doppi turni in un ristorante e mamma lavorava come cassiera di giorno, studiando economia di notte. Avevano un sogno e combattevano per esso. Erano sempre impegnati fuori, stanchi in casa, ma non importava perché nel piccolo calore della famiglia eravamo felici. Sorrido quando ripenso a quel periodo.
Una volta c’era un’unica grande stanza, con un soffice letto matrimoniale, uno sgangherato armadio a muro e un comò con il cassetto rotto. Quella stanza, l’originale, ha per me ancora il sapore della mia infanzia. Aveva il profumo delle notti passate al caldo tra le spalle dei miei genitori. Era lo shampoo di mamma e il deodorante di papà. Quando la mattina mi svegliavo sentivo ancora il loro calore coccolarmi. Tiravo le coperte oltre la testa e trattenevo il respiro. Mi sentivo protetto da un tiepido cielo d’amore.
E poi il loro sogno si avverò, hip hip urrà.

Papà riuscì ad ottenere la gestione del ristorante e mamma si laureò. Gli eventi migliorarono in fretta, e alla fine della quinta elementare abbandonammo quel bilocale. Salutammo la parte più felice della nostra vita con un sorriso e con soddisfazione. Non c’era rimpianto all’epoca, solo apprezzamento.
Mi ripetevano sempre che un giorno avremmo avuto una grande casa con giardino, con tanto spazio per correre e giocare. Beh, facemmo jackpot. Una luce abbagliante si era accesa sul nostro palcoscenico. Una luce così forte da lasciarci spaesati quando poi si spense. L’illusione della felicità rimase per diversi anni. Il ristorante andava sempre meglio, attirando clienti e investitori. Il nome divenne una catena. Mamma intanto faceva fruttare i suoi studi, abbandonava il supermercato, e si gettava nel mondo delle imprese. Gli affari si dimostrarono il suo ring ideale.
Un quadro perfetto visto da fuori. La piccola famiglia in difficoltà che si rimbocca le maniche e spreme dagli ingrati limoni della vita una buona limonata. Da farci un film con Tom Hanks nel ruolo del padre e Meryl Streep in quello della madre (presuntuoso?). Da farci un film se non fosse per il mio punto di vista.
Io ero lì in mezzo. Al centro della caotica evoluzione della nostra vita, spettatore passivo di eventi che non ero in grado di cambiare. Le soddisfazioni di papà, le promozioni di mamma, le sveglie prima dell’alba, i ritorni a casa dopo cena, le chiamate di lavoro a qualsiasi ora, il delegare compiti non necessari, il lento inesorabile allontanamento dalla vita familiare. Era tutto sotto il mio sguardo, ma io ero occupato a crescere, ad essere viziato. Non coglievo i segnali, troppo abbagliato dalla fortuna del benessere.
A riguardare indietro ora riesco a leggere i momenti, ora capisco.
Sono i dettagli che ci fregarono. Le piccole cose che giorno dopo giorno incrinarono il rapporto tra i miei. Senza catastrofi questi piccoli dettagli si infilarono nella nostra quotidianità, piantando i loro semi. Nutriti da incomprensioni, silenzi, ritardi, discussioni, orgoglio, paura, frustrazione e stanchezza, questi semi germogliarono. E più essi crescevano, più il rapporto tra i miei cedeva, pezzo dopo pezzo, pietra dopo pietra. Quando infine crollò del tutto decisero di costruire il muro. Come una scomoda infezione quel muro tagliò di netto la loro camera da letto. Era abbastanza grande per essere divisa, senza che nessuno dei due dovesse scendere a patti con la scomodità del divano. Il divorzio era ad un passo, leggermente sussurrato, ma non ebbero il coraggio di urlarlo.

Mi ricordo bene il giorno che gli operai finirono il nuovo muro. La parete di mamma era color beige, mentre quella di papà era un bianco spartano, il più semplice possibile. Le due stanze profumavano di vernice fresca e aria pulita. Fui il primo a salire le scale, il primo a vederle e fui il primo a piangere. Realizzai la fine di un’adolescenza felice, tranquilla, normale, realizzai la fine della famiglia per come la conoscevo, realizzai la fine di quella stanza, scheletro in un cimitero senza polvere. Avevo perso una discussione che non sapevo neanche di aver intrapreso e non c’era nessuno su cui potermi rifare, così scaricai la mia merda su quel muro. Da quel giorno iniziò a puzzare. Un odore così nauseante che non mi fece più avvicinare.
Pian piano lasciai perdere ogni forma di battaglia in casa. I miei genitori erano stati i primi ad arrendersi e io ero troppo inesperto per poter combattere. Ero un pugile sanguinante, con il fiato corto, le braccia penzolanti, troppo stanco per continuare. Ero stato sconfitto dalla realtà.
I loro orari ormai non combaciavano più. La mattina facevano a gara per uscire prima e la sera per tornare tardi. Raramente si fermavano nella stessa stanza, e quando parlavano era solo per discutere di ovvietà. La piccola luce familiare era diventata lavoro per loro. E io ero lì nel mezzo, coccolato da due estranei che volevano ancora il titolo di genitori, ma incapaci di esserlo.
Iniziai a mangiare da solo, a pranzo con pasti pronti e a cena con la governante che tentava di condire il tempo con qualche domanda. Ero stanco di ascoltare, ero stanco di quella situazione, ero stanco di quella casa. Se loro avevano mollato chi ero io per resistere. Scoprii di non avere la tempra che andavo millantando. Non ero un pugile, ma un codardo.

Iniziai ad evadere da una condizione che non era la mia, una situazione che non riconoscevo come casa. Trovai altri luoghi dove sentirmi sicuro, dove ridere in compagnia. Provai a investire le mie energie in un’altra famiglia, che fossi in grado di scegliere, di cambiare. Abbandonai la casa per i parchetti, le strade e i bar. Mi sentivo me stesso soltanto fuori, lontano da quel muro freddo che testimoniava la mia sconfitta. Riscoprii il sorriso e le risate. Il calore di un gruppo di amici su una panchina in inverno spazzò via la tristezza di ricordi felici. Era la mia medicina e presa giornalmente attenuava rabbia, dolore, rimorso. Sopravvivevo in casa, vivevo fuori.
Passai la mia adolescenza come un tossico di tempo a desiderarne sempre di più, lontano da quelle mura. Trascorsi la mia adolescenza scappando da quella situazione, senza mai affrontarla direttamente, finché non venne il giorno del mio primo addio. Era un mio amico, uno della compagnia, e si trasferiva in Germania con la famiglia. Caso vuole che pochi giorni prima ci avessi litigato per una ragazza e fossimo ai ferri corti. Entrambi non eravamo grandi parlatori. Il nostro screzio si portò così fino al giorno della partenza. Dopo i saluti di rito al gruppo, mi si avvicinò e mi lasciò spiazzato citando una frase di un film: “in tempi di crisi i saggi costruiscono ponti, mentre gli stupidi innalzano barriere”. Lo sguardo era sincero. Era il suo modo per mettere una pietra sopra la nostra discussione. La chiudemmo lì.
A volte serve solo la frase giusta, al momento giusto detta dalla persona giusta. Alle volte serve unicamente quella. Una frase di un film sui supereroi è in grado di aiutarti a cambiare il punto di vista.
Non credo che mi illuminò più delle mille chiacchere sulle panchine. Non credo che mi accese la lampadina della ragione dopo anni. Credo solo che fosse quella mano che stavo aspettando per rialzarmi. Alla fine quando un pugile è al tappeto, può restarci finché vuole, commiserarsi della sua sconfitta, anche a luci spente, ma prima o poi qualcuno gli offrirà una mano. Avevo la mia.

E così quella sera decisi il da farsi. Decisi di diventare saggio a modo mio. Chiesi ad un mio amico la mazzetta da muratore del padre e andai ad affrontare il mio nemico. La casa era vuota. Salii le scale ed entrai nella stanza di mia madre, l’unica che avesse la finestra con balcone. Fissai dopo tanto tempo quel beige arricchito di ornamenti inutili e poi caricai la mazzetta sulle spalle. Spensi la tensione del momento non pensando alle conseguenze.
Colpii. CRACK.
Colpii di nuovo. CRACK.
Colpii ancora. STUMP.
Colpii nello stesso punto. CRASH.
Ad ogni colpo la mazzetta diventava più leggera, ad ogni colpo il muro perdeva pezzi, ad ogni colpo mi sentivo più libero. Sembrava come se tutti i miei problemi potessero crollare, che i confini si annullassero, che il mio mondo fosse finalmente piatto, senza ostacoli da superare. Ad ogni colpo tutto sembrava possibile. Le paure, le insicurezze, i silenzi, le incomprensioni cadevano a pezzi come quel muro. Stavo creando il mio ponte personale.
Colpii infine per l’ultima volta. STUMP, CRASH.
La mazzetta si incastrò nel buco del muro e la lasciai andare. Ero madido di sudore per quei pochi attimi, il buco era largo quanto il mio braccio, e io avevo finito. Avevo creato quel collegamento tra le due stanze che da anni mancava. Prima di andare spaccai anche la finestra per simulare un’infrazione. Poco credibile senza un furto effettivo, ma non si può pretendere la perfezione da un piano raffazzonato nel pomeriggio.
Infine, seduto sulla panchina del parco di fronte, attesi.
Quando, diverse ore dopo, tornai a casa le luci erano ancora accese. L’atmosfera era inusuale. Sia mamma che papà stavano discutendo sul fatto e se fosse il caso di chiamare la polizia. Non mancava nulla e i danni erano per lo più di natura vandalica. C’era un bel po’ di confusione, entrambi erano abbastanza agitati. Passammo la notte a ragionare sull’accaduto. Per la prima volta dopo tanto tempo parlammo tutti e tre insieme, senza discutere. Il giorno dopo entrambi presero ferie. Cercammo una ditta per il muro e per le pulizie. Ci offrimmo di aiutare gli operai come meglio potessimo. E mentre i rumori della costruzione sfondavano il silenzio solito di casa, li vidi. Entrambi, nella propria stanza, a scambiarsi uno sguardo complice attraverso il buco. I loro occhi si incontrarono nel mezzo di quel buco, nel mezzo di quel ponte sorto dalle macerie del muro. Sorrisero un po’ imbarazzati, come i tempi del bilocale, quando bastava poco per essere felici. Sotto le loro maschere batteva ancora il sentimento iniziale.
Pochi giorni dopo il muro tornò come prima e loro due ricominciarono la loro vita di sempre, ma io avevo la mia prova. La prova che la colpa di tutto non era la presenza del muro, ma l’assenza di un ponte. Un collegamento, un filo, un legame che potesse fargli ricordare le qualità migliori dell’altro; perché a non poterle vedere, prima o poi te ne dimentichi. E se non potevano farlo da soli, capii che era mio compito. Avevo distrutto il primo muro, ora dipendeva anche da me abbattere il secondo. Non erano più soli.

Mi piacerebbe scrivere che ce l’ho fatta, ma è una battaglia difficile. Ogni giorno martello per poter rompere parte di quel muro. Ogni giorno provo, perché non voglio più sentirmi inadeguato in casa mia. Non voglio più assistere ad uno strappo sentendomi impotente. Ogni giorno li aiuto a ricostruire quel legame, ma è una battaglia difficile. Eppure è l’unica che conta davvero.

 

Canzone del giorno: The Greatest Showman – Never Enough

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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