Il Fiore

Il Fiore è un racconto che ho scritto come appendice per un fumetto. Come opportunità è stata la prima che mi ha permesso di vedere le mie parole stampate su carta e lette da essa, non smetterò mai di ringraziare il mio primo direttore per avermi dato la possibilità. Il Fiore si concentra sugli ultimi momenti di una un guerriero e il suo ultimo punto di vista. Buona lettura.

 

La spada insanguinata mi cade dalle mani. Rimbalza due volte in modo scomposto e poi sparisce. Le gambe si piegano, le ginocchia baciano terra con la durezza di un amante grezzo e io perdo.
Non me la sarei aspettata così la fine. Non è gloriosa come i cantastorie hanno sempre cantato.
C’è solo quella strana sensazione che sorge al centro del petto. Una sensazione che mi afferra il cuore e infilza con i suoi neri artigli, iniziando a tirare. Tira con tale forza da strappare gemiti di dolore. Ad ogni colpo lacera i muscoli, getta sangue, soffia freddo e apparecchia una fine ormai prossima.
Ecco la ricompensa del perdente: la morte.
Alzo lo sguardo a cercare il chiarore delle nuvole, ma il tetto degli alberi non mi presenta che un mosaico nero intervallato da macchie azzurre. Il canto degli angeli stenta ad arrivare mentre nelle orecchie il ronzio dello scontro è scalzato dal silenzio violento della fine.
Si pensa che gli ultimi momenti siano diversi per qualche magico motivo, che il tempo rallenti e che la vita ti passi davanti a ricordare un sorriso ormai spento, invece la verità è che sono esattamente come tutti gli altri momenti, se non peggiori. Il dolore delle ferite freme come il metallo rovente gettato nel barile d’acqua freddo. Il tempo sta per scadere e ogni attimo, ogni secondo, si soffre. Il sangue impazzisce, capisce di avere ancora poco da scorrere e inizia a tempestare ogni parete con tale forza da volerne strappare la rosea prigione. E intanto bisogna sforzarsi di trattenere tutto dentro, di non lasciarsi andare ad una fine indecorosa e maleodorante. È proprio una merda la morte.
La forza nera ha quasi del tutto compiuto la sua opera. Il cuore è sempre più vicino al baratro di oscurità che lo attende quando d’improvviso una mano mi afferra i capelli incrostati di sudore, terra e sangue.
Tira.
La testa segue il movimento violento senza opporsi e il collo si apre come un ventaglio in una giornata di sole afosa. La spada avversaria bacia la pelle e la penetra in un movimento orizzontale ineluttabile. Il sangue trova la sua via d’uscita e come una fontana, zampilla a fiotti mentre lo sguardo azzurro va perdendo lucidità. La mano mi sbatte a terra, seguito da uno sputo di saliva sulla guancia.
Il rosso inizia a bagnare l’erba in una macabra aureola religiosa.
Infine, quando gli stivali del vincitore si allontanano da un corpo, di fatto già morto, vedo l’ultima immagine di una vita dissoluta e sorrido per l’ironia.
Un fiore dai petali bianchi sta a pochi passi da me, sovrastandomi con la sua piccola presenza.
È bianco come il colore della virtù da cui sono sempre fuggito, protetto da radici che erompono dal terreno a formare mura naturali alle sue spalle. Non sono mai stato per le giuste vie. Quando mi trovavo davanti ad una doppia strada finivo inevitabilmente per imboccare quella sbagliata.
È sottile, dal gambo fragile in un territorio in cui non avrebbe motivo d’esistere, a ricordare la leggerezza con cui affrontavo le conseguenze delle mie azioni. Ho sempre colto l’attimo e vissuto alla giornata. Bel risultato infine.
Quel fiore sta lì a pochi passi da me, così dannatamente fuori luogo da risultare affascinante. Il mio sguardo rimane sull’attenti aspettando che la forza nera faccia il suo dovere. Quel fiore, ultimo giudice in terra di un criminale che l’ha sempre fatta franca. Or dunque nel momento finale anche io avrò il mio processo. Di divina beltà come direbbero i poeti, quel fiore assiste al mio giudizio. E come lui sboccio, di un rosso intenso mi apro al mondo prendendo più spazio possibile, sperando di poter mostrare la mia bellezza, la mia innocenza, di poter spargere il mio profumo.
Io e il fiore. Rosso e bianco. Morto e vivo.
C’è chi pensa che morire non sia proprio il massimo della vita. Piangi, ti dimeni, tremi, trattieni a fatica la merda, soffri e faresti di tutto per poter continuare a vivere, persino pentirti di tutte i crimini commessi. In verità è così, ma quello che non dicono è che poi dopo tutto quel soffrire, passa. Esattamente un attimo prima di chiudere il sipario tutto passa, e ti ritrovi in pace, solo con te stesso. Quell’attimo è leggero come il petalo di un fiore, calmo come il suo colore puro e dannatamente insignificante come lo sarebbe un solo fiore in tutta la foresta. Che sia anche il più bel momento della vita alla fine, pochi secondi dopo, è comunque finita. Perciò ringrazio per la poesia del destino ma mi tengo la mia condanna e non mi pento. Non basterà la bellezza di tutta madre natura a farmi fare ammenda di una vita che ho faticato a percorrere. Preferisco morire con i pantaloni sporchi che con la colpa di aver sbagliato a vivere. E così farò.

 

Canzone del giorno: The Kids Aren’t Alright – The Offspring

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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