Eroe: il complesso guardandosi allo specchio

Leggerli è facile. Stare fermi davanti ad uno schermo e far scorrere la loro moralità sulle pieghe del cuore ancora di più. Guardare un eroe in azione nobilita l’animo, rimpingua il coraggio, dona sicurezza. Così, senza accorgercene, assumiamo i loro tratti. La storia, la mitologia, l’intrattenimento sono pieni di figure tratteggiate nei minimi dettagli, i cosiddetti eroi. Intromettersi nelle faccende altrui è una delle più grandi qualità che li distinguono. Non lasciar andar, non arrendersi, immischiarsi. La parola eroe connota soltanto emozioni positive, innalza la persona designata, la glorifica. Eccolo il mio problema. Dietro ogni petto splendente si cela una schiena ammantata d’ombra. Nessun è esente dal peccato. Sono proprio le migliori intenzioni che celano il pericolo più grande. Io ho paura. Paura di quel complesso che mi è stato inculcato fin da piccolo. Ho paura del mio cuore che abbraccia le cause altrui per farle proprie. Ho paura delle frasi interrotte dalle lacrime perché la storia che sto raccontando è più mia che sua. Non voglio essere un eroe, non sono nessuno per esserlo. Gestisco a malapena i miei problemi, resto a galla a piccoli passi, eppure ho la presunzione di poter essere d’aiuto agli altri. Chi ha sofferto non vuole che altri ripercorrano la propria strada. Chi ha sofferto ed è rimasto buono. Ho un vuoto dentro, di amore, di affetto, di appagamento, di realizzazione. Ho un vuoto che non riesco a chiudere, non è mai abbastanza. Non è abbastanza la famiglia, non lo sono gli amici, le relazioni, i traguardi professionali, le felicità inaspettate. Sono affamato di emozioni. Quel vuoto se ne nutre e mai si sazia. Perché? Vado alla ricerca della formula per chiuderlo, tamponarlo, riempirlo e mi muovo acciaccato senza sapere davvero come fare. Penso di essere un eroe, lo desidero ardentemente da rovinare la vita degli altri per poter essere la loro soluzione. Non davvero, però lo immagino. Sono davvero una brava persona? Una brava persona non spererebbe nel peggio per essere il meglio. Ho paura di essere un eroe. Non ne sarei in grado eppure ricerco quella sensazione. Sono un ossimoro di volontà viventi. Mi muovo, stanco e fiaccato nei miei soli trent’anni, come un moribondo ala ricerca di affetto. È quel senso che vado cercando, la nobilitazione agli occhi altrui. L’essere riconosciuto, l’essere valorizzato, amato, come se non ne avessi mai davvero ricevuto, di amore. Ne sono circondato e non me ne rendo conto. Piango perché non me ne rendo conto. Fallirò, non ho paura di fallire, ci sono abituato, imparerò. Non posso permettermi però di fallire quando porto il peso di qualcun altro, non per me. Forse non sono così malvagio. L’appagamento della vittoria è il nettare più raro. Però anche l’impresa ne vale la pena. Ci ripenso e la apprezzo. I piccoli momenti rubati alla quotidianità, le lacrime versate, i singhiozzi provati, le strane sensazione uscite. Non mi capisco neanche io, tento di capire gli altri, tento di essere un eroe. Il loro sguardo è la mia vittoria, la mia soddisfazione, cibo per il vuoto. Però poi passa. Ci dormo su e mi sveglio affamato. La colazione non basta, ho bisogno degli imprevisti, delle lacrime, dei singhiozzi chiedenti aiuto. Ho bisogno di essere un eroe. La presunzione della soluzione personale è a portata di mano. Mi mancherà essere un eroe. Non intendo fallire. Non posso. Sono un eroe. In realtà no. Sono un diavolo che aspira ad essere angelo. Lo sguardo è rivolto al cielo, mentre i piedi artigliano la terra, commettono peccati, ma le mie mani si mostrano pulite. Sono solo bei guanti che nascondono le ferite. Chi sono? Un eroe o un cattivo mascherato da tale? Quando lo capirò? Io vorrei essere migliore, mi scopro spesso peggiore. Perché? Un giorno lo scoprirò e allora dovrò fare i conti con la verità. Le persone che ho aiutato saranno ancora loro? Saranno cambiate? Un gesto eroico commesso per fini egoistici è comunque eroico? Non sempre il bene nasce dal bene, il normale iter è diverso. Il sangue chiama sangue, il dolore fa lo stesso, riconosce gli odori affini e si attacca con forza a quelle persone che ne sono pregne. Intromettersi è il primo passo. L’autorealizzazione, l’identificazione di sé, la riuscita dell’impresa sono poi gli ultimi. Non sono pronto. Chi lo è davvero? Non sono un eroe, ma ne ho il complesso. Povere le anime che aiuterò, perché rimarranno macchiate dal mio peccato, dal mio egoismo, dal mio desiderio di riempire quel vuoto. Non lo sapranno mai, eppure la verità sarà un’altra. Piangerò con loro, ma saranno lacrime di demone, artefatte e crudeli mentitrici. Non sono un eroe, ma ho la presunzione di poter aiutare. La verità è solo una: la differenza la fa il risultato, non le intenzioni. Visto, non sono un eroe.

 

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