Amico

Che cos’è un amico?
Se davvero vuoi saperlo allora basta che scrivi le parole “aforismi amico” su Google, clicchi il primo sito e fidati che troverai più di cento frasi, pronunciate da scrittori molto più colti di me, che ti diranno esattamente tutti gli aspetti da cui è composto un vero amico.
Fidati sono frasi profonde, vere e dalla giusta sonorità. Con loro vai sul sicuro.
Se invece vuoi sapere che cos’è un amico per me non so come spiegarlo se non con un racconto. Non è una storia di quelle che colpisce e sicuramente non è unica. È banale, semplice, stupida in alcuni tratti e non vale il tempo che ci si metterebbe a leggerla perché alla fine ti lascerebbe con un nulla di fatto. Vale come mia risposta, tutto qui.

Sono le quattro di una fredda notte invernale. Milano, vicino al Naviglio che parte da Porta Ticinese e si snoda verso il centro quando finalmente arrivo alla macchina.
Diciannovenne con a malapena due mesi di patente. L’auto è stata sottratta alla sorveglianza dei miei e come da copione il terrore di essere scoperto è sempre in agguato, come la falce inclemente della morte.
Imbocco una strada di campagna che costeggia il canale prosciugato e do gas. D’improvviso mi accorgo che la strada si è trasformata in una pista ciclabile. Non chiedetemi come sia stato possibile. Nei mesi seguenti ho indagato attentamente, ma non ho mai ritrovato quella strada maledetta.
Non si è mai sentito di una macchina in una pista ciclabile, direte voi. Beh l’ho pensato anche io ed è lì che inizio a sudare freddo.
Se mi avessero beccato sicuramente avrei preso una multa. Sicuramente l’avrebbe saputo mio padre e sicuramente non sarebbe finita bene.
Cosi decido di accelerare.
La velocità è alta in un tratto che definire stretto sarebbe generosità quando prendo l’inevitabile buco.
Il dado è tratto.
Scendo a controllare e anche il cuore segue la fine della macchina.
La ruota anteriore destra è spaccata, andata, caput. Così come il mio stato d’animo.
Caduto rovinosamente dalla bella serata appena passata alla peggior nottata mai vissuta.
Fisso la ruota senza che un singolo pensiero decida di palesarsi. La prendo a calci più volte e inizio a muovermi alla rinfusa animato solo da confusione e paura. Il tutto genera una crisi che mi fa scappare, dopo tanto tempo, lacrime nervose che non si arrestano se non prima di una manciata di minuti.
Mi ricompongo, asciugo il bagnato e penso al da farsi.
Ho un crick ma non una ruota di scorta. Ho un cellulare, ma non so chi chiamare.
A ripensarla adesso, con sette anni di esperienza in più, non mi viene che da sorridere pensando a quante possibilità avevo per scamparla liscia che al tempo neanche avevo pensato.
Mi guardo in giro smarrito e la provo. Prima di arrendermi alla furia di mio padre decido di chiamare un mio amico.
Il mio amico.
La voce che risponde è impastata dal sonno. Parlo veloce, confuso e a tratti incomprensibile.
Mi dice di calmarmi e di rispiegare tutto da capo, stavolta prendendo fiato.
Cosi ascolta di nuovo la storia, mi insulta e poi dice le parole magiche: «Ho un ruotino in macchina. Sto arrivando».
Rassicurato almeno in parte mi lascio andare contro un muretto griffato da murale. La camicia umida dalla paura e dal sudore della serata aumenta il freddo della notte, ma io non lo sento.
Sento solo il cuore che non smette di battere vorticosamente e spero in un miracolo. Spero in un domani dove mio padre non avrebbe mai saputo dell’accaduto ma la speranza ormai è morta. Proprio vero il detto.
Il tempo passa e la paura pian piano affievolisce di fronte all’ineluttabile destino, così inizio a creare diversi escamotage per poter motivare il tutto.
Ci rimugino sopra, me li lavoro e li trasformo in alibi decenti. Si decenti e non inattaccabili perché in quella situazione non ci sarebbe stato nulla, e dico nulla, che l’indomani mi avrebbe salvato dalla rabbia del mio vecchio. Cercavo solo un modo per addolcire la pillola.
Attendo tutto il tempo necessario intervallando ai miei turbamenti le dovute pause-vescica fino a quando una coppia di fari arriva dal sentiero da cui ero appena uscito sconfitto.
Mi alzo impaurito da chi altri potesse essere e mi calmo quando lo vedo scendere. Scarpe slacciate, jeans senza cintura e ancora la maglia del pigiama indosso.
«Muoviamoci prima che faccia giorno, coglione».
Non un ciao, non una pacca sulla spalla, ma solo il freddo augurio a fare in fretta e mettersi subito all’opera.
Apre il bagagliaio e ne tira fuori un ruotino provvisorio, una piccola ruota di quelle con cui puoi andare al massimo a 60 km/h e me la porge.
«Questa andrà bene per stasera. Domani lo dici ai tuoi e lunedì la vai a cambiare, poi me la restituisci. Scusa ma non ho ruote di scorta in casa».
Lo guardo come un randagio dietro le grate guarda il nuovo padrone. Non so che dire se non grazie.
Smaltisce velocemente i ringraziamenti e si arrotola le maniche del pigiama. Insieme iniziamo a smontare la ruota per montare il ruotino.
L’operazione richiede circa una mezz’oretta, tempo che sfrutto per raccontargli tutta la serata.
Intervalla l’ascolto a qualche battuta e cerca di tirarmi su il morale sminuendo le conseguenze.
Io faccio finta di credergli.
Quando abbiamo finito mi offre le ultime raccomandazioni per arrivare a casa sano e salvo e si mette alla guida del duo di macchine. Fa’ strada lui per tutto il tragitto alla velocità vergognosa di 50 km/h. Non ci penso neanche ad aumentare.
Arriviamo a casa poco prima dell’alba e lì ci salutiamo.
Rimetto l’auto in boxe, entro furtivo in casa e senza esitazione mi infilo a letto.
Coincidenza vuole che l’indomani altro non sia che il compleanno di mio padre.
L’ultimo pensiero, prima di addormentarmi, va al regalo che gli ho appena fatto.

Signori e signore, dopo questo breve racconto spero abbiate capito cosa sia per me un amico.
Una persona che puoi chiamare alle quattro di mattina ed essere certo che risponda, con cui puoi passare ore dicendo a malapena una manciata di parole e quando ci ripenserai concludere di aver fatto una delle miglior conversazioni della tua vita. Una persona che con gli insulti, le battute e le prese in giro riesce a toglierti dai tuoi problemi e aiutarti a vederli da una prospettiva diversa, meno solitaria.
Questo per me è un amico.
E considero amici tutte quelle persone che quando gli raccontai questo episodio, dopo aver finito di ridere, guardandomi negli occhi, abbiano detto: «Potevi chiamare me».

 

Canzone del giorno: Pink Floyd – Another Brick In The Wall

Questo sono io (lo ammetto questo link mi serve per il SEO)

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