Antonio e Cleopatra: l’ultimo giorno insieme

Antonio e Cleopatra è un compito assegnatomi quando frequentavo un corso di scrittura creativa. Bisognava immaginare un giorno insieme di una coppia famosa nella storia. L’insegnante era una forza, la ricordo ancora con piacere. Devo ringraziare anche lei e le simpatiche signore che popolavano il corso (ero l’unico maschio) se non ho abbandonato il mio sogno di scrivere per vivere. Non che ora ci riesca.

 

Tirai da parte le coperte e mi alzai. Già di prima mattina l’aria che si respirava era secca e torrida. La gola disidratata e il corpo tutto sudato. Il caldo del deserto si era impadronito del palazzo e di ogni sua stanza.
«Non mi abituerò mai a questo dannato clima. Gli dei mi puniscono per aver tradito il mio popolo e aver scelto Alessandria invece di Roma».
D’improvviso una leggera brezza scostò le delicate tende e venne ad accarezzare il mio corpo in tutta la sua nudità. Una carezza velata per un buongiorno che pian piano iniziava a prendere il suo gusto salato.
«Questa giornata si rivelerà più dura del previsto, se ciò che mi aspetta è ciò che immagino».
Per quanto la vista dalla balconata fosse imponente e splendida mi girai verso il letto.
Mi girai verso il mio sollievo, la mia forza.
Avvolta in una tempesta disordinata di veli dormiva la donna più bella che avessi mai incontrato. Ancora sicura nell’abbraccio di Morfeo e, nonostante l’innocente goffaggine del sonno non perdeva la sua bellezza.
Le curve richiamavano le più belle sculture di tutta Roma. I suoi capelli erano splendenti fili di seta color nero. I suoi occhi, dal taglio allungato, esaltavano le forme del suo viso, e infine, il suo naso culminava quella splendida visione rendendo il tutto un capolavoro.
«La fortuna di tutto l’Egitto ha deciso di sorridermi e mi ha concesso la sua regina».
-TOC TOC TOC –
Un fragoroso bussare interruppe i miei pensieri.
«Generale Marco Antonio, i suoi luogotenenti sono arrivati. Come da suoi ordini li ho fatti accomodare e ora attendono nella sala reale».
Maledizione. Avrei dovuto essere lontano da qui, da questi problemi, da queste battaglie. Solo senza più nessuno di cui mi debba preoccupare. Anzi, solo con lei. Non devo dimenticare che tutto ciò lo faccio per lei.
Così contro la mia volontà mi obbligai a rispondere.
«Ben fatto, soldato. Osservagli i dovuti rispetti e avvisali che sarò da loro quanto prima».
«Come desidera, generale».
Oramai non c’era niente che si potesse evitare. I preparativi per i giorni a venire erano già stati avviati da settimane e per giunta su mio ordine. Qualsiasi ripensamento fosse venuto a galla avevo il dovere di ricacciarlo in profondità e farmi coraggio. Affrontare la giornata e ciò che da essa ne sarebbe scaturito era cosa giusta da fare.
Indossai le sottovesti e l’armatura. Le diedi un ultimo bacio e lasciai la stanza.
Il lungo corridoio dorato che mi divideva dalla sala del trono non mi era mai sembrato cosi lungo. I mezzi busti degli antichi faraoni, posizionati in fila sotto le due pareti, mi scrutavano con sguardo severo e inclemente.
Quasi a testimoniare il loro disprezzo per uno straniero nel palazzo reale.
«Beh guardatemi, vecchie mummie. Marco Antonio non è uomo vile».
Sapevo che ogni passo che mi avvicinava alla sala del trono mi avrebbe diviso dalla mia regina.
Pensai che poco sarebbe bastato perché tutta questa indecisione finisse: un secco dietrofront, andare da lei, spiegarle le mie paure e insieme fuggire via. Lei avrebbe capito. Lei mi avrebbe appoggiato.
Questi, però, erano i pensieri di un uomo innamorato. Un uomo che lascerebbe tutto per amore. Io non sono solo quell’uomo. Sono il reggente dell’intero Egitto. E come tale mi devo comportare.
Gli schiavi mi aprirono la porta ed entrai nella sala. Diversamente dal solito, dall’inizio della guerra era stata disposta una grande tavola al centro tra i due colonnati e a pochi passi dai troni. Era sempre piena di pergamene, mappe e statuette di legno. Quest’oggi intorno a essa, stavano i miei tre più fidati generali intenti a conversare: Crasso Canidio, alto e dalla corporatura robusta. Il corpo testimone della sua carriera militare e della sua ferrea determinazione. Publio Ventidio, ciò che gli mancava nel fisico era ben compensato dal fine intelletto. Simbolo dell’ascesa dalle catene e dal fango al comando di un esercito. E infine, di spalle e più vicino, stava il buon amico Erote, compagno di mille avventure fin dalla tenera infanzia. Seppur non di nobili natali non desidererei nessun altro al mio fianco in questa situazione.
«Benvenuti, miei generali. Scusate l’attesa».
All’unisono i tre uomini portarono il pugno serrato al petto, leggero inchino e porsero i loro saluti.
«Re d’Egitto».
«Suvvia, non badiamo alle formalità, ciò che chiedo da voi non sono gli onori, ma la verità. Qual è la nostra situazione odierna?»
I loro visi erano del tutto atterriti e sgonfi di ogni gioia. Non era difficile immaginare cosa avrebbero detto, ma ciò che rimaneva celato poteva non avrebbe fatto meno male.
E cosi a parlare, come portavoce di tutti, fu Erote.
«Antonio, purtroppo, sono latore di parole nefaste. Notizie fresche giungono dai miei messi. Dopo la nostra disfatta ad Azio, Ottaviano è stato investito del titolo di console per la quarta volta. E mentre il suo generale Agrippa tiene la costa, egli stesso sta marciando qui alla testa di un ingente esercito. E’ probabile che l’indomani alle prime luci dell’alba sia visibile alla città».
Sapevo che la situazione era critica, ma queste notizie l’avevano trasformata in disperata in poco meno di una manciata di secondi.
Alla fine delle sue parole, fui in grado di avvertire quanto davvero l’aria nella stanza si fosse fatta pesante. D’un tratto capii la gravità della situazione che per mesi avevo procrastinato e di cui, io stesso ero l’artefice.
Come dopo un pugno in pieno viso cosi dovetti reagire. Arrivati a questo punto non mi rimaneva che un’unica scelta: affrontare Ottaviano in campo aperto e vincere.
«Miei generali, quando Ottaviano arriverà, troverà ad aspettarlo non l’indifeso che ha ritirato ad Azio, ma il re d’Egitto pronto a vender cara la pelle. Preparate la città per la battaglia. Mobilitate l’esercito. Inoltre voglio che l’operazione di reclutamento venga velocizzata e voglio che raduniate quanti più uomini vi sia possibile. A chiunque sappia reggere un gladio che gli venga dato e che vada ad ingrossare le fila dell’esercito. Che donne e bambini vengano portate lontano dalle mura. Voglio essere pronto a riceverlo. Perciò andate e fate fruttare questa giornata».
«Come comandi, o Re d’Egitto» risposero i tre, prima di voltarsi e andarsene.
Ottaviano mi aveva tolto ogni facoltà di scelta, imposto un’unica via e questa, non era che la sua preferita. Il dubbio di cosa dovessi fare era sparito, sostituito dalla gravità del dovere.
Rimasi nella stanza ancora pochi minuti con lo sguardo fisso sulle mappe della città, del territorio circostante e su quelle insulse statuette, scolpite nel legno, che servivano a simulare una battaglia.
Non mi sarebbero servite a niente tutte quelle scartoffie l’indomani. Solo la spada e lo scudo sarebbero stati miei compagni. Compagni impostami dalla situazione. Compagni freddi e dovuti.
Così decisi. Se il domani apparteneva a loro, quest’oggi, invece sarebbe stato dell’unica compagna da me scelta. Colei che scalda e allieta la mia vita.
Senz’altro indugio mi lasciai alle spalle la sala del trono e affrettando il passo mi diressi verso la stanza da letto. Lo sguardo duro dei faraoni era ancora puntato su di me, ma non importava più. Voi avete il vostro retaggio, a me va la vostra discendenza.
Quando entrai la trovai ancora lì distesa, cosi come l’avevo lasciata: bella, innocente e solamente mia.
Mi sedetti cautamente sul letto, vicino alle sue gambe. Dolcemente le passai la mano su tutto il fianco fino a carezzargli le rosse guancie. D’improvviso, i suoi occhi si aprirono, abbozzò un tenero sorriso e con voce ancora masticata dal sonno incominciò ad allietare la mia giornata.
«Antonio, amore mio».
«Ben svegliata mia regina. Ringrazio Morfeo per averti liberato dalla sua prigione e averti consegnato a me» dissi sorridendole di rimando.
«La tua dolcezza mi coglie impreparata ogni giorno che passa. A vederti, non si direbbe che tu sia uomo che spenda parole d’amore più del necessario».
«Molte sono le cose che tengo celate e libero al momento opportuno».
Un tenero sorriso alle mie parole si trasformò ben presto in una dolce risata. Risata che venne bruscamente interrotta da un bacio improvviso.
Ogni volta che assaporavo il gustoso sapore delle sue labbra finiva sempre che ne volevo di più, di più, sempre di più. E cosi i nostri baci finivano per durare interminabili minuti.
Poi decisi che non era abbastanza.
Passai la mano tra i suoi capelli, iniziando a massaggiarle dolcemente la nuca. Con l’altra, invece, andai a prenderle il fianco destro, spingendola contro il materasso. Il bacio si fece più insistente e più desideroso di ardore. Le sue braccia si avvolsero completamente intorno alla mia schiena e le sue gambe si allargarono al passaggio delle mie.
Le scoprii il seno e, come un bambino con la propria madre, iniziai delicatamente a lambirlo.
La mia preparazione stava funzionando e i suoi gemiti di piacere mi spinsero oltre. Slacciai gli arrangiamenti dell’armatura e lei fece il resto lanciandola da parte. La veste era ormai inutile e adagiando il suo corpo ambra delicatamente sul letto la presi. La feci mia.
Quell’ultimo giorno insieme lo passammo interamente nella nostra stanza desiderosi l’uno dell’altro. Dopo la prima volta lo facemmo altre tre. Non ci importava di niente e di nessuno: né di Ottaviano, né di Roma, né dell’imminente battaglia.
Unicamente come due innamorati, facemmo la scelta più semplice che potevamo fare: amarsi.
Quella notte quando, sudati e stanchi, le dissi la verità sulla situazione iniziò a piangere disperatamente. Un pianto che purtroppo fui costretto ad arrestare solo con una bugia:
«Mia regina, non importa le difficoltà che dovrò affrontare. Non importa ciò che dovrò fare. Ti prometto che qualsiasi cosa succeda, io tornerò da te».
Sperai che quella promessa sarebbe bastata a convincere me stesso del peso delle mie azioni.
Sperai davvero che quella promessa sarebbe bastata, pensò Antonio.

Fonte Wikipedia

Nell’agosto del 30 a.C. Ottaviano invase l’Egitto e Antonio gli si fece incontro alle porte di Alessandria, ma il suo esercito, messo in piedi in fretta e furia, fuggì all’apparire dei romani. Questa ultima umiliazione spinse Marco Antonio al suicidio.
Quando Ottaviano entrò vincitore ad Alessandria, senza praticamente combattere, la regina Cleopatra tentò di sedurlo, come già aveva fatto con Cesare prima e con Antonio poi. Ottaviano non cedette. La regina capì chiaramente il suo destino: sfilare per le strade di Roma come un trofeo di guerra. Allora si uccise, secondo la leggenda facendosi mordere da un aspide al seno.

 

Canzone del giorno: Every Breath You Take – The Police

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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