Il guerriero: gli ultimi momenti sono una merda

La spada insanguinata cadde dalla presa del guerriero.
Rimbalzò due volte in modo scomposto e poi l’erba alta la risucchiò. Il suo sguardo azzurro si fissò in quello nero del suo avversario. Così scuro da poterci cadere dentro e mai ritrovare la via di casa.
Le gambe si piegarono e le ginocchia baciarono terra con la durezza di un amante grezzo.
Non se la sarebbe aspettata così la fine. Non era gloriosa come i cantastorie avevano sempre cantato.
“Sentirai le trombe suonare nella tua testa solo in due occasioni: quando troverai l’amore e quando troverai la morte” gli aveva detto suo padre tanto tempo fa. Suo padre ne sapeva di cose eppure le trombe non erano suonate. La luce dei dipinti non era venuta a chiamarlo in cielo. C’era solo quella strana sensazione che sorgeva al centro del petto. Una sensazione che l’aveva artigliato al cuore e infilzato con i suoi neri artigli, iniziando a tirare. Tirava con tale forza da strappare gemiti di dolore. Lo tirava verso il basso. Ad ogni tiro strappava muscoli, gettava sangue, soffiava freddo e presentava una fine ormai prossima.
“I cancelli dorati si apriranno dinanzi a voi e il Signore loderà il vostro operato” aveva sentenziato il sacerdote prima della battaglia. Il guerriero alzò lo sguardo a cercare il candore delle nuvole, ma non vide altro che il verde circostante. Non vide che soldati ammassati in modo indistinto a puntellare di rosso le colline. Il canto degli angeli stentava ad arrivare mentre nelle sue orecchie il ronzio del combattimento era stato scalzato dal silenzio violento della fine.
Si pensa che i momenti finali siano diversi per qualche magico motivo, che il tempo rallenti e la vita passi davanti a ricordare un sorriso ormai spento; invece la verità è che sono esattamente come tutti gli altri momenti, se non peggiori. Il dolore preme come un metallo rovente. Ricorda che il tempo sta per scadere e ogni attimo, ogni secondo si soffre. Il sangue impazzisce. Capisce di avere ancora poco da scorrere e inizia a tempestare ogni parete con tale forza da voler strappare la rosea prigione. E intanto bisogna sforzarsi di trattenere tutto dentro, di non lasciarsi andare ad una morte indecorosa e maleodorante.
È proprio una merda.
La forza nera aveva quasi del tutto compiuto la sua opera. Il cuore era sempre più vicino al baratro di oscurità che lo attendeva quando una mano gli afferrò i capelli incrostati di sudore, terra e sangue, e tirò. La testa seguì il movimento violento senza opporsi e il collo si aprì come un ventaglio in una giornata di sole afosa.
Il carnefice non aspettò che la porta della morte si aprisse con la classica calma rituale, ma decise di sfondarla lanciandoci addosso il corpo ormai sconfitto. La spada baciò la pelle e la penetrò in un movimento orizzontale ineluttabile. Il sangue trovò la sua via d’uscita e come una fontana, zampillò a fiotti mentre lo sguardo azzurro del guerriero ascendeva oltre le palpebre. La mano sbatté il corpo a terra, seguito da un lancio di saliva che colpì la guancia dello sconfitto. Il rosso bagnò l’erba in una macabra aureola religiosa.
“Morire fa schifo. In quel momento non te ne frega niente del dopo, ma sei artigliato dal dolore a quel momento. Non te ne frega niente della gloria, ma soffri e hai paura. Non ti importa della tua missione e manderesti tutto al diavolo pur di poter respirare un secondo di più. Dentro di te piangi, ti dimeni, tremi, trattieni a fatica la merda e soffri. Faresti di tutto per poter continuare a vivere. Morire fa schifo, credimi” in quel momento il guerriero si ricordò delle parole del vecchio che aveva incontrato poche sere prima in una locanda. Un matto che parlava della morte non avendola mai provata, aveva pensato. Puzzava di birra, piscio ed era pieno di croste sporche. Non una prima scelta come compagnia, ma nell’ultimo momento non ripensò a suo padre o al prete, ma alle sue parole. Diamine se aveva ragione. Morire faceva schifo.

 

Canzone del giorno: Radio Ga Ga – Queen

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