Gaws: storia di un elfo fortunato

Questo racconto è il risultato di una serata tra amici a giocare a Dungeons&Dragons. Gaws è il personaggio protagonista che trovatosi in una situazione scomoda, cacciato e preda di un gioco sanguinario, deve reagire. Questo racconto è l’inizio della sua reazione e come tutte le migliori storie ne uscirà vincente. Buona Lettura.

 

Diamine! Devo fare il punto della situazione, stendere un piano d’azione e medicarmi, cazzo, pensò l’elfo mentre entrava nella casa disabitata. Salì le scale senza far rumore e si accasciò contro la parete della stanza lontano dalla finestra. L’occhio destro, quel che ne rimaneva, bruciava senza sosta; il pugnale aveva fatto il suo lavoro. Fortunatamente, a parte quello, non aveva riportato danni più gravi.
Tirò fuori dallo zaino una tunica logorata e la strappò nel finale, creando una benda improvvisata che coprì la ferita.
«Il druido, il cacciatore, il goblin, i due crocifissi, lo stronzo e l’arciere, sette. Contando me, otto. Quindi vuol dire che altri quattro sono ancora tra le vie della città a darsi la caccia. Se sono fortunato si ammazzeranno a vicenda e nascondendomi dovrei sopravvivere; dopotutto ne escono vivi due. Si perfetto! Mi nasconderò!» concluse sorridendo Gaws.
D’un tratto, però, le orecchie si tesero e il suo sorriso venne meno.
Si accostò velocemente alla finestra senza farsi vedere, tentando con l’unico occhio sano di scorgere l’origine di quella inquietudine.
Veniva avanti a grosse falcate, imprimendo saldamente l’impronta degli stivali nella sabbia.
L’oscuro figuro era alto più di due metri, dalle spalle e muscolatura possente; era adornato di pelli animali culminanti in una voluminosa criniera nera che copriva il collo. In testa indossava un elmo ammaccato con due grossi corni bianchi che allungavano la sua figura. Infine, alla cintura portava i premi delle sue battaglie: quattro teste decapitate con le bocche cucite, due sacchetti intrisi di sangue e viscere umane legate a cintura.
Gaws riconobbe tra le vittime la testa di colui che lo aveva accecato. Di scatto si abbassò e si rannicchiò contro la parete.
«Cazzo! Cazzo! Speriamo non mi abbia visto!»
I suoi passi si avvicinavano sempre di più. Risuonavano nella mente come tamburi di guerra prendendo il ritmo della battaglia. Chiuse gli occhi e giunse le mani. I passi erano scanditi dal silenzio e il loro rumore aumentava sempre più.
D’un tratto, tra lo sforzo delle palpebre serrate e dei denti stretti gli vennero in aiuto le poche parole sagge dettagli da Thurval una volta: un uomo combatte le sue battaglie anche quando sa di perderle, perché sono le sue. E veloci come erano arrivate, cosi sparirono.
Gaws riaprì gli occhi.
«Fanculo! Lo faccio!»

Si alzò di scatto e, senza curarsi del rumore delle assi che scricchiolavano, corse verso le scale. Estrasse un foglio di pergamena e indicando la porta iniziò a leggere le parole arcane scritte sopra. Esse, risplendettero man mano che lui le leggeva, scomparendo poco dopo.
Finita la lettura una nuvola violacea fuoriuscì dalle sue mani e si ancorò nel posto da lui scelto. Sentì chiaramente che la sua preda si era fermata. Ritornò al piano di sopra e si nascose all’entrata dietro le scale.
«Appena prova a entrare o la nuvola lo ammazza o lo indebolisce. Se è ancora vivo, gli aspetta una bella sgozzata» disse tra sé e sé.
Il colpo alla porta non si fece attendere che pochi secondi. Un sol colpo scagliato contro il legno ed esso cedette.
I pesanti passi stavolta riecheggiavano in tutta la casa rimbombando fino al piano di sopra.
Il sudore delineava lunghi letti bagnati sulla fronte sporca dell’elfo e il cuore fremeva di paura e coraggio.
«Eccolo!»
Le corna furono le prime a spuntare dalle scale; in mano impugnava una grossa ascia a doppia lama.
«Cazzo! Quella non c’è l’aveva prima! … Pace ormai è fatta».
Senza attendere che si voltasse, Gaws uscì dal nascondiglio, estrasse la spada e con un colpo deciso mirò alla gola.
La lama che per pochi istanti teneva le speranze dell’elfo di sopravvivere, la lama da cui dipendeva il suo piano, compì un arco semicerchio perfetto dal fodero al collo e quella stessa lama fallì.
La distanza era sbagliata, pochi pollici più avanti e avrebbe colpito il punto designato.
Diamine che stupido! L’occhio, la profondità, non ci sono abituato, pensò Gaws.
Il grosso guerriero si giro di scattò verso il suo assalitore. Gli occhi erano celati da un oscurità profonda che faceva intravedere solo due fievoli bagliori rossastri.
«Moscerino, sei stato stupido a non fuggire» gli urlò in faccia condendo le parole a saliva e odio.
Alzò l’ascia da battaglia e mostrò il favore all’elfo.
Il primo fendente colpì deciso alla gamba con l’intenzione di tranciare e macellare; la velocità e i riflessi gli consentirono di evitare in parte l’attacco, ma il tessuto nero si lacerò e un profondo taglio si aprì sulla coscia destra. Il secondo non fu meno pericoloso. L’elfo riuscì a scartare di lato, a malapena per evitare di essere diviso a metà, riportando soltanto una ferita superficiale al costato.
È forte. È troppo forte da affrontare a viso aperto.
Gaws scattò indietro alzando la spada corta alla testa in difesa, piegò le gambe e portò tutto il peso su quella posteriore. Il guerriero caricò portando l’ascia sopra la testa. L’elfo l’aveva previsto: quando la lama calante era ormai a portata e il sorriso dell’uomo non lasciava dubbio alla sua vittoria, la spada corta gli venne incontro e, se anche l’impatto di forza era impari, riuscì nella contromossa. La pesante ascia mancò la testa del bersaglio e fu deviata contro il pavimento spaccando tre assi contemporaneamente. Il contrattacco quindi non si fece attendere.
Portando quattro affondi precisi riuscì a lacerare le pelli e la carne dell’uomo ma senza che quest’ultimo emettesse un solo rantolo di dolore.
Invece di riprendere l’ascia conficcata nel pavimento, il guerriero allungò le mani verso l’elfo che nel tentativo di sfuggirgli riuscì a portare un attacco alla spalla, ma che servì a ben poco, poiché la presa in cui cadde si dimostrò ferrea. Le braccia potenti gli si strinsero intorno in un soffocante abbraccio in grado di togliere ogni respiro. Le mani erano intrappolate nelle sue, cosi come la spada; il rumore delle ossa stridenti le une contro le altre rimbombava nella testa del lottatore, svantaggiato dall’evidente differenza di taglia.
Non riusciva a sgusciare via come al suo solito, non poteva batterlo in forza. Concluse che era spacciato.
Mi sembra giusto finire cosi come uno qualsiasi in un posto sperduto in chissà quale parte del mondo, furono i suoi ultimi pensieri, quasi sull’orlo dello sfinimento. La stretta si fece più salda, la spada cadde, la pelle era tirata come se i muscoli e gli organi stessero per sgusciare fuori.
«Sei spacciato, moscerino» disse sorridendo l’uomo.
A sentire quelle parole Gaws aprì gli occhi e vide che la sua faccia non era che a pochi centimetri e gli venne il lampo. Raccogliendo le poche forze concesse frustò con la testa quella avversaria; il colpo non fece cedere la presa ma la fece allentare, proprio quello che serviva all’elfo per usare la sua agilità. In un attimo si ritrovò a pochi passi da lui riprendendo fiato. L’aria aveva il gusto dolce della vita. L’uomo sorrise e gli venne incontro, stavolta armato d’ascia.
Fece per rialzarsi, ma un dolore al costato basso l’ho impedì.
«Diamine, dopo l’occhio anche le costole».
Il guerriero calò l’ascia incurante dell’avversario e senza che questi potesse difendersi, il braccio venne mozzato di netto all’altezza del gomito. Il moncherino cadde accompagnato da una cascata di puro rosso a schizzi irregolari. L’elfo mandò un urlo strozzato, folgorato da un dolore immane come una fiamma ardente impossessata del suo braccio e che divampava senza sosta.
Non poteva permettersi ulteriori distrazioni. Doveva giocare in difesa e attendere il momento giusto.
Evitando il secondo fendente raccolse la spada caduta, la rinfoderò e rotolò di lato evitando di nuovo l’ascia, stavolta di pochi centimetri. Vide la via di fuga a quella situazione disperata: dove fino a pochi attimi fa stava l’arma conficcata, ora si trovava solo un grosso e confuso buco. Senza pensarci saltò dentro, attutendo acrobaticamente la caduta al piano di sotto. Si spostò velocemente dalla pericolosa apertura ed estrasse una fiala.
«Non fuggirai ora che sei mio!» urlò il guerriero pochi metri più sopra.
Gaws, senza dargli retta, bevve e il flusso di sangue si arrestò; parte delle sue ferite si chiusero magicamente. Un tonfo seguì il suo recupero. Un buco grosso il doppio stava dove poco prima si era calato e un nuovo ospite era sceso al piano terra.
«Affrontami dannazione!» urlò il guerriero seguendo ad esso uno sputo nella sua direzione.
L’elfo non era più in vena di pensare. Corse verso il suo bersaglio, spada alla mano. Il primo colpo di rovescio colpì la spalla, il secondo di ritorno fu deviato dall’ascia. Portò il peso indietro ad evitare l’arma inclinando la schiena per scansare l’ennesimo. Si spinse in avanti tentando un affondo diretto al torace spoglio di protezioni che non fossero le pelli.
La lama entrò facilmente nella muscolatura del petto, ma non penetrò a sufficienza; nel ritrarre la spada però trovò resistenza. Mentre dalla ferita iniziò a scorrere un piccolo rivolo di sangue, il guerriero sorrise. Alzò l’ascia impugnandola con entrambe le mani e calò. Gaws lasciò la presa e scartò indietro, lasciando l’arma pendente nell’uomo. Non appena il tallone toccò terra lo usò come molla, dandosi la spinta verso il bersaglio. L’ascia stava tornando e questo non l’aveva calcolato.
Il colpo di ritorno avrebbe colpito direttamente il fianco, aprendo la strada alle budella e uccidendolo. Non poteva evitarlo poiché lo slancio aveva impresso forza e decisione alla sua traiettoria. Pensa dannazione Gaws. Pensa o sei morto.
Girò lo sguardo verso l’ascia. Era abbastanza grande da poter sostenere il suo appoggio, almeno inizialmente. Allungò la mano fino a toccare il dorso di ferro, spinse con il palmo e staccò da terra raccogliendo le gambe. Aveva fermato il suo scatto, aveva evitato l’ascia ed era ancora vivo.
Mentre il peso dell’ascia spostava la difesa avversaria, vide che era giunto il momento.
Impugnò l’elsa e tirò. La spada questa volta scivolò via.
L’ascia non aveva ancora finito di descrivere la sua portata quando la spada colpì recidendo per metà criniera e collo. Il corpo ebbe degli spasmi. Dalla gola fuoriuscirono schizzi diretti di sangue. La testa penzolante con la pelle ancora attaccata. L’ascia cadde. L’elfo roteò su sé stesso e portò un secondo colpo nello stesso punto e stavolta la testa saltò via. Il corpo rimase in piedi per pochi secondi e poi cadde aprendo la via ad un bagno di sangue sul pavimento. Gaws respirò a fondo e poi si lasciò cadere anche lui.
«Il più è fatto» disse sorridendo.
Quello era il primo vero sorriso da che la caccia era iniziata.

 

Canzone del giorno: Don’t Stop Believin’ – Journey

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