Il dungeon di sangue, il ragazzo, anno quattro

Il dungeon di sangue è l’intro di una battaglia che voglio aspettare a raccontare, quando sarò preso dalla giusta emozione saprò che potrò dare degno corpo al testo. Ripeterò la parola dungeon solo per il SEO, buona lettura.

 

Un forte odore di stantio e muffa attraversava tutto il corridoio del dungeon. A Zelfi non erano mai piaciuti i sotterranei. Non c’era luce, non c’era natura, erano la rappresentazione della caducità dell’uomo, scolpiti in ammassi di pietra morta.
Il ragazzo si muoveva guardingo con la spada estratta nella mano destra e la torcia nella sinistra. Aveva un avanzamento incerto ma sicuro. Era la prima volta che lo vedeva così attento. Il vecchio gli aveva spiegato la missione e lui ne aveva capito l’importanza. Bisognava trovare il bambino e riportarlo dai suoi genitori. Così all’entrata della cripta si erano divisi, allo scopo di coprire più terreno. Secondo le mappe erano due le strade possibili. Il vecchio gli aveva ordinato di seguirne una e riportare qualsiasi avvistamento, senza ingaggiare battaglia.
Il ragazzo aveva preso a cuore la missione. In quel grido d’aiuto rivedeva parte del suo passato. Zelfi lo sapeva, glielo leggeva in faccia, lo sentiva nelle vibrazioni del suo respiro. Com’era tormentato quell’ammasso di carne e muscoli.
«Se dovessimo incontrare dei mostri saresti pronto?» chiese Zelfi, svolazzando vicino alla spalla del ragazzo.
«Non esistono mostri. Sono solo leggende» rispose lui.
Zelfi invidiò quella sua ingenuità.
«Saresti stupito di scoprire cosa esiste sotto la superficie della tua verità».
Il ragazzo la guardò con fare disinteressato.
Svoltarono a sinistra. La luce fioca illuminò un altro corridoio per poi lasciar intravedere alla fine un quadrato di luce. Il ragazzo spense la torcia sotto lo stivale e seguì la luce in lontananza. Man mano che si avvicinavano Zelfi avvertiva i rumori aumentare, le voci mischiarsi e l’odore del sangue farsi più intenso. Quello che avrebbero trovato alla fine del tunnel li avrebbe colpiti più delle attese. Zelfi era curiosa di vedere come avrebbe reagito il ragazzo.
Quando arrivarono ai limitari del corridoio, persino lei si fermò a mezzaria stupita. Davanti a loro si apriva una grossa sala illuminata da sei torce a muro, con due file di colonne ai lati. Un quadrato di gradini conduceva al cuore della sala, ribassato di pochi centimetri. Il pavimento, in origine di pietra chiara, ora era irriconoscibile, coperto dal rosso bagnato del sangue. Membra varie, pezzi di corpi e teste mozzate adornavano tutta la vista. Un odore nauseabondo saliva a colpire le narici. Il sapore della morte era rancido e avariato. Lo spettacolo era raccapricciante.
Nel mezzo di quella carneficina stavano tre uomini in piedi, mentre conversavano con fare allegro, come se si trovassero in una taverna a scambiarsi la battute della giornata. Avevano delle facce divertite, mentre mani e armi erano sporche del crimine circostante. Ridevano delle vite tolte e di quelle che avrebbero tolto.
Legato ad una sedia, in mezzo a loro, si trovava un bambino biondo con un farsetto scucito e il viso rigato dalle lacrime. Li guardava con paura e rassegnazione. La situazione era chiara.
Non esistono i mostri, pensò Zelfi.
Il folletto girò lo sguardo verso il ragazzo. Lei era rimasta allibita davanti a quello spettacolo, ma lui invece sembrava come paralizzato. Zelfi ne percepiva la vibrazione intorno a lui. I folletti erano in grado di sentire i sentimenti e le emozioni dalla magia dell’aria. Si stupì però della reazione sconvolta del ragazzo. Possibile che il suo addestramento non lo avesse preparato ad una scena del genere?
«Ehi, stai bene?» gli chiese sottovoce, volandogli sulla spalla.
Quando però lo toccò capì quell’espressione che l’aveva confusa: non era paura, ma rabbia. La magia funzionava meglio con il contatto. Qualcosa di rovente cresceva da dentro il suo animo. Gli montava un’ira inquietante, come una fiamma appena accesa e subito alimentata. Cresceva sempre di più, consumando ogni altra emozione. Zelfi venne fulminata da un ricordo del ragazzo, un attimo di condivisione involontaria. Riuscì a vedere la morte nelle sue memorie e sentì il dolore come se fosse il suo. Si piegò su se stessa, sempre sbattendo le piccole ali. Così tanto dolore per un corpo così piccolo.
Il ragazzo stava per esplodere e lei non poteva fare niente per evitarlo. Si allontanò, staccandosi da lui e si nascose nell’oscurità del soffitto, ancora scossa dalle fitte di dolore per poter parlare.
La mattanza in quel dungeon non era che l’antipasto. Le scese una lacrima, ma non era per quello che aveva visto quel giorno.

 

Canzone del giorno: It’s Time -Imagine Dragons

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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