Appuntamento specchio: due riflessi dello stesso momento

Appuntamento specchio: due riflessi dello stesso momento è il racconto dello stesso incontro, della stessa serata, ma raccontato da due punti di vista diversi. Non esiste solo una verità, è solo questione di momenti.

 

 

Andrea entrò in casa con un leggero saltello involontario. Era quel tipico movimento dettato dall’euforia dopo una bella serata. Girò la serratura, inspirò l’aria domestica e sorrise. L’appuntamento era andato alla grande, meglio di quanto avesse immaginato. Si tolse il cappotto, lo appese sui legnosi artigli del muro e si lanciò ebbro sul divano, affondando il viso in uno dei tanti cuscini. Aveva ancora il suo profumo che gli riempiva il naso, il suo sapore ancora presente sulle labbra. Le piccole ricompense di un appuntamento finito con il lieto fine. Ognuno a casa propria, ma con un ultimo regalo prima di lasciarsi: la speranza di rivedersi. Non capitava tutti i giorni di trovare l’appuntamento perfetto, che fortuna.
Era cominciato al pub. Andrea era arrivato con una decina di minuti di ritardo, traffico e cattiva organizzazione. Lei era già lì, statuaria nel suo abito floreale. La luce del cellulare le illuminava il viso, un vento dolce le scompigliava i capelli, i tacchi sottolineavano le gambe nude. Andrea l’aveva riconosciuta subito, immediatamente per la prima volta. Fino ad allora si erano scambiati soltanto messaggi. Un paio di foto e niente più. Quello era il loro primo appuntamento. Per scusarsi del ritardo si era inventato la scusa del lavoro fino a tardi. Insindacabile. Non ci fu bisogno di usarla. Lei gli aveva sorriso non appena aveva alzato la testa, non si era preoccupata del motivo, non era neanche contrariata. Sembrava soltanto felice di vederlo. Andrea era bravo a leggere le persone. Mentre aspettavano di sedersi il cameriere aveva portato due bicchieri di spumante dolce, frizzantino con una vena profumata. Il loro primo brindisi era avvenuto in piedi, ad un incrocio pedonale nel centro di Milano. Era una calda sera d’estate. Ogni emozione condita con la forza estiva acquisiva una voce sempiterna, la magia delle possibilità. Lei non era soltanto carina. Sapeva parlare, aveva un acume e un’arguzia non comuni. Ad Andrea piaceva ascoltarla. Era su un altro livello. Lui era abituato a chiacchiere da bar. Gli amici li aveva scelti in adolescenza, tempo addietro, molti pensieri erano cambiati. Ormai non con tutti era sulla stessa lunghezza d’onda, così andava il mondo. Con lei invece si stupì del piacere delle parole. La situazione non cambiò quando si sedettero. Lei era una designer di interni, il suo lavoro richiamava fantasia, estro e intuizione. Ordinarono un Daiquiri (lei) e un Moscow Mule (lui), accompagnati da una piccola ciotola bianca di noccioline. Del suo lavoro Andrea preferiva non parlarne, noioso. Un tecnico informatico contro una designer. Era chiaro chi vincesse il premio, codici contro fantasia. Aveva fatto bingo quella sera. Conduceva lei i discorsi, Andrea si limitava a seguirla, perdendosi nelle sue labbra, nei suoi occhi, nei suoi seni. Quando una donna era bella non rimaneva che ammirarla con educazione. Emanava un velato profumo di viole. Andrea l’aveva riconosciuto perché gli ricordava il bagnoschiuma usato da bambino. A quel tavolo era tornato spensierato come ai tempi dell’infanzia. Lei non era soltanto una bella donna, ma era soprattutto una bella persona. Durante i weekend si spendeva in opere di volontariato con varie associazioni. Leggeva anche, e non era di quelle persone che lo sottolineava per apparire. Lei leggeva davvero e infatti non se ne vantava, ma era chiaro dagli accenni che la sua cultura era di un gradino superiore a quella di Andrea. Era una brava studentessa, leggeva, recepiva, imparava, riusava. Le parole avevano il dono di incorniciare ogni viso, renderlo più affascinante o abbruttirlo. Dipendeva dal tono, dal ritmo, dal lessico. Nel suo caso non ne sbagliava una. Ogni pennellata vocale era un tocco di colore alla sua immagine, un quadro di curve e colori invidiabile. La tenera brezza serale non aveva smesso di rifinire il suo lavoro. Andrea aveva stampato in faccia un sorriso ebete che durò per tutta la serata. Non riusciva a credere alla sua fortuna e lo comunicava a chiunque aveva attorno. Quando finirono i due cocktails si chiuse anche la serata. Era tardi e il giorno dopo entrambi lavoravano. Andrea si offrì di pagare il conto, nonostante lei fosse risoluta nel voler dividere. Un gentiluomo aveva un codice, lui lo rispettò e poi la accompagnò a casa, un piccolo riconoscimento per la serata. Che sorpresa quando al suo gesto di saluto lei si era sporta quel passo in più per baciarlo. Lui aveva allungato le parole, le frasi, ma non aveva avuto il coraggio della prima mossa. Lei sì. Era stato un bacio di saluto, ma caloroso e umido al tempo stesso. Veloce, duro, contenente in sé la promessa di un altro giorno. Nel tragitto verso casa aveva continuato a pensare a lei, alla sua voce, ai suoi gesti, a quel bacio finale.
Andrea staccò la faccia dal cuscino e sbloccò il cellulare. La chat era come l’aveva lasciata poche ore prima, quando si erano dati appuntamento. Il suo stato era online. Chissà se anche lei si stava riflettendo nel suo nome. Andrea toccò la tastiera per riassaporare l’ambrosia che aveva gustato tutta la sera. Era solo questione di momenti.

Sara entrò in casa con le spalle piegate e il collo appesantito. Era quella tipica posizione di chi aveva avuto una giornata dura, culminata in una serata poco eclatante. Lasciò cadere il cappotto a terra e si tolse i tacchi. Che dolore, che liberazione, i piedi ringraziarono, le spesse vene rosse pulsavano senza sosta. Pensare che li aveva messi per un fallimento di serata la fece sorridere, un sorriso mesto, carico di delusione. Era l’ennesima scelta sbagliata, l’ennesimo appuntamento sbagliato. Non vedeva l’ora di lasciarsi andare. Si buttò a peso morto sul letto, affondando il viso nel soffice piumone grigio. Voleva soltanto dimenticare quelle ore buttate. Fidarsi a scatola chiusa era una scommessa. Su Instagram sembrava diverso, lui. Sembrava più spigliato, più arguto, più sagace, sembrava più alto. Lei indossava i tacchi, ma quella non era una scusante. Dalle foto gli era parso anche più in forma, quando invece aveva la faccia cadente in fin troppi punti per un uomo di trentacinque anni. Quando l’aveva visto arrivare, in ritardo per giunta, stentava a credere che fosse lui. Non c’era però dibattito: erano l’uno l’appuntamento dell’altro. Non le aveva lasciato neanche il beneficio del dubbio. Se l’apparenza non convinceva comunque Sara non era donna da scartare a priori. La superficialità l’aveva abbandonata in adolescenza, parecchi anni addietro, troppi anche per ammetterlo. Erano le qualità interiori quelle che valorizzavano davvero una persona. Aveva accantonato il primo giudizio per avallare la forza delle possibilità. Dopo lo spumante aveva lasciato a lui la parola. Era un tecnico informatico, niente di male, se non il fatto che parlasse in codice binario. Non sapeva condurre una discussione, non sapeva dare adito ad un seguito. Chiudeva le frasi con un secco punto e poi rimaneva immobile a fissarla, manco fosse un bambino incapace di intendere. Era stata delusa anche su quel frangente. Sembrava un ragazzo con un ritardo mentale. Parlava poco, a sillabe, e male. Metteva in fila parole banali tirando le classiche considerazioni banali. In un’altra vita Sara doveva essere stata una persona cattiva. Non si spiegava sennò il suo karma. Se lui rappresentava la fortuna del mazzo quello era sintomatico dello stato di salute della sua vita sociale. Era toccato a lei riempire quelle lunghe ore insieme. Quando ci si divertiva il tempo volava, era vero anche il contrario. La situazione non era cambiata dopo i due cocktails. La sua lingua non si scioglieva nemmeno con l’alcol. Scommetteva però che sarebbe stata prontissima a ballare se dopo gli avesse concesso le sue labbra. Non era difficile capire gli uomini, era difficili parlarci. C’era sempre un sotteso sottile in un primo appuntamento, una conoscenza tacita conosciuta da entrambi, ma taciuta per paura di risultare fuori luogo. Sara era sicura che con lui non ci sarebbe stato un dopo. Come se non bastasse il silenzio intermittente lui non aveva fatto altro che guardarle in seno, come se lei non si accorgesse che le labbra non erano all’altezza del petto. Gli trasmetteva una viscida sensazione di vomito. Chissà da quale bettola era stato sputato fuori. Avere ancora i capelli non voleva dire potersi permettere certi lussi. Quando finalmente vuotarono i bicchieri Sara abbozzò uno sbadiglio bugiardo, sperando che lui non se ne accorgesse, sperando che anche lui fosse stanco. Almeno in quello aveva colto la palla al balzo. Si erano alzati, Sara aveva insistito per dividere il conto. Non voleva dargli nessuna speranza di un dopo, nessun sorriso velato di imbarazzo. Lui però si era mostrato più risoluto e il cameriere lo aveva aiutato, nella fottuta e classica situazione che l’uomo pagava sempre il conto. Non capitava mai che si prendessero i suoi soldi, sempre quelli dell’altro. A volte la galanteria sfociava in gabbie dorate di privilegio. Sara non era dell’umore adatto per discutere, né per fare altro. Voleva solo porgere educatamente il dito medio e andare a letto. Si era messa a cercare un taxi, ma prima che potesse chiamarlo lui si era offerto di accompagnarla a casa. Abitava a dieci minuti di macchina. Non era la fine del mondo lasciarlo con un sorriso e un gesto gentile. Quando arrivarono sotto casa Sara non vedeva l’ora di scendere e scappare. C’era una puzza di rancido in quella macchina. Lui però aveva quello sguardo sornione di chi si aspettava una ricompensa. La portiera era chiusa, Sara non voleva discutere, né intavolare una discussione che sarebbe finita in maniera imbarazzate. Era stanca, perciò scese a patti con il minore dei mali. Fuggire da una situazione sgradita richiedeva coraggio e velocità. Si gettò lesta contro di lui, baciandolo a stampo e poi, quando ancora le loro labbra erano attaccate, allungò la mano verso la portiera. Di fretta se lo lasciò alle spalle, confuso, aggiungendo giusto un saluto mangiucchiato. Il rumore del cancello fu come la porta di una prigione che si chiudeva a proteggerla.
Sara si rigirò nel letto e tirò fuori il cellulare. La chat era come l’aveva lasciata poche ore prima, quando si erano dati appuntamento. Il suo stato era online. Quella era l’ultima volta. I tre pallini suggerivano l’opzione “Blocca”. Era solo questione di momenti.

 

Canzone del giorno: Coldplay X BTS – My Universe

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