Il fulmine

Il fulmine, siamo io e mio cugino in un bar. Seduti con due birre da sessantasei e due bicchieri asciutti sul tavolo.

Stiamo per tornare a casa dopo una partita a calcetto non propriamente spettacolare. Le abbiamo prese di brutto. Soldatini senza fiato a morire su una piccola collina verde e infine pagare per aver perso. Non pensavo fosse così democratica la guerra. Ci siamo proprio rammolliti.

Mio cugino si ordina un panino con crudo, gorgonzola, peperoni sottolio, olive e senape. Una bomba nella bocca quanto ore dopo nello stomaco. Ho sempre tifato per la cafonaggine a tavola e ricordo con piacere i giorni in cui mettevo a dura prova la mia resistenza. Rimpiango il mio labirinto mentale che mi impedisce di prendermene uno così gozzo e sentirmi libero dopo averlo fatto. Mi sono costruito così tante pareti sull’alimentazione che è difficile ricordarsi il sapore della libertà. A volte però, trovo qualche piccola crepa, qualche buco nel muro e allora respiro a pieni polmoni il proibito. Devo essere lesto a gustarmela questa breve libertà, per poi scappare e dimenticare. Se dimentichi non hai fatto niente.

Mio cugino è un po’ come me. A volte sente il bisogno di parlare di stronzate solo per riempire certi silenzi che i saggi sanno rispettare. Mai stato della squadra. Questa è una di quelle volte. Attacca a parlare della sua giornata. Lui è un ingegnere informatico, uno di quelli che chiameresti quando ti si impalla il computer. Credo che definirlo così sia sminuirlo leggermente, ma d’altronde non ho mai veramente compreso ciò di cui si occupa. È la classica situazione in cui generalizzi un compito, lo rendi più banale per aiutarti a comprendere, quando in realtà quello banale sei tu. Perché non ho mai approfondito? Non mi interessa. La verità sta tutta qui. Credo sinceramente che ogni persona abbia prima di tutto una dose di cazzi propri da amministrarsi e poi possa aprirsi agli altri. Più aumentano le rogne personali e meno spazio rimane a quelle fuori. È come un diagramma a torta, uno di quelli colorati che ti divertivi a fare alle elementari: più aumenta uno spazio, più diminuisce l’altro.

Beh quella sera il mio grafico era abbastanza monopolizzato dai miei cazzi e non ne tenevo proprio. Annuivo con la testa, magari lo guardavo anche negli occhi, ma sinceramente non ero lì. Uno si stanca più facilmente quando lavora nella testa. Apprezzo davvero quelli che sanno riconoscere la situazione al volo, quelli che non si accontentano di tastare la superficie. Mio cugino è uno di quelli e dopo poco vedo che capisce. Taglia corto e arriva al sodo.

«… in informatica un assunto fondamentale è che è impossibile testare la presenza di errori per un generico algoritmo, ma non la loro assenza. È il problema dell’indecidibilità della correttezza di un generico algoritmo».

Ora non chiedetemi perché abbia chiuso la storia con questa frase. Non chiedetemi perché abbia pensato che potesse interessarmi o che razza di giornata noiosa sia passarla tra algoritmi e numeri. Chiedetemi piuttosto perché quella massa di parole scientifiche mi abbia così tanto colpito da scriverci su un pensiero. Così, d’improvviso, quelle parole sono state come un fulmine in un campo di grano, in una pallida serata che nulla aveva da dire, ma che infine ha parlato facendomi vedere le stelle. Me lo sono fatto rispiegare una seconda volta il problema, non avevo capito bene la prima. In pratica dice che non è possibile giudicare se un algoritmo sia giusto, ma solo che ci siano degli errori. Cioè se gli mandi un input quello potrebbe funzionare, ma non è detto che sia valido per tutti i possibili input. Cioè, diamine, la capite che la genialità di quest’affermazione è come la vita stessa. Vivi, sbagli e solo dopo capisci. Il fulmine mi ha colpito, lasciato lì a terra ancora di più della vista del panino che pochi secondi dopo è arrivato sul tavolo. Avevo ancora quelle parole nella testa. Tempestavano le nuvole come tuoni e non erano i versi di mio cugino con la sua preda. Lasciarmi andare ai pensieri in quella situazione era più che raccomandabile, credetemi. Noi Russo messi a tavola siamo temibili per ogni cuoco, barbari accomodati su una sedia e, in intimità, lasciamo andare la nostra ira senza preoccupazioni. Credo sia un talento di famiglia, uno dei tanti. Tornando alle parole, quelle erano sempre lì. Erano lì quando mio cugino finì di mangiare, erano lì quando pagò il conto, erano lì quando si accese una sigaretta. Neanche sapevo fumasse e la cosa mi sembrò davvero strana. Erano lì anche quando tornammo a casa e venne il momento di lasciarmi andare nel letto. Dannazione correvo il rischio di passare una notte in bianco e, cosa ben peggiore, non con una donna. Una notte in bianco ne deve valere la pena, sennò è solo tempo buttato. Quello che più mi aveva colpito era proprio la genialità di quell’affermazione, che sprovvista di ogni significato informatico era qualcosa di grande. Era una fottuta metafora della vita stessa. Una di quelle che potresti utilizzare come esempio e bearti delle tua intelligenza. Guadandoti indietro non puoi sapere se ciò che hai fatto è perfetto, ma solo vedere a posteriori se hai commesso errori. Quelle parole sono tutto e sono niente. Non puoi sapere se le tue decisioni andranno bene per te, per tutti, puoi solo giudicare dopo aver vissuto. Ed è proprio in una serata che nulla aveva da dire, con parole che han ribadito un concetto già saputo che ho capito. Come sempre accade un fulmine non avvisa, non dà motivazioni e non può essere spiegato. Arriva, colpisce e svanisce. Disteso nel letto, poco prima di addormentarmi, ho davvero capito quel fulmine.

Buonanotte.

 

Canzone del giorno: Metallica – Nothing Else Matters

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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