Catene

Non ho scelta.
Li guardo, i volti amorevoli che mi circondano, le mani calde che mi accudiscono, che mi sistemano il cuscino e le dolci parole che non mi abbandonano mai e capisco di non aver scelta. Catene invisibili mi costringono a terra.
Lo capisco dalla loro presenza, dal modo di porsi e dalla loro pazienza.
Mi stanno aspettando ma non sanno che io non tornerò. Non voglio, ma non ho scelta.

Non ricordo il giorno dell’incidente, non ricordo di essere uscito di casa quella mattina, come non ricordo la macchina che mi ha speronato facendomi volare sull’asfalto, non ricordo il viaggio in ambulanza e non ricordo l’operazione per ricucirmi la testa.
Il mio primo ricordo sa di bianco, sa di pulito, sa di dolore e sa di sangue.
Quando mi sono svegliato al mio fianco c’era una coppia di signori. La donna era addormentata. Smunta, appesantita e stanca. L’uomo le teneva dolcemente la mano, e con forza guardava davanti a sé. Fu lui ad accorgersi per primo del mio risveglio. Potei vedere in un attimo i loro sguardi cambiare, la loro preoccupazione sparire per essere sostituita da gioia. La ricorderò per sempre quella gioia, pura e incontenibile, fatta di sorpresa, lacrime e urla.
Quella fu la prima volta che vidi i miei genitori.
I dottori mi dissero che avevo fatto un brutto incidente, che ero fortunato ad essere vivo e di riposare senza preoccuparmi se non ricordassi niente. Pian piano la memoria sarebbe tornata.
Mi lasciai cadere sul cuscino. Ero stanco, fiaccato dal peso di quelle catene che sapevo lì, e tornai a riposare.
Quando riaprì quel giorno gli occhi ero solo nella stanza. Le braccia erano fasciate, la gamba destra era ingessata, leggermente rialzata, e avevo in bocca un sapore metallico di insoddisfazione. Le mani erano piene di croste marroni sulle nocche e sui palmi. Alcune parti erano di un vivido rosso e al movimento gettavano dolore.
D’un tratto la porta si aprì. Era giovane, lunghi capelli biondi che le contornavano le spalle ed era molto bella. Indossava un vestito azzurro che la lasciava scoperta dalle ginocchia in giù. Mi sorrise.
Si avvicinò e senza chiedermi niente mi diede un lungo bacio sulle labbra sofferenti. Profumava quel bacio. Profumava di fresco, di fuori e di tutto ciò che non era l’ospedale. Quando si staccò sorrise di nuovo e mi salutò. Aveva dei profondi occhi verdi con qualche macchia di marrone; come un giardino in cui getti alla rinfusa le stesse foglie ma di colore diverso: alcune prese dalla primavera e altre dall’autunno. Nascondeva queste rarità dietro un paio di occhiali squadrati che le contornavano il viso. Si presentò. Si chiama Claudia ed era la mia ragazza da più di due anni.
Non ci rimase male quando non seppi come risponderle. Sistemò con l’indice i suoi occhiali e si sedette di fianco al letto.
Iniziammo a parlare e parlammo per due ore abbondanti. Mi fece vedere delle nostre foto insieme, mi portò i saluti dei miei amici, passò l’intero pomeriggio a rievocare i momenti più importanti e quelli più divertenti. Molto spesso combaciavano.
Sorridevo come pensavo di dover fare in quelle situazioni. Ma più lei parlava, più mi rendevo conto che ciò che diceva non c’era più. Lanciava onde di vernice su una parete bianca dipingendola di mille e più colori, ma questi non attecchivano e pian piano venivano giù, lasciando solo una parete bianca.
Mi salutò con la speranza e un sorriso. Dio come era bello il suo sorriso, non perfetto ma bello.
Per la seconda volta capii di non avere scelta. In quel momento mi sarebbe davvero piaciuto guardare fuori dalla finestra, farmi immortalare mentre pensieroso ammiravo il paesaggio e da lì tirarne fuori un discorso filosofico. Uno di quelli che vengono in situazioni di difficoltà e che semplificano la vita. Purtroppo non credo di essere mai stato un tipo del genere. Prendere decisioni affidandosi a sensazioni temporanee per poi pentirsene.
Tutti intorno a me avevano la certezza che la parte più difficile fosse passata e che adesso sarebbe stato tutto in discesa. Invece, io solo nella stanza, avevo tutt’altra prospettiva. Non avevo niente a cui aggrapparmi, nessuno a cui rivolgermi se non persone che per me non contavano nulla. Potevo davvero fare affidamento su estranei?
Per quanto loro tenessero a me io non provavo niente: non mi sentivo sicuro, non ero rincuorato dalle loro parole, dai loro gesti eppure iniziai a ripetere a me stesso che dovevo provarci, che dovevo spezzare quelle catene che sentivo.
Iniziai a passare i momenti liberi, tra medici e visite, a cercare di ricordare quei volti felici prima del volo. Mi impegnavo dalla mattina appena sveglio fino alla sera tarda, poco prima di coricarmi, mi feci portare ogni oggetto, ogni foto, ogni pensiero che potesse suscitare in me qualche reazione. Mi sforzai, davvero, di ricordare la vita prima, mi aspettavo un’illuminazione, una folgorazione che rompesse la mia situazione e mi riportasse alla normalità, e invece, giorno dopo giorno, cadevo nello sconforto. Più sudavo, più mi esercitavo e più mi veniva restituito niente. Uno schermo bianco fatto di vuoto, dolore e consapevolezza. La consapevolezza che la normalità da ora in poi sarebbe stata questa. Perché, checché se ne dica, per uno che ci prova al massimo e non ottiene nulla la strada si chiude davanti ai suoi occhi. Le parole di speranza e la pietà delle persone che tornino pure al mittente.
Passai i giorni a provare. Divennero settimane col tempo e infine mesi, ma il risultato fu il medesimo.
E così quando ormai la gamba era guarita, le croste sparite e la barba cresciuta capii.
Ero stato condannato. Senza processo, senza giuria e senza accuse ma ero stato condannato. Sbattuto in una prigione da cui sarebbe stato impossibile evadere e legato da catene indistruttibili.
Vi siete mai sentiti imprigionati potendo essere liberi?
Quello che era la mia vita prima io non la ricordo, ma sono costretto a ripercorrerla ogni giorno, perché ehi, sono tornato dicono. Frequento di nuovo gli amici di una vita, ma le risate hanno perso gusto. Claudia e io fra poco facciamo tre anni, ma la sensazione provata il primo giorno è ormai svanita da un pezzo. E in famiglia non sento il calore che comunemente si dovrebbe provare intorno a quella tavola la sera, ma sono tornato.
La realtà è che sono troppo codardo per andarmene, troppo codardo per andarmene dalle vuote sicurezze intorno a me, troppo debole per spezzare quelle catene. Romperle vorrebbe dire andarmene da una messinscena dove non riesco a recitare il ruolo affidatomi e il loro peso mi opprime.
Solo nel mio letto chiudo gli occhi. Spero e prego. Mi lascio andare con la certezza di non avere scelta.
Mi addormento sapendo di non avere scelta, mi addormento cullato dalle mie catene.

 

Canzone del giorno: Billie Eilish – everything i wanted

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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